Nick Cave - Birthday Party

Nick Cave - Birthday Party

Il seme cattivo del rock

di Claudio Fabretti

Dalle cantine di Melbourne al proscenio internazionale. Dalle atmosfere thriller degli esordi alle ballate dolenti della maturità. Dall'odissea della droga alla nascita del figlio Luke e alla "conversione" al Cristianesimo. La parabola del bardo australiano, tra inferno e redenzione
Lunga chioma nera, viso emaciato, sguardo tetro e profondo: Nick Cave ha anche le caratteristiche fisiche del poeta maledetto. E il suo vasto repertorio non è da meno: disperazione, orrore e morte si inseguono in canzoni malate, ossessive, ma sempre pervase da un'ansia di redenzione. L'immagine vampiresca che gli è stata cucita addosso, però, è da tempo diventata un peso per lui: "Chiamatemi pure cupo e disperato, ma credetemi, faccio di tutto per uscire da questo mito", implorò in un'intervista di qualche anno fa. E a giudicare dai suoi ultimi lavori, non si può certo dargli torto.

Un fiume a Melbourne

E' destino degli autori controcorrente come Cave essere fraintesi. Ma l'ambiguità, tra bene e male, vita e morte, follia e lucidità, ha sempre segnato l'opera del "bardo di Melbourne". Già, Melbourne, Australia. E' qui che il giovane Nick, figlio di una famiglia borghese, abbozza i primi tentativi artistici: "A scuola scrivevo poesie terribili. Poi ho imparato un paio di accordi al piano. Il risultato erano alcune delle peggiori canzoni del mondo". Non è mai stato tenero con se stesso, Nick Cave. Come quando arrivò a dire: "Tecnicamente e liricamente, il mio lavoro è rimasto sempre incatenato alla medesima ciotola di vomito". Accadeva dodici anni fa, il periodo più buio della sua odissea: "Sono sempre stato attratto dalle forze distruttive - racconta -. A Melbourne, un fiume divide la città: da una parte l'università, i quartieri residenziali; dall'altra la zona dei drogati e delle prostitute. Io frequentavo la seconda". A 19 anni, la prima esperienza con l'eroina: "Consumarla - ricorda - era come bere una tazza di tè al mattino, come sedersi in poltrona e tirare su i piedi: la sensazione di essere a casa. Sfortunatamente, smette di esserlo... Ora sono sotto controllo, anche se l'idea di ricominciare sopravvive nella parte più buia della mente".

Nick Cave è il cantautore più significativo degli anni Novanta, perché rispetto ai suoi colleghi riesce ad andare più a fondo. Sa esplorare gli abissi della mente, ai confini con (e spesso oltre) la follia. Sa terrorizzare e illuminare, sconcertare e commuovere. Eppure il suo esordio era stata pura cacofonia, con The Boys Next Door, una mediocre band punk influenzata dai suoni inglesi di fine anni Settanta. Ma già con i Birthday Party (guidati da Rowland Howard alla chitarra, e Mick Harvey piano e batteria), Cave infiamma le cantine di Melbourne. Anche la musica cambia: il punk lascia spazio a una liturgia elettro-blues dai toni drammatici, che sconfina, a tratti, nel gospel più spettrale. Un repertorio in bilico tra il rock depravato degli Stooges e gli psicodrammi claustrofobici dei PIL, il blues alticcio di Tom Waits e il dissacrante art-rock firmato Captain Beefheart.
Birthday Party (1980) è un affresco sconcertante di suoni sgraziati e cacofonici, che, oltre alle influenze citate, chiama in causa il punk più dissonante del Pop Group e la "danza moderna" dei Pere Ubu. Il singolo "Mr. Clarinet", stampato anche in Gran Bretagna dalla leggendaria 4AD, è una sceneggiata scandita a ritmi sincopati e meccanici, "Friend Catcher" un saggio del canto grezzo e depravato di Cave, mentre "Riddle House" introduce quei fiati che saranno un'altra componente caratteristica del loro sound .

Con i Birthday Party, Cave sbarca a Londra, dove subito fanno sensazione le sue esibizioni oltraggiose e violente. Il singolo " Release The Bats" prelude all'uscita del secondo album, pubblicato dalla 4AD, Prayers On Fire (1981), che delinea meglio i contenuti del loro bestiale dark-blues.
L'estetica gotica dell'epoca si fa sentire anche nella copertina, con un'immagine mossa che ricorda quella già usata per Siouxsie And The Banshees in "Kaleidoscope". Musicalmente, però, Cave e soci si lanciano in sarabande d'inaudita ferocia, come l'iniziale "Zoo Music Girl", in cui un organo di sottofondo viene letteralmente sfregiato dalle lancinanti distorsioni chitarristiche di Howard, dalle percussioni tribali di Phil Calvert e dal cantato brutale di Cave. Ritmo forsennato anche per l'elettroblues morboso di "Cry", in cui la strofa reiterata ossessivamente ("no fish can swim") e i continui saliscendi di ritmo preparano un finale incandescente, in cui Cave prorompe nel grido insensato "Fish cry!!".
Lo sciamano di Melbourne arriva perfino a celebrarsi in quella sorta di autoparodia che è "Nick The Stripper", con una sezione ritmica poderosa, appena disturbata dal sibilo straniante dei fiati, e una tortura chitarristica arpeggio-fraseggio-assolo cui fanno da contorno gli archi classicheggianti. Con la grottesca "Capers" e con il recitativo noir di "Just You And Me" siamo invece nei paraggi del cabaret allucinato dei Virgin Prunes. Il funk forsennato di "Dead Song", il quasi-country dai risvolti gotici di "Ho-Ho" e il blues abrasivo di "King Ink", infine, lasciano più chiaramente intuire i successivi sviluppi della carriera solista di Cave. Illuminato da una fervida vena creativa, il disco è un piccolo capolavoro oscuro della new wave e lancia Nick "The Ripper" Cave e la sua turpe ciurma alla ribalta della scena underground mondiale.

Ancor più oscuro e delirante è Junkyard (1982), che nasce anche dall'esperienza maturata da Cave sul palco al fianco di un'altra anima dannata del rock come Lydia Lunch. L'isterica title track è quasi un saggio della potenza vocale acquisita dal bardo australiano, mentre il vodoobilly di "Dead Joe" è un'ulteriore dimostrazione dell'affiatamento ormai raggiunto dal gruppo, con Howard che sfodera una chitarra metallica e lancinante e la sezione ritmica che gli contrappone una sequela di tempi sconcertanti. Completano il quadro, la nuova scorribanda funk ad alto tasso alcolico di "Big-Jesus-Trash-Can" e la sceneggiata melodrammatica di "She's Hit".

Prima di sciogliersi e confluire parzialmente nei Bad Seeds, i Birthday Party pubblicano nel 1983 un paio di Ep, sempre attraversati da una fiamma di limpida follia. Sul primo, intitolato The Bad Seed, svetta l'angosciante delirio di "Wild World" che, trasformato in uno dei suoi terrificanti crescendo, diverrà uno dei cavalli di battaglia di Cave dal vivo. Sul secondo, Mutiny (1983), si mettono in luce soprattutto la litania spettrale di "Jennifer's Veil" e l'allucinazione rumorista di "Mutiny In Heaven. Dalle ceneri dei gloriosi Birthday Party - come si accennava - nasceranno i "Bad Seeds" (i "semi cattivi", da un passo dei Salmi sulla crudeltà innata), la grande formazione capitanata dal chitarrista Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten) che accompagnerà la lunga carriera solista di Nick Cave. Un'avventura che inizia subito nel modo più sconvolgente.

La voce dell'apocalisse

Un clima da apocalisse pervade From Her To Eternity (1984), debutto da solista di Cave, in un susseguirsi febbricitante di licantropi e orge punk, deliri psicotici e spasmi di un moribondo. Il tutto reso ancor più incisivo da una voce baritonale, profonda e inquietante. Apre il disco la cover di un brano del suo "maestro" Leonard Cohen, "Avalanche", sfigurato in una ballata a tinte fosche: l'incedere marziale e funereo al contempo della batteria accompagna il dialogo febbrile tra basso e chitarra, sui cui si erge la voce mefistofelica di Cave. "In The Ghetto" è invece l'omaggio all'altro suo nume tutelare, Elvis Presley, anche questo stravolto, grazie soprattutto alla chitarra di Bargeld che mima gli archi con lo slide. Nei sei minuti di "Cabin Fever", Cave diventa una sorta di spettro del capitano Achab in un vascello alla deriva: è un nuovo delirio, che si libra su un terrificante crescendo. Citazione ancor più diretta per "Saint Huck", dove l'Huckleberry Finn di Mark Twain si veste delle fosche tinte di Faulkner divenendo "santo" e martire, proprio come Elvis ("Sant'Huck-San Elvis"). La fine dei Birthday Party viene celebrata nel grottesco requiem di "A Box For Black Paul", mentre la passione di Cave per il Sud degli States si sublima nella dolente ode di "Well of Misery", dedicata agli schiavi delle piantagioni di cotone dell'Alabama. Ma il vero capolavoro del disco è probabilmente la title track "From Her To Eternity": gioco di parole sull'omonimo romanzo/film, in cui le lugubri frasi di piano alimentano un clima claustrofobico, mentre il canto singhiozzante di Cave instilla un senso di profonda desolazione e infelicità.

L'America del profondo Sud e della frontiera, quella dei predicatori folli, dei desperado e dei miti di cartapesta, è invece assoluta protagonista del secondo album, The Firstborn Is Dead (1985).
Ancora accompagnato dai Bad Seeds, ai quali si è nel frattempo aggiunto il bassista inglese Barry Adamson, Cave rinnova il suo amore per Elvis eleggendolo addirittura a messia, trasfigurazione rock di Gesù nella tempestosa "Tupelo", un'altra filastrocca "malata" alla sua maniera. Ma è anche l'album in cui Cave proclama il suo amore per il blues rurale di Robert Johnson e di Blind Lemon Jefferson (cui è dedicato il brano omonimo). Un blues che culmina nel nell'handclapping della psicotica "Black Crow King" e nella lancinante "Knockin' On Joe", costruita su un bel dialogo armonica-piano e dedicata a un ergastolano che si rifugia nel ricordo della donna amata.
La cupa "Say Goodbye to the Little Girl Tree", storia di un uomo il cui amore autodistruttivo per una bambina lo porta a volere che non cresca mai, è un anticipo delle murder ballads di qualche anno dopo. Infine, c'è posto anche per un'altra cover, quella di "Wanted Man" di Bob Dylan.

Kicking Against the Pricks (1986) è lo schiaffo di Cave ai critici musicali e ai suoi detrattori: sono loro, infatti, gli "stronzi" da "prendere a calci"... Disco doppio, eterogeneo e caotico, si basa in gran parte sul recupero di classici della tradizione pop-rock americana. Particolarmente suggestive (e allucinate) le cover di "I'm Gonna Kill That Woman" di John Lee Hooker, unica reminiscenza del blues degli esordi, e del classico hendrixiano "Hey Joe", mentre "All Tomorrow's Parties" riesce a essere quasi cupa quanto la versione originale, firmata Velvet Underground. Il tributo struggente al grande Johnny Cash è affidato addirittura a un trittico: la oscura "The Singer" e i due spiritual-gospel di "Jesus Met The Woman At the Well" e "Long Black Veil". Cave scava nelle radici della musica popolare americana, estraendone il cuore nero, l'anima più oscura e straziata. Il disco, tuttavia, rinuncia ai blues infervorati dei primi due dischi, virando verso una forma di cantautorato noir più in linea con quelli che saranno i successivi sviluppi della carriera di Cave. Per molti fan della prim'ora, è un piccolo "tradimento".

Nato dall'unione di due Ep e da una fase critica della storia dei Bad Seeds (senza più Adamson e con i nuovi ingressi del pianista tedesco Thomas Wolf e del chitarrista americano Kid "Congo" Powers, già in Cramps e Gun Club), Your Funeral, My Trial (1986) è inevitabilmente un disco di transizione. I suoi meriti, però, sono certamente superiori a quelli che la critica gli attribuì all'epoca. Merito soprattutto della malia oscura e decadente che lo pervade, frutto anche della produzione di Flood e delle morbose notti trascorse dall'ensemble a Berlino. Svetta, in particolare, un tris di ballate da brividi: l'acustica "Sad Waters", la malata "Stranger Than Kindness" e la funerea title track. Ma il vero tour de force del disco è il cabaret grottesco di "The Carny", con uno sfibrante recitato di Cave avvolto in atmosfere ossessive, quasi una versione "gotica" del sound morriconiano. Degno di nota è anche il testo, che narra le vicende a tinte fosche di un imbonitore, accompagnato da un ronzino e da un'accolita di freak, nani e mostri assortiti: "E mentre la compagnia lasciava la valle/ per risalire l'altopiano/ La pioggia batteva il crinale, batteva il prato/ E il tumulo/ Finché nulla rimase, nulla di nulla/ Tranne il corpo di Dolore/ che si rialzò in tempo/ per fluttuare sulla superficie di quel suolo corroso/ E una moltitudine di corvi si mise a volare in cerchio/ Prima uno, poi gli altri planarono lugubremente". "The Carny" è uno dei grandi capolavori di Cave: sarà il brano prescelto un anno dopo da Wim Wenders nel film "Il cielo sopra Berlino". L'anima più veemente del bardo australiano si esalta nelle scorribande di "Jack's Shadow", "Hard On For Love" e "She Fell Away", mentre quella più romantica si strugge nell'appassionata rivisitazione della "Long Time Man" di Tim Rose. Nel frattempo, Cave attraversa una profonda crisi personale, che sfocia anche in una caotica gestione della sua attività artistica. I progetti a cui si dedica sono costantemente interrotti, molti concerti finiscono in rissa, e la sua vita berlinese si fa sempre più dissoluta e devastante, per via soprattutto della dipendenza dall'eroina. Un annus terribilis che culminerà nell'arresto a Londra per possesso di 0,884 grammi di eroina.

Tutto questo enorme grumo di sofferenze partorisce, però, un disco straordinario come Tender Prey (1988), che segna, quasi paradossalmente, uno dei vertici della sua carriera. Basterebbe anche solo un brano per scomodare il termine "capolavoro": "The Mercy Seat", "la sedia della misericordia", quella cioè su cui giacciono i condannati a morte. E' uno dei suoi brani più apocalittici e trascinanti, con una frase ritmica reiterata ossessivamente ed estesa via via, fino ad assumere le cadenze di uno spaventoso crescendo. Cave canta con la disperazione di un eretico che sta bruciando sul rogo, come in effetti brucia la testa dell'uomo che si accinge a sedere sulla dannata sedia: "Into the mercy seat I climb/ My head is shaved, my head is wired/ And the mercy seat is waiting/ And I think my head is burning". Dettagli raccapriccianti, per un brano che da solo varrebbe la carriera di un cantautore: epico, struggente, immenso.
Il tema della condanna come predestinazione grava morbosamente su tutto il disco: così nella ballata oscura di "Up Jumped the Devil", il compagno del diavolo deve fuggire in eterno; nella dolente "Mercy", San Giovanni Battista deve fare i conti con la prigionia e la morte; nella dimessa "Sunday's Slave", l'eroinomane è condannato a un'eterna schiavitù dalle droghe; nel rituale valpurgico di "Sugar Sugar Sugar", la protagonista è destinata a essere violentata e uccisa; e non sarà tanto migliore la sorte dei due criminali erranti celebrati a ritmo di garage-rock in "Deanna".
In queste brume di cupa desolazione, filtra però qualche raggio di sole, un lieve anelito di pace e redenzione, seppur espresso in litanie para-religiose da predicatore invasato, come "City Of Refuge" e la conclusiva, quasi ottimistica, "New Morning". I Bad Seeds sono al culime della forma e suonano con fervore indemoniato, assecondando alla perfezione l'inquietante baritono di Cave.

Brasile, amore e macerie

New York, Berlino, Londra: sono queste le città che Cave ha amato di più. Ma è San Paolo, Brasile, ad avergli lasciato le ferite più profonde. Ed è un'aria densa di struggente saudade quella che impregna un altro capolavoro della sua produzione,The Good Son (1990). La melodia lenta, serena e rassegnata di "Foi Na Cruz" è il preludio a un continuo alternarsi di atmosfere inquiete e instabili e di ballate dal passo lento e solenne. Perfetto esempio di tutto ciò è la title-track, un lungo, schizofrenico delirio, in cui Cave fa seguire un nevrotico crescendo carico di angoscia a cori gospel e meravigliose aperture sinfoniche. "Sorrow's Child" è una ballata carica di un fascino arcano e misterioso: il canto cavernoso e lugubre di Cave raggiunge qui il culmine della sua potente, terribile intensità.
Condotta a un ritmo di bossanova languido e ipnotico, "The Weeping Song" si snoda sul duetto tra Bargeld e Cave, che impersonano rispettivamente un padre e un figlio mentre osservano sconcertati come tutti intorno a loro siano in preda alla disperazione. Un brano sinistro e minaccioso, forse il momento più oscuro e pessimista dell'opera, tutto l'opposto della successiva "Ship Song", elegante ballata dal sapore quasi fiabesco. Ancora un brusco cambio di registro arriva con "The Hammer Song", pezzo che i Bad Seeds colorano di volta in volta di toni western e noir, esotici e apocalittici, mentre Cave rispolvera per l'occasione i vecchi panni del predicatore indemoniato.
"Lament" torna invece ad avvolgere con languide aperture sinfoniche e con melodie suadenti, in uno stile classico, se non addirittura retrò, di grande finezza. Il travolgente spiritual di "The Witness Song" prelude alla meravigliosa malinconia notturna di "Lucy", un canto d'amore e dolore che sfuma in una coda onirica, a chiudere l'album su note romantiche e sconsolate.

E' un Brasile atrocemente devastato, sprofondato nelle sue favelas e attraversato da squadroni della morte quello che fa da sfondo a "Papa Won't Leave You Henry", il brano di punta del successivo album Henry's Dream (1992). Dietro il titolo apparentemente consolatorio e le cadenze da ninnananna, si cela un incubo tra i più apocalittici di Cave, narratore sempre avvincente, qui assecondato da una nevrastenica sezione d'archi in crescendo e da un incalzante coro gospel. Nel complesso, però, si tratta di un album più in sordina, in cui Cave si limita a riciclare sapientemente i generi-cardine del suo repertorio (blues, folk, gospel, rock) ammantandoli dell'ormai collaudato sound "cupo" dei Bad Seeds (nei quali Harvey sostituisce il dimissionario Powers alla chitarra).
Degni di menzione, comunque, almeno altri quattro brani: "John's Finn Wife", ovvero una delle tipiche murder ballads cui Cave avrebbe dedicato un disco tre anni dopo (protagonista un uomo disposto a uccidere, pur di sottrarre la moglie a "John Finn il pazzo"), la nenia sommessa di "Brother, My Cup Is Empty", sfigurata dal grido di Cave nell'esplosione finale, la solenne "Christina The Astonishing", con un melodismo d'intensità quasi religiosa, e la romantica litania di "Straight To You", intonata in un registro funereo, con accompagnamento d'organo.

Ancora San Paolo, Brasile, terra di poesia e di sentimenti amari: è qui che Nick ha incontrato la sua musa, la stilista Viviane Carneiro, da cui avrà un figlio e atroci sofferenze d'amore. "Sei stata la punizione per i miei peccati", griderà in "Let Love In". E ancora: "Una volta arrivò una tempesta sotto forma di ragazza/ fece a pezzi il mio mondo.../ e a volte giurerei di sentire ancora il suo ululato/ attraverso le macerie", ribadirà nella struggente "Ain't gonna rain anymore". Sono due brani di Let Love In (1994), l'album che lo trasformerà da artista di culto in rockstar, grazie alla splendida ballata pianistica del singolo "Do You Love Me?" (sull'iniziazione sessuale violenta di un ragazzino in un cinema), ma anche al blues animalesco in stile Robert Johnson di "Loverman" e alle due vibranti invettive antiamericane di "Jangling Jack" (il triste destino di un inglese ucciso a pistolettate in un bar degli Stati Uniti) e di "Red Light Hand" (j'accuse contro i predicatori religiosi), entrambe interpretate da Cave con un piglio malefico degno degli esordi.

Gotico, poesia e diavolesse

"Tutto conduce a Edgar Allan Poe", disse una volta Allen Ginsberg. Si riferiva a Baudelaire, Burroughs e, nella musica, Dylan. Oggi, nel rock, è proprio Cave, con le sue ballate ossessive, con le sue poesie funeree e con le tinte malate del suo teatro, ad aver tradotto in musica lo spirito dannato del padre della letteratura gotica. Ma i riferimenti letterari non sono solo Poe e tutta la narrativa gotica, da LeFanu a Faulkner. I versi di Cave rievocano le apocalissi di Milton, la delicata disperazione di Keats, le profezie di Blake, il teatro della crudeltà di Artaud, la maestosità delle Sacre Scritture. Ma è anche l'amore, un amore straziante, atroce, folle, a caratterizzare le sue storie. Storie che non si esprimono soltanto sotto forma di canzoni. Nel 1988 Cave ha pubblicato il suo primo romanzo, "And the ass saw the angel" ("E l'asino vide l'angelo"), ispirato dalla Bibbia e dalla narrativa gotico-sudista di Faulkner e O'Connor. E il libro è stato pubblicato anche in versione cd dalla Mute Records. La lettura da parte di Cave dei brani del romanzo è accompagnata dalla musica di Mick Harvey e di Ed Clayton Jones, per una produzione del Teatro di Sydney.

Il cantautore australiano è stato anche protagonista di manifestazioni letterarie, come il "Festivaletteratura" di Mantova. Già, perché Cave e' anzitutto un poeta: "Non so se la frattura che la tv ha creato nel linguaggio della comunicazione sia insanabile - osserva -. La gente è derubata del linguaggio lirico, dell'immaginazione. Ma se c'è anche una sola speranza di tornare alla cultura dell'intensità, bisogna provarci: Poe, Eliot, Dickinson, non importa chi. Bisogna dare luce alla poesia, perché la poesia invoca luce, anche se, in fondo, la poesia migliore è sempre quella dell'oscurità'".
Sembra così una sorta di affronto il fatto che nel disco ideato da Hal Willner con le poesie di Poe recitate anche da musicisti, manchi all'appello proprio la voce cupa di Cave. Una voce che continua a incantare il pubblico mondiale, che assapora con passione il suo canzoniere cupo e dolente, inframezzato dai suoi tipici (e spaventosi) deliqui, che sprofondano in gospel viscerali e blues forsennati. Come se l'impeccabile croonerin completo scuro, capace di commuovere con melodie dal sapore antico, fosse, a un tratto, riposseduto dal demone che ne ha segnato la vita. Un "demone" che Cave ha portato anche sul grande schermo. Nei panni di se stesso, si è esibito nel film di Wim Wenders "Il cielo sopra Berlino". Poi, ha interpretato un detenuto psicotico in "Ghosts... of the civil dead" di John Hillcoat, di cui ha curato anche la sceneggiatura. E un memorabile videoclip lo ha visto protagonista di una stralunatissima versione del classico di Louis Armstrong "What A Wonderful World", in compagnia del suo amico iper-alcolizzato Shane MacGowan (ex-Pogues).

 

 

Prima di sfondare in tutto il mondo, Nick Cave ha vissuto a lungo nell'anonimato. Per molti il suo nome era legato a un video dei Cars in cui il cantante Ric Ocasek appendeva ovunque locandine dei suoi concerti. Poi, è arrivata un'imprevedibile ondata di successo. Ma il bardo di Melbourne è sempre rimasto un personaggio scontroso, introverso. Ha rifiutato di partecipare agli Mtv Music Awards. Anzi, ha chiesto perfino di essere cancellato dalle nomination perché la sua musica "non vuole essere in competizione con nessuno". Difficili anche i suoi rapporti con stampa e pubblico. Un pubblico che comunque lo idolatra e si preoccupa perfino della sua salute. "Non fumare, ti fa male", gli ha gridato uno spettatore durante lo show di Mantova. In risposta ha ricevuto una boccata di fumo e un gestaccio; ma forse era proprio quello che si aspettava. Impossibile, durante i concerti, distogliere lo sguardo da questo allampanato cantastorie, che riempie il suo pianoforte di cenere e bigliettini di appunti. I suoi show, infatti, hanno una forza ipnotica che va al di là delle canzoni. E riescono a mantenere un clima da thriller anche nei momenti più morbidi.

Sempre imprevedibile, dunque, questo cantore dell'apocalisse, in perenne conflitto tra l'ossessione per tutto ciò che è turpe e malato, e una disperata ansia di redenzione. E la conflittualità ha segnato anche il suo rapporto con le donne. Un rapporto che, nel fervore allucinato dei suoi versi, si e' tradotto in una galleria di prostitute fatali, mogli perfide, diavolesse. Come nelle sue Murder Ballads (1996), "ballate omicide" dal bilancio inquietante: sette assassini, tre assassine e sessantasei vittime. Fedele a un tema tipico del folk anglosassone, è uno dei suoi dischi più fortunati (circa un milione di copie vendute) e l'apice della sua passione per il thriller. Le protagoniste? Sono vittime incantevoli, come Elisa Day, uccisa dal suo primo amante (e intrepretata dalla popstar Kylie Minogue nel magico duetto a ritmo di valzer di "Where The Wild Roses Grow"); o come Mary Bellows, ammanettata al letto con un proiettile in testa. Ma sono anche efferate carnefici, come l'amante delusa di "Henry Lee", cui dà voce la cantautrice inglese PJ Harvey. O come la quindicenne Lottie di "The Curse Of The Millhaven", che dà fuoco a un quartiere di baraccati, uccidendo venti bambini.
La foga demoniaca dei suoi tempi d'oro, però, riappare (quasi) solo nella sceneggiata di "Stagger Lee" (che, grazie anche al violino di Warren Ellis, diventerà un cavallo di battaglia nelle sue esibizioni dal vivo); per il resto Cave veste con abilità i panni del narratore noir, dell'affabulatore cattivo, anche se in "O'Malley's Bar" diventa financo logorroico, raccontando di assassinii e crimini assortiti per ben 15 minuti. Dopo tanta crudeltà, il corale conclusivo di "Death Is Not The End" (cover di un brano di Bob Dylan) suona quasi come una lugubre consolazione. Troppo odio? In un'intervista a Melody Maker, Nick Cave arriverà perfino a chiedere scusa: "So di aver mal rappresentato le donne nelle mie canzoni e di aver descritto male i miei sentimenti verso di loro. Ho inventato un tipo di donna da usare per fini artistici, per scaricare i miei sentimenti negativi. Sento di dovermi scusare. C'era una perversa vendicatività in molte cose che ho scritto: l'ho fatto solo per ferire delle persone".
Nel complesso, Murder Ballads è uno dei suoi dischi più gradevoli e accessibili, anche se certamente non tra i primissimi per originalità e pathos.

La redenzione

Non deve sorprendere il "mea culpa" sulla misoginia: è infatti un Cave quantomai riflessivo quello che si affaccia sul nuovo secolo. Un Cave che si rifà alle "ballate della redenzione" di Leonard Cohen e cerca conforto nel Cristianesimo. Lo sciamano sacrilego degli esordi, insomma, si sta trasformando in un sommesso predicatore. Così, nell'album The Boatman's Call, colui che cantava il "Re dei cieli" nato a Tupelo, ovvero Elvis Presley, esorta ad ascoltare il richiamo di Gesù "the boatman", l'uomo della barca, che invita alla consolazione tra gli uomini. "L'amore e la teologia sono gli unici temi che mi interessano - ha dichiarato in una recente intervista -. Le mie responsabilità di artista sono di cantare e suonare il piano; il resto spetta a Dio". Niente male, come atto di fede, per un'anima dannata... Un Cave cristiano, dunque, ma non credente in senso stretto. "Non credo in un Dio interventista", precisa nella tenera ballata di "Into My Arms". "Per Cave l'amore umano è grande, ma se ne va. Dio è grande e affidabile, ma non esiste, o, se esiste, non fa nulla per dimostrare la sua potenza", scrive Phil Sutcliffe sul mensile britannico "Q".

Prima della svolta, il rocker di Melbourne ha rischiato di finire nel pantheon delle "vite bruciate" del rock. Nel 1988 è entrato in clinica per disintossicarsi dall'eroina. E il ricovero nell'austera Broadway Lodge Clinic, necessario per scampare a una pesante condanna penale in seguito all'arresto di Londra, ha segnato anche l'inizio di una fase nuova, più matura, della sua odissea.

 

Mentre il mondo oscuro e inquieto del cantautore australiano veniva raccolto nel doppio cd-antologia

The best of Nick Cave & The Bad Seeds (sedici successi, più sei brani registrati dal vivo alla Royal Albert Hall di Londra), la sua musica subiva una lenta trasformazione. Nick Cave sembra aver definitivamente abbandonato gli eccessi e la foga punk degli esordi per abbracciare un cantautorato assai più morbido, meditato e austero. Ed è la sensazione che trapela anche dal suo disco del 2001, No More Shall We Part. Un disco severo e dolce al tempo stesso, dodici tracce che cercano di tessere il filo delle ultime produzioni di Cave, cercando un punto d'incontro tra le solenni ballate di "The Boatman's Call" (1997), il profumo d'amore e morte di Murder Ballads (1996) e la rabbia viscerale dell'amore tradito di Let Love in (1994).

Musicalmente, la formula di No More Shall We Part scaturisce da una miscela formidabile: le struggenti decorazioni di violino di Warren Ellis dei Dirty Three ("Oh My Lord", "Sweetheart Come"), la profondità delle armonie vocali di Kate e Anna McGarringle ("Hallelujah", "Love Letter", "Gates To The Garden"), il contegno sobrio e rigoroso delle chitarre di Blixa Bargeld e Mick Harvey, ovvero i Bad Seeds, la storica band di Cave, i crescendo tumultuosi di pianoforte ("Fifteen Feet Of Pure White Snow"), oltre alla consueta, incredibile intensità vocale dello stesso cantautore australiano. La rabbia, i toni crudi e violenti delle produzioni musicali precedenti, sembrano essersi placati in un contegno austero, ma non per questo meno drammatico. Anche perché resta l'asprezza delle liriche, che mescolano religiosità inquieta e disperazione terrena.

Il viaggio di No More Shall We Part inizia con il singolo "As I Sat Sadly By Her Side", una tenera ballata cantata da Cave in un insolito registro tenue e malinconico, si prosegue con la struggente title track per piano e voce, per proseguire su un sentiero più spiccatamente religioso con brani come "Hallelujah", "God Is In The House" e " Oh My Lord". Ma sotto la cenere di una quiete apparente brucia il fervore punk degli esordi. Un fervore che incendia "Fifteen Feet Of Pure White Snow". I sentimenti più delicati prendono il sopravvento, invece, in pezzi come "Sweetheart come" (con accompagnamento di pianoforte e violino), "The Sorrowful Wife" e in quella "Love Letter" che più di una lettera d'amore sembra quasi una preghiera. Ma la malinconia torna a far male nella conclusiva "Darker With The Day", in cui l'animo dell'amante solitario si incupisce man mano la giornata si dispiega davanti ai suoi occhi.
No More Shall We Part è la nuova testimonianza dell'ansia religiosa di Cave, ma anche della sua solitudine, della sua ricerca d'amore e dei suoi momenti di disperazione.

 

Nick Cave è ormai un "classico" come, in fondo, sono sempre stati i suoi modelli: Cohen, Dylan, Waits, Cale, Beefheart. E' un rocker esperto, che ha fatto tesoro degli insegnamenti del fosco mondo biblico e mitico in cui ha vissuto per anni: "Un mondo mitologico in cui potevo a tutti gli effetti vivere e in cui bene e male non si incontravano mai". Non può stupire, quindi, vedere l'ex-istrione delle cantine punk australiane passeggiare a Portobello Road, Londra, tenendo per mano il piccolo Luke, il figlio nato dalla relazione con Viviane Carneiro. Passati i baccanali della giovinezza, è il tempo dell'auto-ironia: "Il vantaggio di invecchiare è che non si devono più frequentare i giovani", ha beffardamente affermato.

Nel 2003 Cave pubblica Nocturama, che però delude notevolmente le attese. Registrato in una sola settimana negli studi di casa, i SingSing di Melbourne, con accanto Nick Launey il produttore dell'epoca dei Birthday Party, l'album vorrebbe essere il primo tassello di una trilogia che segnerà un ritorno alla semplicità musicale delle origini. Intento lodevole ma non supportato, almeno in questo caso, dal risultato finale. La fretta con cui il disco è stato concepito si sente tutta, come anche il ritrovato equilibrio interiore del cantautore australiano: ogni brano del Cave "pacificato" di questo album fa rimpiangere quei tormenti che avevano dato vita a tanti capolavori.
Tra le ballate nessuna è degna del suo repertorio abituale, la più riuscita è forse "Rock of Gibraltar": certo non "Bring It On", il primo singolo, quasi una canzone pop, gradevole ma debole e poco ispirata anche nell'uso dell'ospite Chris Bailey; e sono solo sporadici gli episodi che rispolverano la sua verve di narratore "maledetto" ("Dead Man In My Bed") o che danno modo ai Bad Seeds di sfoderare tutto il loro talento e il loro invidiabile affiatamento (la lunghissima jam finale "Babe I'm On Fire").

Il doppio Abattoir Blues/ The Lyre of Orpheus del 2004 è un progetto più ambizioso, anche se non sempre sorretto da un'adeguata ispirazione in fase di scrittura. Ad accompagnare Cave, i fidi Bad Seeds (qui in formazione a 7, ma senza Blixa Bargeld) più Warren Ellis al violino, mandolino, flauto e bouzouki. "Get Ready For Love" è un rock impetuoso, esaltato dalle voci femminili del London Community Gospel Choir. "Cannibal's Hymn" è ballata rock in difesa delle capacità salvifiche dell'arte, il ritmo scandito da una chitarra oscillante e trattenuta. "Hiding All Away" è "Murder Ballads" sparato insieme a Robert Johnson e Mick Jagger nel fuoco sacro del noise-blues, l'esaltazione lussuriosa e ammaliante del peccato. "Nature Boy", il primo singolo estratto dall'album, è la faccia buona della medaglia, con sull'altro lato "Bring It On": impasto che riecheggia l'orecchiabilità mai superficiale degli Rem. "Fable Of The Brown Ape" chiude il primo atto dell'opera raccontando una storia, in fondo la stessa con cui si apre "The Lyre of Orpheus", sadica e maledetta reinterpretazione dell'antico mito greco su un swing ipnotico e vorticoso. "O Children" sfodera la medesima disillusione universale di "Sorrow's Child" e il pianto cosmico di "Weeping Song", in una ballata cristallina stile Cave ultima maniera.
Nel mezzo, un insieme di pezzi convincenti: parole come saltimbanchi sulle note in "Messiah Ward", il mesmerismo di "Abattoir Blues", la pastorale "Breathless", l'incespicante ed epica "Easy Money", la rutilante "Supernaturally". Non mancano, però, alcuni vuoti d'ispirazione ("There She Goes, My Beautiful World"), una sporadica frizione tra la poetica dei testi e una certa scontatezza della musica ("Let The Bells Ring", dedicata a Johnny Cash) e qua e là un abuso dell'elemento coristico, che invece di fare da contrappunto alla voce di Cave sembra prendere il sopravvento.

Il progetto Grinderman si presenta come la nuova incarnazione di Nick Cave, il ritorno alle origini, ai fasti dei Birthday Party e via chiacchierando. In realtà, Grinderman, pur segnando dando segni di una rinnovata vitalità, si mantiene lontano dai fasti di un tempo.
La riduzione a quartetto dell'orchestra Bad Seeds - con l'estromissione dal nucleo creativo del fondamentale Mick Harvey - abbia giovato al prodotto finale: poco piano, molte bizzarrie di chitarra o (soprattutto) di violino elettrificato e quindi distorto, effettato eccetera, e soprattutto un'asciuttezza complessiva. Come non c'è dubbio che l'approccio più frivolo e meno mediato alla materia abbia sfornato canzoni di buona statura, molto più maleducate, stringate, concise e immediate del solito.
L'unico appunto è che sono passati più o meno 25 anni dall'epoca in cui gli eccessi musicali di Nick Cave erano parto di un'irruenza e di una sfacciataggine tutte giovanili; oggi, anche nei momenti più furiosi, a prevalere sono il mestiere e un'invidiabile lucidità. "Get It On" si aggrappa su uno scheletro chitarristico bruciante e ripetitivo, e inaugura la scaletta alla grande; "No Pussy Blues" le è degna compare, incalza e scuote; "Electric Alice" e "Grinderman" sospendono la partita rock e impongono una sosta inquietante - con un Cave solenne come non sentivamo da tempo.
Quindi, una sferzata rock/soul, con "Depth Charge Ethel", pezzo concitato e inquieto inaugurato da un ficcante bicordo di organo distorto.
Poi una sequenza di brani più vicini al Cave recente. "Go Tell the Women" e "I Don't Need You (To Set Me Free)" girano attorno a riff di basso, la prima scarna e quasi soul, la seconda più muscolosa e dominata dagli archi. "Honey Bee" è costruita con la stessa formula coinvolgente di "Ethel", con le punteggiature di organo e altre elettricità che piovono ovunque. E come fossimo scesi dalle montagne russe, la pausa di tranquillità di "Man In The Moon", l'intorbidimento di "When My Love Comes Down" e il gran finale rock di "Love Bomb", con il violino elettrificato per l'ennesima volta sugli scudi.
Nessun "ritorno alle origini", insomma: a conti fatti, i Grinderman sono soltanto una versione più agile, sbarazzina ed efficace degli ultimi Bad Seeds.

Nel frattempo il cinema assume un ruolo di primo piano per Cave, dapprima co-sceneggiatore per il western "The Proposition" di John Hillcoat, quindi compositore di colonne sonore (lo stesso "The Proposition", "The English Surgeon", "The Vaults", i drammi di "Woyzeck" e "Metamorphosis" e soprattutto la convincente score per "The Assassination Of Jesse James" di Andrew Dominik, in coppia con Warren Ellis), infine addirittura attore provetto (il cameo nei panni di menestrello country nelle battute finali dello stesso "Jesse James").

Con Dig!!! Lazarus Dig!! del 2008, invece, ritorna a pieno titolo il Cave cantautore, spalleggiato come al solito dai Bad Seeds, con un nuovo disco solista. Una raccolta di canzoni cinematiche e atmosferiche, persino più snelle nelle licenze creative.
Se il registro medio della title track sembra quello di una sofisticata parodia bonacciona dei Troggs di "Wild Thing", quello di "Albert Goes West" fa il verso al pub-rock più fracassone. Le altre anomalie di percorso, "Moonland" su tutte, indugiano in andamenti soul-percussivi e un canto suadente da crooner desertico. Invece, "We Call Upon The Author" azzarda un battito motorik ricolmo di scariche elettriche e organetto ondeggiante, un refrain delirante intersecato da rotture quasi hip-hop industrial alla Dalek.
Cave riprende il controllo della situazione in canzoni come "Hold On To Yourself", una delle sue più moralistiche, che si spartisce tono rabbuiato e paludoso, spinte strumentali rumoristiche, e canto depresso, e "Jesus Of The Moon", forte di un sottofondo di glissando acquatico. La lunga "More News From Nowhere", a prendere forma da un loop etereo-riverberato, da un andamento da U2 metafisici circa "The Joshua Tree", da un motto corale che dischiude sentimenti accorati, finisce per diventare una requisitoria-fiume Dylan-iana sotto mentite spoglie, sostenuta e rigenerata dalla sezione ritmica e da armonie svianti. "Today's Lesson" espone foga collettiva e declamato melodioso, ma tende a deflagrare sotto le spinte dei loop stranianti di Ellis, mentre "Night Of The Lotus Eaters" attacca da un giro industrialoide e dai bisbigli di Cave che confluiscono in un refrain gelido a più voci, attacchi in crescendo, stridori acuti e percussioni silenti di vario tipo. Infine, si adagia in una sorta di severo divertissement attorniato da chitarre, cori e chorus distorto ("Lie Down Here", una power-ballad che è la sua personale pace dei sensi).
Sagace nelle atmosfere, pepato nelle movenze, è un disco che rifulge solo a tratti.

Cave ed Ellis ormai costituiscono una coppia affiatata di musicisti per cinema e teatro. Con la realizzazione dell'ultima score, "The Road", i discografici realizzano con White Lunar (2009) un doppio best of delle loro musiche, comprensivo di brani inediti, provenienti dalla colonne sonore mai pubblicate di "The Vaults", "The Girls Of Phnom Penh", "The English Surgeon" e - appunto - della nuova "The Road".
Il primo cd attacca con quel "Jesse James" che è forse il loro lavoro più riuscito, forte del carillon estatico di "Song For Jesse" e del duetto Cave (piano)-Ellis (violino), accompagnato da archi gravi, di "Song For Bob", un vero paradigma dell'estetica dei due autori e del clima anti-western che pervade la pellicola di Dominik. Quindi gli scarni temi folk di "The Proposition" offrono "Happy Land", "The Proposition", l'incrocio noise-hare krishna di "The Rider" e un paio di ballad cantate da Cave nel suo tipico tardo stile ("The Rider Song" e "Gun Thing"). Chiude "The Road", in linea con la decadenza di "Jesse James", ma dall'impianto ancora più classico, dagli "adagio" di sonata della contrita "The Beach" e "The Road", al sostrato percussivo di "The Journey", ai numeri da camera per soli archi di "The Mother" all'ambient nebbioso con richiami di fiati di "The Father".
Il secondo disco riprende la raccolta di brani inediti, come preannunciato dalla chiusa del primo cd. "The Vaults" comprende la curiosa armonia per voci e organo di "Magma", e la soffusa marcia macabra di "Halo", sopra la quale si distende il fraseggio nottambulo del violino di Ellis. "The English Surgeon" approccia le atmosfere sospensive a tecnica mista di Jon Brion ("Brain Retractor", "Black Silk"), come in quel caso attente alla post-produzione ("Kerrison's Punch"), mentre la scoperta più piacevole è rappresentata dai giochi di dissonanza aurorali di "The Girls Of Phnom Penh" ("Srey Leak", "Rom", "Sorya Market", "Window").
Opera ben compilata, mette in risalto l'antiquariato artigianale dei due autori, capaci di espandersi in uno spettro persino più ampio delle loro stesse possibilità di compositori appassionati.

White Lunar conteneva anche brani tratti da The Road, film post-apocalittico del 2009 a firma di John Hillcoat, non ancora pubblicati come colonna sonora completa. A qualche mese da quegli ascolti, dunque, arriva la vera e propria, ufficiale The Road.
In questa score, accanto a musica cinefila perlopiù generica (ma anche pensosa, come per "Water And Ash"), emergono anche orchestrazioni da camera a più parti, specie in "Home" (fiati e tastiere), ma anche alcuni numeri abrasivi, "The Cannibals" e "The Cellar", e soprattutto le dissonanze a mo' di accordatura filarmonica di "The House", un galop demonico (e, in parte, anche la severa "The Journey" e "The Family", una prova di bravura di Ellis). In qualche modo avventurosa è pure la silente sospensione in sordina di "The Boy".
Alternando melensaggini a momenti vacui ma cupi, lungaggini generiche a insistenze stilistiche, la partitura si fa qui e là imprendibile, pur rimanendo confinata su un pericolante ponte tra due mondi: irrilevanza e disorientamento.

Il 10 settembre 2010 esce in Italia il secondo atto del nuovo gruppo di Cave, Grinderman 2. Distante dal blues più gracchiante e rumoroso presentato nel lavoro precedente, l'album spicca per maturità, nonostante la voglia di improvvisazione sia palese ("Evil", "When My Baby Comes", "Mickey Mouse And The Goodbye Man"). Con brani che sembrano saltati fuori dal repertorio dei primi Rolling Stones ("Places Of Montezuma") e altri decisamente più evocativi ("What I Know" e "When My Baby Comes, un incrocio tra "The Night Of The Lotus Eaters" e "Iron Man"), "Grinderman 2" stupisce per come Cave riesca ormai da oltre trent'anni a non deluderci (quasi) mai, rinnovandosi continuamente senza mai aver bisogno di reinventarsi.
Il disco rimane comunque fedele ai principi del progetto: l'animalità nell'uomo (la copertina degli esordi raffigurava una scimmia intenta a masturbarsi, quella per questo disco mostra un lupo con tanto di denti digrignati che si aggira minaccioso nel salotto di casa) e il blues inteso come divino big bang della musica tutta ("Kitchenette").

Altri progetti, intanto, affollano la vita dell'artista australiano, che a partire dalle musiche per il cinema (oltre a The Road compare, nel 2012, Lawless, di nuovo per John Hillcoat), diventa scrittore a pieno titolo, poeta, narratore, sceneggiatore, persino collabora per il teatro.

Per il Cave classico, quello accompagnato dai fidi Bad Seeds (che perdono Mick Harvey ma riacquistano Adamson), bisogna attendere l'inizio del 2013. Push The Sky Away è così un disco estremamente pacato e di retroguardia, un punto terminale rarefatto della sua parabola, con record di pacatezza ("We No Who U R") che si pongono geometricamente al limite estremo rispetto agli esordi con i Birthday Party. Anche la produzione abbandona gli ultimi vagiti apocalittici del predecessore e dei Grinderman, e passa dal chirurgico, stereofonico espressionismo a un tono più smaccatamente spectoriano, più proprio delle produzioni commerciali.

Seguono nuove attività per il cinema, da quello più autoreferenziale, un biopic dal titolo 20.000 Days On Earth (2014), co-scritto da Cave stesso e diretto da Iain Forsyth e Jane Pollard, alle colonne sonore in coppia col fido Ellis, West Of Memphis (2014), Loin Des Hommes (2015), Hell Or Highwater (2016).

Nel 2015 il figlioletto Arthur precipita da una scogliera presso Brighton sotto effetto di allucinogeni.
L'opera che ne consegue, Skeleton Tree (2016) è di certo figlia di quella tragedia, ma più che un vero concept ne è una coerente traduzione para-musicale fondata su silenzio e rarefazione. A un livello più personale, è una dedica al suo essere, un test per verificare come cambiano quelle murder ballad se rivolte - anziché a parabole di diseredati - a sé stesso, una volta tanto.
Tecnicamente parlando, è un disco che porta a compimento il processo di rinuncia alle viscere dei suoi esordi e completa il processo sospinto anche dal poco convinto album predecessore. C'è, ovviamente, anche la retorica a venirgli in soccorso: Cave canta piangendo e preme i tasti del sintetizzatore come fosse un organo a canne per “I Need You”, e in “Jesus Alone” affonda uno dei suoi rosari declamati in una pozza fredda di archi e feedback. Seguono pezzi ancor più plumbei, adombrati e persino svuotati ("Magneto", "Girl In Amber", "Distant Sky"), gioiosi quanto epigrafi. Il suono dei Bad Seeds quasi scompare o, meglio, si coagula negli ectoplasmi semielettronici del factotum Warren Ellis. E' il suono di una stella spenta: il fondo cupo paventato in tutti i suoi anni ruggenti è uno shock al contrario, una privata costernazione che mette quasi imbarazzo.

Il docufilm sul making of dell'album, "One More Time With Feeling" (2016), a cura di Andrew Dominik, è stato presentato in esclusiva alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia.


Contributi di Mauro Roma, Cristian Degano, Luca Fusari, Magda Di Genova, Michele Saran

Nick Cave - Birthday Party

Il seme cattivo del rock

di Claudio Fabretti

Dalle cantine di Melbourne al proscenio internazionale. Dalle atmosfere thriller degli esordi alle ballate dolenti della maturità. Dall'odissea della droga alla nascita del figlio Luke e alla "conversione" al Cristianesimo. La parabola del bardo australiano, tra inferno e redenzione
Nick Cave - Birthday Party
Discografia
 BIRTHDAY PARTY

 

  

 

 The Birthday Party (Missing Link, 1980)

7

Prayers On Fire (4AD, 1981)

8

 Junkyard (4AD, 1982)

6,5

 The Bad Seed (Ep, 4AD, 1983)

6,5

 Mutiny (Ep, 4AD,, 1983)

6

  

 

 NICK CAVE & THE BAD SEEDS

 

  

 

From Her To Eternity (Mute, 1984)

8

The Firstborn Is Dead (Mute, 1985)

8

 Kicking Against The Pricks (Mute, 1986)

6

 Your Funeral, My Trial (Mute, 1986)

7,5

Tender Prey (Mute, 1988)

8,5

The Good Son (Mute, 1990)

9

 Henry's Dream (Mute, 1992)

7

 What A Wonderful World (Ep, Mute, 1992)

5

 Live Seeds (live, Mute, 1993)

7

Let Love In (Mute, 1994)

8

 Murder Ballads (Mute, 1996)

7

 To Have And To Hold (Mute, 1996)

 

 The Boatman's Call (Mute, 1997)

6

The Best of Nick Cave (Mute, 1998)

 

 No More Shall We Part (Mute, 2001)

6,5

 Nocturama (Mute, 2003)

5

 Abattoir Blues/ The Lyre Of Orpheus (Mute, 2004)

6,5

 The Assassination Of Jesse James (Emi, 2007)

7

 Dig, Lazarus, Dig!!! (Mute, 2008)

6,5

 Push The Sky Away (Mute, 2013)

5,5

 Skeleton Tree (Bad Seed Ltd, 2016)

6

   
 GRINDERMAN  
   
 Grinderman (Mute, 2007)

6

 Grinderman 2 (Mute, 2010)6,5
   
 NICK CAVE & WARREN ELLIS  
 The Proposition (Mute Records, 2005) 
 The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford (Mute Records, 2007) 
 White Lunar (Mute, 2008) 7
 The Road (Mute, 2010)
5,5
 Lawless (Sony, 2012) 
 Hell Or High Water (Milan Records, 2016)
6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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NICK CAVE

Nocturama

(2003 - Mute Records)

NICK CAVE

The Good Son

(1990 - Mute)

NICK CAVE

The Firstborn Is Dead

(1985 - Mute)
La convergenza maledetta tra il bardo australiano e il mondo dei bluesman

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