I’m breaking
I hide it well
‘Cause I can’t afford to replace the shell
And the anxious end up alone
‘Cause there are far too many things we can’t control
Che James Blake sia un’anima inquieta, in rotta di collisione con i tempi moderni e in particolare con le dinamiche dell’industria discografica contemporanea, è ormai storia vecchia. Il musicista inglese ha ribadito il suo sdegno più o meno globale tante volte via social, nelle interviste, ai concerti. Insomma, Blake incarna da un po’ di tempo il producer affranto, depresso per tutto e tutti.
“Trying Times” non poteva quindi che condensare gli umori sparsi recentemente da uno degli alchimisti di quella strana cosa chiamata soul-step. Il settimo disco di Blake è anche il primo a uscire per un’etichetta indipendente, la Good Boy, ammesso e concesso che questa definizione abbia ancora un senso profondo nel 2026, dato che l’Lp è, comunque sia, distribuito da un colosso.
“E’ il mio album preferito in assoluto. So che lo dicono tutti gli artisti, ma credo che questo sia il mio miglior lavoro possibile. È ciò che mi spinge ad alzarmi la mattina. E posso farlo con sicurezza perché ci ho dedicato venticinque anni”, racconta il cantautore per presentare tredici canzoni che esternano melodicamente (e tematicamente) un’inquietudine espansa e che abbraccia fette tra le più disparate della quotidianità di Blake con un cordoglio talvolta corale e altrove intimista. A cominciare dall’introduttiva “Walk Out Music”, che riprende di fatto gli scatti ritmici di “Unluck” per proiettarli ancora più in alto attraverso una tastiera epica e parole di rassegnazione.
You’re no good to anyone
Anyone
To anyone, anyone
Dead, dead, dead, dead
Dead
La successiva “Death Of Love”, in duetto con Jameela Jamil, espande questo navigare a vista e nell’ombra di Blake mediante una sinfonia mestissima spinta da un coro gospel funereo che fluttua sullo sfondo. Mentre “I Had A Dream She Took My Hand” apre le porte a un’improvvisa luce che entra in punta di piedi nello studio di registrazione, mentre Blake canta di un amore incosciente e da omaggiare alla stregua della banda del Titanic poco prima dell’abisso. Il tutto sempre con fare scarno e meditativo.
Blake canta infatti come un usignolo ferito, o meglio: un predicatore soul d’altri tempi che ha perso la speranza e non sa più come fare. E in questa lenta discesa verso il fondo del burrone, la title tracking emerge in tutto il suo bagliore. Si tratta di una ballata tanto essenziale quanto suprema, tra le migliori mai scritte da James Blake nella sua carriera. Così come l’altra perlina del lotto, “Make Something Up”, che rievoca (ancora una volta) il miglior Bill Whiters con un crescendo sul finale che ammalia.
Frattaglie soul spuntano anche in “Didn’t Come To Argue”, da contraltare all’elettronica sbarazzina di “Days Go By” che riporta di nuovo Blake al presente, in una sorta di hyper-ballad utile a presentare le successive movenze electro-urban di “Doesn’t Just Happen”, tra inserti rap e le immancabili vocine androgine alla Burial.
Therapy couch like Tony Soprano, black Viano
Hit an artery, stabbed in a major
That’s staccato, cash or card though?
I got the country’s sins on finance
I know we all wanna make it to Heaven, but it (It doesn’t just happen)
James Blake tende a scarnire nei momenti più cupi (“Obsession”) e al contrario elettrifica tutt’intorno quando c’è da “divertirsi” e scorrazzare come un A.G. Cook in preda all’ennesimo delirio pop quantistico (“Rest Your Life”). Sono momenti di mera decompressione, necessari per prendere fiato prima che una nuova nenia in dissolvenza riaffiori dalla porta principale per raccontarci quanto Blake stia male in mezzo alle persone di questo tempo e di questo mondo (“Through The High Wire”).
E’ un saliscendi di sentimenti interrotti e disincanti sociali, nel quale non poteva mancare una canzone come “Just A Little Higher”, ennesima ballata epica quanto basta per osservare da lontano un nuovo orizzonte possibile, mentre tutti fuggono via, le città diventano irriconoscibili e il ragazzo della via Gluck contempla il mondo tra un piano in lacrime e un violino appena sfiorato.
Con “Trying Times” Blake trova di nuovo la retta via, persa a sprazzi negli ultimi dieci anni tra uscite poco a fuoco e giri di boa tutt’altro che entusiasmanti. Dopo i primi tre meravigliosi dischi, il musicista londinese riassesta dunque la stanza e tira fuori un album di certo non da ascoltare tutto d’un fiato, ma che nelle corrette dosi può regalare momenti decisamente intensi e in buona parte anche commoventi.
21/03/2026