Dirty Three

Dirty Three

La voce del violino

di Claudio Fabretti

Hanno inventato una nuova formula, che spazia tra folk, rock e musica da camera. Con un violino struggente in primo piano. Tutto sui Dirty Three, la band che ha voluto dedicare un album all'Oceano
Chi pensa che il rock abbia esaurito la sua spinta creativa dovrebbe guardare meglio dalle parti di Melbourne, Australia. La megalopoli d'Oceania, oltre al suo "seme cattivo" Nick Cave, ha infatti generato negli ultimi anni una serie di gruppi indipendenti di primo piano. Su tutti, il trio strumentale dei Dirty Three, che ha coniato una sorta di "folk-rock cameristico" quantomai suggestivo e coinvolgente. L'arma in più di questo atipico ensemble australiano è il violino di Warren Ellis, musicista sopraffino e membro ormai fisso dei Bad Seeds di Nick Cave. Analogamente a quanto già compiuto da John Cale con la viola, Ellis ha ridisegnato l'uso di questo strumento all'interno del pentagramma rock. Non più sinonimo di eleganza classicheggiante, il violino, nelle mani ossute di questo folletto indemoniato, torna a essere semmai lo strumento del diavolo: un'alternativa alla chitarra elettrica, ancor più lancinante e violenta. Partendo da frasi iniziali sommesse e ipnotiche, dunque, Ellis riesce sempre a sviluppare spaventosi crescendo, in cui le corde del suo strumento paiono quasi spezzarsi, sospinte da una violenza che riporta alla mente più le gesta di Sex Pistols e Pil, che il romanticismo impetuoso dei Black Tape For A Blue Girl.

Così brutalmente seviziato e asservito all'indole depravata del rock, il violino perde per sempre il suo candore, ma senza rinunciare alle sue vibrazioni più meste e malinconiche. L'architettura sonora dei Dirty Three, infatti, resterebbe fin troppo algida e geometrica se non fosse pervasa da uno spirito fatalmente crepuscolare. Un'atmosfera struggente che avvicina idealmente le loro composizioni a quelle di un altro "visionario" doc della musica d'autore: Ennio Morricone. "La cosa più importante per noi è la tristezza della nostra musica", spiega il batterista, Jim White.

L'effetto è straniante, al limite della psichedelia d'avanguardia, e ben lontano dalle elucubrazioni cervellotiche, artefatte e di maniera di tanti altri polpettoni strumentali che hanno segnato il decennio Novanta. Warren Ellis stesso chiarisce il fine ultimo della band: "Ci proponiamo di esplorare la specificità lirica dei singoli strumenti, piuttosto che restare legati all'idea tradizionale di canzone".

Programmaticamente "ruvido" fin dal nome, l'approccio dello "Sporco Trio" riesce tuttavia a non perdere di vista un senso d'equilibrio reminiscente della loro formazione "classica". Merito anche della chitarra ritmica di Mick Turner, che si destreggia in un ampio spettro di suoni, tra virtuosismi jazz e impennate ai confini del punk. Turner è anche l'autore delle copertine dei dischi: suggestive trasposizioni figurative dei loro pezzi in poche pennellate, dense di colore, che si mescolano fino a confondersi. Quasi una raffigurazione cromatica del loro caleidoscopio sonoro, che svaria dal folk al blues, dal jazz alla psichedelia. Tra le loro influenze, non si possono non citare il free-jazz di Albert Ayler, ma anche gli esperimenti acustici della Penguin Cafè Orchestra e della Third Ear Band. E il fascino cupo del loro sound non poteva sfuggire al concittadino Nick Cave, che oltre a ingaggiare Ellis nei suoi concerti (semplicemente indimenticabile, per chi lo ha seguito dal vivo, il suo assolo di violino in "Stagger Lee") ha composto insieme al trio alcuni pezzi per la colonna sonora della serie televisiva X-Files. A conferma della particolare predilezione "visionaria" della loro opera, i tre hanno firmato anche le musiche per il film muto di Carl Dreyer "La passione di Giovanna d'Arco" e per la pellicola australiana "Praise".

Cresciuti nella scena underground di Melbourne, subito dopo l'esordio sulla lunga distanza con Sad And Dangerous (forte della ballata "esistenziale" di "Kim's Dirt" e del furore para-noise di "Short Break"), i Dirty Three intraprendono un lungo pellegrinaggio per gli Stati Uniti e per l'Europa che li trasforma in autentici globetrotter del rock. In questo periodo, i tre suonano come supporter con Nick Cave, Rickie Lee Jones, Beck, Beastie Boys, John Cale, John Spencer Blues Explosion, Pavement e Henry Rollins. Da qui il contratto con la Touch&Go, una delle etichette di punta del nascente "post-rock".

Dirty Three affina ulteriormente il loro stile, attraverso tracce dal forte impatto emotivo, come l'ouverture di "Indian Love Song", jam torrenziale di dieci minuti per chitarra e batteria, con Ellis impegnato a torturare sottilmente prima e a bacchettare poi le corde del suo violino in sottofondo. "Better Go Home" è invece un classico esempio dell'inverso: è Ellis a spadroneggiare col suo violino, supportato dal drumming marziale di White e dalla chitarra ficcante di Turner. Tra i tre strumenti-cardine della band, s'insinua una fisarmonica che suona ora molto francese ("Odd Couple") e ora molto country ("In The Last Night").

Lavoro di transizione, ma anche di maturazione del loro sound, il successivo Horse Stories contribuisce ad accrescere la fama dei Dirty Three anche grazie al terzo posto ottenuto nella classifica dei migliori album del 1996 della rivista mainstream "Rolling Stone". Dominano, stavolta, le lunghe ballate, come "1000 Miles", "I Knew It Would Come To This" e (soprattutto) la struggente "Horse", che sintetizzano efficamente i due mood principali della band, quello romantico-melanconico e quello cacofonico-punk. A far da detonatore al disco, invece, il valzer incandescente di "I Remember A Time When You Use", saggio di potenza e fragore al limite del noise.

È però con Ocean Songs (1998) che il trio australiano colpisce al cuore l'audience del rock, affermandosi come una delle realtà più importanti del decennio. Un successo legato anche alla produzione di Steve Albini, guru del rock indipendente statunitense. Ocean Songs è un concept-album dedicato al mare, costruito su motivi eterei e malinconici, densi di riferimenti classici e jazz. Così in "Black Tide", la batteria mima la risacca, il violino il vento, la chitarra gli sciaquii. È come se tra le note scrosciassero le onde, soffiasse il vento, cantassero i gabbiani e le sirene. Ma si respira anche quella malinconia che prende chi si trova a navigare sugli oceani o a contemplare il mare dalla spiaggia. Un'atmosfera che raggiunge il suo momento più estatico nella lunga suite di "Deep Waters".

Ogni solco di questo disco è intriso d'un lirismo fatato, che ha il sapore agro della salsedine e le tinte fosche degli abissi. Gli arpeggi dimessi della chitarra di Turner spalancano le porte di quest'atlantide sommersa nell'iniziale "Sirena", presto incalzati dal violino nervoso di Ellis e dal battito cadenzato di White: da qui il consueto crescendo, impreziosito dalle sovraincisioni di violino e viola, che si rincorrono disegnando sublimi volute. È invece la vena romantica di Ellis a emergere in "The Restless Waves", che sfodera una melodia sontuosa, scaraventando l'ascoltatore in una dimensione senza spazio né tempo; ancora una volta ricorre l'aspetto onomatopeico, con i cimbali di White a mimare il rumore dei flutti che si frangono contro la scogliera."Distant Shore", allora, provvede a riportare la quiete, contrapponendo le frasi minimali della chitarra di Turner alle scorribande del violino di Ellis. Quest'ultimo è l'indiscusso dominatore della lunga "Authentic Celestial Music", in cui, come nella successiva "Backwards Voyager", l'ospite David Grubbs sostiene l'impianto sonoro con i rintocchi liquidi del piano e con le vibrazioni dell'harmonium. Le sinuose trame di "Last Horse on the Sand" e "Sky Above, Sea Below" rappresentano la quiete prima della tempesta di "Deep Waters": undici minuti di maremoto, con il poderoso drumming di White a elevare, insieme al violino di Ellis, una imponente ondata sonora, che tutto travolge e sommerge. Nella conclusiva "Ends of the Earth", Ellis si divide tra il suo violino e il piano, generando una serie di sottili oscillazioni sonore, appena increspate dalle spazzole di White.

Navigando tra questi solchi, si perde ogni contatto con la realtà e si precipita lentamente in una dimensione contemplativa. È un'idea, oltre che una formula musicale, senza precedenti nel rock, ma che ha spinto la la critica ad avvicinare i Dirty Three al cantautorato "spleen" di Palace, Lambchop e Spain, e soprattutto al miglior post-rock, quello fatto di un'anima e non solo di virtuosismi. Ma Ellis non ne vuole sapere: "Una giornalista che faceva una tesi sul post-rock mi ha intervistato, dicendo che aveva nominato come esempi di questo stile i Tortoise e i Dirty Three. Ho dovuto confessarle che non sapevo neanche cosa fosse il post-rock! Queste definizioni sono energie sprecate: la musica è musica. Grazie a Dio!". A proposito, nei pezzi dei Dirty Three non manca anche una tensione mistica. Ed Ellis conferma: "Ho bisogno di qualcosa che giustifichi la mia esistenza. Credo profondamente nella spiritualità".

Anticipato dai due Ep Sharks e Ufkuko , l'album del 2000, Whatever You Love You Are, prosegue il discorso iniziato nel 1995 con Dirty Three , attraverso sei lunghe tracce limpide, emozionanti ed evocative, solo leggermente sporcate da una registrazione che lambisce a volte il lo-fi e da un'esecuzione che non è affatto accademica. La splendida suite d'apertura, "Some summers they drop like flys", pervasa da un'irresistibile malinconia, può forse essere annoverata come il loro capolavoro. "E' il nostro disco più solido e concreto - spiega Ellis -. Siamo passati a forme più strutturate, a un lavoro di affinamento più intenso che ha tolto qualche rigidità di troppo". I frutti di questo lavoro sono composizioni multiformi, capaci di entusiasmare ascoltatori svezzati con il punk e cresciuti a forza di estetica elettronica e raffinato post-rock. Una tale complessità musicale si spiega anche con la storia, ricca di contaminazioni, dei tre australiani, che si dividono tra Parigi, Londra e Chicago.

Nel 2001 i Dirty Three tornano con Lowlands, un disco dai toni più pacati, in cui la presenza del violino e del piano vengono ridimensionate a vantaggio soprattutto delle chitarre. Il risultato, tuttavia, a parte un paio di buoni brani come "Kangaroo" e "Lowlands", non pare all'altezza delle precedenti composizioni. Molti anche i progetti paralleli che hanno visto impegnati Ellis, Turner e White: da ricordare almeno i due dischi solisti di Turner, Tren Phantasma e Marlan Rosa , la collaborazione di quest'ultimo (come Marquis de Tren) con Will Oldham sul mini-cd "Get On Jolly", l'Ep omonimo dei Tren Brothers (alias Turner e White), nonché gli arrangiamenti di Ellis su "No More Shall We Part" di Nick Cave.

She Has No Strings Apollo (2003) è un altro viaggio nella loro musica, sospesa tra melanconia e struggente lirismo. Lo spettro sonoro di Ellis e compagni abbraccia sia le romantiche pagine musicali che hanno contraddistinto i precedenti lavori, sia il blues tipico delle ballate del repertorio di Nick Cave. "Con questo disco mi sembra di aver chiuso un cerchio, come se fossimo tornati all'inizio, ma avendo anche aggiunto qualcosa - racconta Warren Ellis - Penso voglia dire qualcosa condividere dieci anni sul palco e a scrivere canzoni. Ed e' qualcosa che non deve essere dato per scontato".
Si viaggia tra noise e post-rock, blues e country, tradizione e modernità. I Dirty Three sono sempre più affiatati, ma sempre più uguali a sé stessi. Spunta qua e là qualche melodia memorabile ("Sister Let Them Try And Follow"), qualche sconfinamento in ambiti più tradizionalmente rock ("Rude"), oltre a momenti di inconfondibile classe (l'elegiaca "Long Way To Go With No Punch", con il piano di Ellis in evidenza, il raga di "Alice Wading", la partitura "classica" della title track). Gli elementi che hanno reso grande la musica dei Dirty Three sono ancora tutti presenti, ma sembra che non riescano più ad amalgamarsi come un tempo. Quasi a dimostrare che anche una band strumentale, a volte, può perdere la propria "voce".

 

Grazie anche ai contributi di Chan Marshall aka Cat Power e Sally Timms dei Mekons, i Dirty Three si convertono ai "vocals" in Cinder (2005), diciannove tracce che tentano di riportare il trio sulle rotte magiche di fine millennio.
La gamma degli strumenti viene ulteriormente ampliata: dalla viola al bouzoki, dal mandolino al basso. E qualche suggestione non manca, a partire dal bel singolo "Great Waves", in cui il pathos di Cat Power conferisce nuovi colori alle tele strumentali dei tre australiani. Più classicamente-Dirty Three brani strumentali come "Flutter", condensato di musica da camera a nervi tesi, e la più malinconica "Too Soon Too Late", condotta su cadenze western da chitarre in stile Calexico, mentre "Doris" regala addirittura qualche impennata di funk, che va a innestarsi su una tessitura di matrice folk. "She Passed Trough" è un piccolo esercizio di scomposizione del ritmo, non distante dagli esperimenti dei Books.

Al di là dell'indubbia bravura dei tre e dell'intatta eleganza del loro sound, si ha l'impressione che l'onda magica delle "canzoni dell'Oceano" sia ormai in fase di risacca.

 

Il successivo Toward The Low Sun, completamente strumentale, è anzitutto un ritorno al passato. Lo stile del trio è sempre riconoscibilissimo: si alternano senza grosse sorprese ballatone lente alla "Ocean Songs" ("Moon On The Land", o la nostalgica "Ashen Snow"), pezzi decisamente più aggressivi come "That Was Was", in cui il violino è completamente distorto, e post-rock movimentato ("Rising Below", dall'incedere incalzante, vede due violini inseguirsi a vicenda).
Le canzoni meno tradizionali, e più interessanti, sono poste in apertura: "Furnace Skies" è un baccanale retto da percussioni caotiche sulle quali Turner e Ellis formano lentamente un muro di suono psichedelico, costantemente accompagnato da un loop incessante di chitarra; la bellezza di "Sometimes I Forget You've Gone" sta invece tutta nel contrasto tra una batteria schizofrenica che procede autonomamente rispetto a una melodia lenta e melliflua.

Contributi di Andrea Vascellari ("Toward The Low Sun")

Dirty Three

La voce del violino

di Claudio Fabretti

Hanno inventato una nuova formula, che spazia tra folk, rock e musica da camera. Con un violino struggente in primo piano. Tutto sui Dirty Three, la band che ha voluto dedicare un album all'Oceano
Dirty Three
Discografia
 Sad & Dangerous (Poon Village, 1994)

6

 Dirty Three (Touch & Go, 1995)

6,5

Horse Stories (Touch & Go, 1996)

7

Ocean Songs (Touch & Go, 1998)

9

Whatever You Love, You Are (Touch & Go, 2000)

7,5

 Lowlands (Anchor & Hope, 2000)

5

 She Has No Strings Apollo (Touch & Go, 2003)

5,5

 Cinder (Touch & Go, 2005)

5,5

 Toward The Low Sun (Drag City, 2012)

6

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Dirty Three su OndaRock
Recensioni

DIRTY THREE

Toward The Low Sun

(2012 - Drag City)
Il ritorno al passato della band australiana, a sette anni dall'ultimo "Cinder"

DIRTY THREE

Ocean Songs

(1998 - Bella Union)
Uno dei più visionari e commoventi lavori post-rock, firmato dal trio australiano

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.