James Blake

James Blake

Il battito del silenzio

di Giuliano Delli Paoli

L'evoluzione artistica del giovane electro-writer inglese prende vita alle lezioni di musica popolare ricevute alla Goldsmiths University di Londra verso la fine degli anni Zero, passando alla breve ma intensa carriera da dj nei club più in voga della capitale inglese, fino ad arrivare all'odierno cantautorato elettronico battezzato come "soul-step". Un percorso sonoro irto di intriganti commistioni dubstep miste a lunghi silenzi e umori vocali prossimi alla musica "soul" moderna

Siamo verso la fine del decennio Zero e James Blake è un ragazzino di appena vent’anni a cui piace piazzare musica nelle infuocate serate del Mass Club o dell’ancor più osannato FWD di Londra. La metropoli inglese è la solita fucina di talenti, ma il timido giovanotto sembra non avere alcun interesse in produzioni ex novo. E’ giovane, giovanissimo, e far muovere i fianchi ai suoi coetanei pare al momento l'unico vero scopo. Conclusi gli studi di musica popolare alla Goldsmiths University di Londra, Blake divide il suo tempo tra i club, i negozi di dischi e la propria stanzetta, luogo ideale in cui assecondare le prime tentazioni produttive senza subire il peso di un qualche giudizio. Svincolatosi dunque dall’ambiente esterno, il piccolo e introverso dj londinese prova lentamente a sovrapporre sezioni ritmiche alla propria voce. Essere poi il figlio di James Litherland, chitarrista dei mitici Bandit e solista dal timbro a dir poco delicato ma purtroppo mai pienamente compreso nell’unico album “4th Estate”, è una piccola benedizione.

Blake sembra voler rimodellare proprio l’intimità e il nichilismo espressivo del padre, elaborando i suoi costrutti avvalendosi di un’elettronica scheletrica, a tratti criptica e perforante. E' dunque un’ugola caldissima a rimbalzare fin dalle prime prove tra le quattro mura della propria stanza. L’effetto è subito di quelli strabilianti. Blake mescola ritmi prossimi alla neonata musica dubstep e umori vocali intimamente soul. A un primissimo impatto, pare di ascoltare un improbabile incrocio tra Antony Hegarty e il William Bevan più isolazionista. Lo spazio tra le singole note della sua tastiera assume poi un peso formidabile. C’è un piccolo vuoto cosmico a cui Blake tende in ogni sua piccola composizione. Il silenzio diventa l’elemento imprescindibile a cui puntare con una certa frequenza, mentre le pause tra un sospiro e l’altro si allungano e le parole tendono timidamente a sovrapporsi l’una con l’altra.

Arriva il 2009 e gli amici XX danno vita a uno degli esordi più delicati e introversi nel panorama "pop" indipendente. Blake segue passo per passo la produzione del disco, e resta folgorato dall'impalpabilità intrinseca dei sample gestiti da Jamie Smith a tal punto da rettificare di sana pianta le prime bozze del proprio operato, deviando di scatto verso un'inaspettata essenzialità ritmica. Così, lo sfondo dubstep diventa solo una maschera. Mentre la sostanza pare suggerire un minimalismo elettronico garbato, caratterizzato da inserti percussivi sbilenchi solo in apparenza e intriganti commistioni piano/beat. La Hemlock Recordings di Jack Dunning, aka Untold, è la prima etichetta ad accorgersi delle potenzialità del giovante talento inglese. Vengono prodotti quasi all’istante i primi due singoli “Air & Lack Thereof” e “Sparing the Horses”, tracce perlopiù strumentali che evidenziano quella che sarà l’ossatura ritmica dell’imminente mutazione elettro-cantautorale. La prima delle due diventa, tra l’altro, un appuntamento fisso negli spettacoli dal vivo dei Mount Kimbie. Mentre lo storico disk jockey Gilles Peterson le fa girare di continuo sulle frequenze della BBC, esaltandosi ad ogni passaggio e invitando lo stesso Blake come ospite del suo programma. Sono le prime fasi di una carriera artistica pronta ad esplodere. Da questo preciso momento in poi il ragazzo comincia a sfornare senza concedersi sosta alcuna Ep e remix di artisti di vario genere (Mount Kimbie, Untold, Scuba, Blawan). E lo fa a proprio nome o con il moniker di Harmonimix.

E’ il 2010, e il successivo Ep The Bells Sketch porta ancora i segni di un’acerbità produttiva che fa comunque ben sperare per l’imminente futuro. Blake giochicchia con timbriche e sovraincisioni vocali in linea Hyperdub, perfezionando il proprio tocco ai controlli pezzo dopo pezzo. Ma al giovante talento piace anche esplorare nuovi percorsi, come dimostra il progetto parallelo con l'amico Rob McAndrews, aka Airhead, mediante due tracce edite per la Brainmath:  il two-step futuristico di "Pekombre" e lo stratch pseudo black di "Lock In The Lion". Le prove generali continuano nei quattro movimenti di CMYK, con brevi momenti vagamente wonky (“I’ll Stay”) e minimal-beats in scia garage (“Postpone”). La faccenda comincia a delinearsi solo nel successivo Ep Klavierwerke, in cui le scorribande al piano tendono a mescolarsi al meglio con il ritmo, ancora una volta posto a metà strada tra quella cosa chiamata future-garage e la dubstep più grezza. Mentre lo stop&go zigzagato della conclusiva “Don't You Think I Do”, così come l’excursus ritmico di “I Only Know (What I Know Now)” alternato ai consueti inserti angelici appena abbozzati, sembrano suggerire ciò che caratterizzerà lo stile del nostro di lì a poco. Non a caso, giunge quasi inaspettata “Limit to Your Love”, sublime cover di uno dei pezzi più ispirati di Feist. Per la prima volta Blake sprigiona tutto il suo calore vocale, cade nel vuoto e si rialza mediante un basso ossuto e cavernoso. Mentre il ritornello è solo sfiorato nella parte centrale. E’ un piccolo grande successo che apre al nostro l’ingresso principale del circuito internazionale. I tempi dell’esordio sono quindi definitivamente maturi. E' giunto il momento di rischiare i propri due cents.

Arriva così il primo omonimo Lp, con l'estetica a porre i primi indizi sul contenuto attraverso un'istantanea appena sfocata posta in copertina, a immortalare il viso di James che pare vibrare su se stesso, quasi a scrollarsi di dosso il peso di un'emozione, una leggera e tremante pulsazione che reca al tempo stesso ansia ed eccitazione. Un'immagine che interpreta ad hoc le sensazioni tramutate successivamente in musica. Blake aggiunge fin da subito pochi ingredienti alla ricetta. Non c'è spazio per eventuali accelerazioni. L'urgenza espressiva è dettata da un'intimità melodica che punta dritto al cuore. Regna il silenzio, la quiete. Lo scorrere del tempo assume una centralità assoluta. Nulla è diluito. Nulla è inutilmente protratto. Arduo finanche estrapolare eventuali paralleli. Se proprio dovessimo tirare in ballo dei nomi, salterebbero fuori diverse soluzioni a seconda dei momenti. Arthur Russell, innanzitutto. Così come il timbro vocale dirotta la memoria recente verso il già citato Antony Hegarty. Tuttavia, è l’assonanza ben celata con ritmiche dubstep poste come fantasmi dietro il sipario, a fornire linfa alla corteccia. Il tip-tap obliquo da tappeto percussivo al piano sintetico di "Unluck" e il crescendo oculato con un'unica strofa (rubata da una canzone del padre, “Where To Turn”) in repeat di "Wilhelms Scream" mettono subito le cose in chiaro: siamo dinanzi a una teatralità minimale, mescolata a una recondita predisposizione verso costrutti melodici mansueti, ma pur sempre ricchi di spirito. Non ci sono veli da scoprire o trucchi da carpire. La prima parte di "Lindesfarne" scivola nell'ombra, prima che spunti un'andatura sorniona, atta a liquefarsi nel vuoto più totale. L'introspezione è favorita da una pacatezza ritmica che cede gradualmente il passo alle varie oscillazioni. In "Give Me My Month" è rievocato il Bill Withers più dimesso di "+'Justments". Con "To Care (Like You)" tornano a incendiare l'anima pause immacolate smorzate da battiti controllati, rallentati e strizzati in un secchio di beatitudine; così come la più che sopita invocazione gospel di "Measurements" culla i sensi polverizzandosi quasi senza disturbare. James Blake espone finalmente e appieno tutto il suo talento. Seguono partecipazioni alle varie rassegne europee, apparizioni televisive sempre più frequenti e un nutrito cumulo di adulatori al proprio seguito.

Trascorrono soli sette mesi ed è la volta di un nuovo Ep, Enough Thunder. Sospinto a gonfie vele dall'accecante scia luminosa dello splendido esordio, il giovanissimo dj-producer prova a tirar fuori dal cilindro sei nuove perle sonore, confidando nello stato di grazia compositivo palesato alla nutrita platea in più di un'occasione. Coccolato fin troppo dalla benemerita BBC Radio 1, la neonata stellina londinese non rinuncia alle prime collaborazioni eccellenti. Così, ecco spuntare l'acclamato e meritevole Bon Iver nella singhiozzante e un po' stucchevole "Fall Creek Boys". Pulsazioni meno vibranti e profonde assecondano fin da subito un climax di fondo mediamente più inquieto e asciutto. A rimarcare questa nuova veste armonica, è l'introduttiva "Once We All Agree", in cui Blake mette ulteriormente a nudo le proprie emozioni, lasciandole decantare su pochi tasti e basse ripartenze eccessivamente (auto)commiserevoli. Lo stesso dicasi della conclusiva "Enough Thunder", che chiude un cerchio tratto con poca convinzione. Ben altro discorso merita invece la sfuggente diramazione timbrica di "We Might Feel Unsound", nella quale è un acceso vespaio ritmico ad accompagnare la lieve melanconia vocale del timido electro-writer inglese. Mentre l'immensa "A Case Of You" di sua maestà Joni Mitchell è solo reinterpretata con troppa fretta e senza la minima personalizzazione. Così Blake scivola al centro del piatto nel comodo riempitivo di turno, prima di disorientare i timpani e l'anima con "ritrovata" maestria nella cyber-tronica coda di "Not Long Now". In definitiva, Enough Thunder mostra nel complesso diverse zone d'ombra evitabili e un Blake a tratti sottotono. Ma è solo un mezzo passo falso, un inciampo accidentale. 


Il 2012 è l’anno della prima sosta in vista di una nuova e più luminosa ripartenza. Giusto il tempo di raccogliere diversi singoli nella compilation "Hard To Find", e la propria stanza/studio torna ad essere il suo covo produttivo. Overgrown si presenta subito come il classico secondo disco di un giovanissimo talento, promosso con ampi voti già alla prima uscita e a cui ora tutti chiedono conferma. La prova del nove di un musicista capace di spiazzare la platea con pochi eleganti ingredienti e di posizionarsi in un colpo solo nel piccolo Olimpo delle “cose nuove” provenienti dal Regno Unito. In diverse fasi del disco, resta solo parzialmente immutata l'urgenza espressiva di trascinare la melodia nei meandri di un'intimità soul a tratti "evangelica", mentre sullo sfondo un’elettronica ridotta all’osso in più di un’occasione (“I Am A Sold”, la hegartyana “DLM”) occupa gli spazi mediante un synth scarno ed efficace. Parimenti, la sezione ritmica sposa, seppur lievemente, impalcature proprie del dubsteb di matrice Hyperdub.
Scendendo più a fondo nell’opera del giovane electro-writer inglese, troviamo d’un tratto (e un po' a sorpresa) anche nuove pulsazioni o insospettabili derive sintetiche, in alcuni casi prossime al suono targato 50 Weapons (!), come accade ad esempio negli improvvisi cambi di ritmo di “Digital Lion” (frutto di una collaborazione ben riuscita, e a detta di entrambi anche molto intensa, con sua maestà Eno) e “Voyeur”, le due tracce che evidenziano maggiormente le coordinate del nuovo cammino intrapreso da Blake.

Ma come già accennato poco sopra, Overgrown riesce a riprendere a dovere l’isolazionismo electro-soul dell’esordio, con Blake che canta adagiandosi fin troppo spesso su sentieri vellutati, magicamente supportato dal synth tra incantevoli giochi di luce e repentine ombre, in un incastro di leggiadri stop&go; è il caso della stessa title track o dell’emozionante ascesa melodica di “To The Last”, in cui prende forma un’implorazione vocale degna del miglior Jamie Woon. Al centro del piatto giace poi la perla del disco. L’avvenuta fioritura del nostro. “Retrograde” cancella ogni dubbio e solleva le emozioni dal suolo, proiettandole pian pianino verso l’alto in un crescendo epico e passionale, con la tastiera che pare essere suonata direttamente da un angelo caduto dal cielo. E non è un caso che tale meraviglia sia il primo singolo ufficiale del lotto.
Non rimane che evidenziare in penombra l’impalpabile ballad “Take A Fall For Me”, collaborazione parzialmente convincente con Robert Diggs, aka RZA, da cui è possibile evincere un’improbabile fusione tra l’hip-hop di natura mainstream e l’introversa andatura in vaga scia dubstep palesata da Blake. Tuttavia, quest’ultima resta comunque l’unica e microscopica “macchia” di una tela clamorosamente candida, sulla quale James Blake è riuscito a sfogare con la consueta riservatezza le proprie passioni, il proprio impeto, in una danza appena abbozzata di morbide sfumature soul e ricami elettronici ancora una volta decisamente ispirati. L'evoluzione, dunque, continua.

Grazie al divino Overgrown, l’attenzione verso la sua musica cresce esponenzialmente a destra e a manca: da David Letterman così come sulle maggiori riviste musicali, senza contare le innumerevoli “coccole” ricevute dalla BBC Radio che lo invita a più riprese, celebrandone in toto l’estro alla stregua dei migliori. Come se non bastasse, il buon James finisce dentro l’ultimo disco di Beyoncé, prestando la propria voce in uno dei brani più toccanti e spiazzanti del lotto, tanto da lasciare “senza fiato” la diva di Houston. A dar man forte poi a questa inarrestabile espansione, è la sinergia venutasi a creare tra il 2012 e il 2015 con un’altra giovane stella: Frank Ocean. Un sodalizio artistico che ha contribuito a rendere ancor più succulento e particolare il mood sonoro del nuovo album, intitolato The Colour In Anything, terzo Lp dell'electro-writer londinese, annunciato a sorpresa dallo stesso tramite le frequenze della benamata BBC Radio 1 poche ore prima del lancio digitale. Un annuncio improvviso solo per metà, visto che i singoli “Timeless” e “Modern Soul” avevano di fatto preavvisato la platea circa l’imminente arrivo del nuovo album.

Oltre al già citato Ocean presente nella vesti del prezioso ispiratore in tracce come “My Willing Heart” e “Always”, Blake ha chiamato a sé anche l’illustre Justin Vernon (Bon Iver) con il quale aveva già interagito nel brano “Fall Creek Boys” presente nell’Ep del 2011 “Enough Thunder”, dando vita alla magnifica “I Need A Forest Fire”, uno dei brani più esaltanti del disco. L'artwork della copertina è stato inoltre realizzato da Sir Quentin Blake, noto illustratore britannico di libri per bambini. Il tratto elegante e dalle tinte pastello con la figura di Blake stilizzata in leggera penombra rimarca un’intimità genuina, in netta corrispondenza con gli umori espressi dal musicista. Mentre la presenza in cabina di regia dell’ultra navigato Rick Rubin arricchisce definitivamente il tutto, conferendo alla produzione la giusta quantità di collante sonoro tra le diverse strutture armoniche.


The Colour In Anything è innanzitutto un album cantautorale. Settantasei minuti e ben diciassette canzoni attraverso i quali il compositore mette definitivamente a nudo la propria anima. Le fughe elettroniche alla “Digital Lion” svaniscono e lasciano il posto ad un’introspezione poetica la cui patina elettrica avvolge e seduce senza mai abbandonare determinati confini, mentre nuove e delicate trovate “ritmiche” (si prenda ad esempio il metronomo a mo’ di scratch presente in “Love Me In Whatever Way”) non invadono eccessivamente lo spazio ricco di elementi terzi e micro articolazioni incasellate con estrema cura.


E’ ancora una volta l’anima gospel, annessa al modernariato di matrice soul, ad elevare sopra cieli aperti e immensi lo spirito inquieto e al contempo riservato del cantautore inglese. Un excursus melodico penetrante, che affonda con delicatezza la propria lama sottile mediante parole atte ad esternare in più di un’occasione intense prese di coscienza (“Don't use the word, forever/We live too long to be so loved/People change and I can be tethered/We think we are the only ones/You can't walk the streets a ghost anymore/You can't walk the streets a ghost anymore”). Tra le tracce dell’album spiccano in volo i fantasmi di un ventisettenne che insegue la pace interiore. Un ragazzo in fuga dal mondo, perso tra i suoi innumerevoli e inseparabili piani digitali, sempre pronti ad alimentare al meglio ciò che agita la mente e il cuore.


La voce calda e struggente di Blake talvolta pare provenire dal centro di una cattedrale post-moderna, con la tastiera sempre pronta ad avvolgere la scena, tra motivetti R&B in voce vocoder (“Choose Me”) e irresistibili aperture celesti dal flusso candido ed evocativo (la stratosferica “Radio Silence”).
I rimandi al passato sono decisamente nobili. Provate ad ascoltare "Peace Go With You, Brother (As-Salaam-Alaikum)" del duo Gil Scott-Heron/Brian Jackson o il Bill Whiters dimesso e asciutto di “Liza”, e avrete un’idea, seppur con le dovute distanze temporali, delle origini lontane di questa preziosa ricetta. Una formula che Blake provvede a lanciare direttamente su Marte, dando così luce ad un inimitabile affresco post dubstep, post soulstep, post tutto.




James Blake

Il battito del silenzio

di Giuliano Delli Paoli

L'evoluzione artistica del giovane electro-writer inglese prende vita alle lezioni di musica popolare ricevute alla Goldsmiths University di Londra verso la fine degli anni Zero, passando alla breve ma intensa carriera da dj nei club più in voga della capitale inglese, fino ad arrivare all'odierno cantautorato elettronico battezzato come "soul-step". Un percorso sonoro irto di intriganti commistioni ..
James Blake
Discografia
 The Bells Sketch Ep (Hessle Audio, 2010) 6
 CMYK Ep (R & S Records, 2010) 6
 Klavierwerke Ep (R & S Records, 2010) 6
 The Wilhelm Scream Ep (Atlas Recordings, 2011) 6,5
James Blake (Universal, 2011)8
 Enough Thunder Ep (Atlas Recordings, 2011)5,5
Overgrown (Atlas Recordings, 2013)7,5
The Colour In Anything (Universal, 2016) 8
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Air & Lack Thereof
(da Air & Lack Thereof/Sparing the Horses, 2011)
The Wilhelm Scream
(videoclip, da The Wilhelm Scream Ep, 2011)

Limit to Your Love
(videoclip, da James Blake, 2011)

Retrograde
(videoclip, da Overgrown, 2013)

Overgrown
(videoclip, da Overgrown, 2013)

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Recensioni

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(2011 - Atlas/A&m)

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