Black Sabbath

Black Sabbath

Le messe nere dell'hard-rock

di Tommaso Franci

Band fondamentale per l'evoluzione "nera" del metal, i Black Sabbath hanno dato vita ad alcuni dei piu' inquietanti rituali "satanici" del rock. Gettando le basi per il successivo sviluppo di tutto il "dark-sound"

Come per il punk a fine anni '60 sono state inconsapevolmente gettate le basi dogmatiche (MC5, Stooges) e a metà anni 70 queste basi teoriche sono state ricondotte programmaticamente alla forma che sarà propria del genere (Ramones, Sex Pistols), così per il metal, i cui antesignani (e per questo "altro" da esso) sono stati i Black Sabbath e istituzionalizzatori (i primi a fare "heavy metal") i Metallica. Nel mezzo dei due, tuttavia, e contrariamente al punk, non c'è stato il nulla, ma una serie travagliata e informe di passi successivi di avvicinamento, rappresentata da due filoni: metal "bianco" (ovvero l'hard rock che si rifaceva ai Deep Purple e ai Led Zeppelin: Scorpions, Kiss, Rush, AC/DC, Van Halen, Motley Crue, Accept, Diamond Head, Def Leppard) e metal "nero" (ovvero l'hard rock che si rifaceva ai Black Sabbath: Judas Priest, Rainbow, Motorhead, Saxon, Angelwitch, Iron Maiden, Warlord, Venom). Il secondo filone è stato quello più importante per i Metallica in quanto quello che più si è affrancato dall'hard rock: i Motorhead furono i primi a rinnegare le radici blues di questa musica e a raggiungere livelli di decibel mai sentiti: da loro, letti alla luce dei Venom, ripartiranno i Metallica. Gli Iron Maiden proseguirono invece il discorso dei Judas Priest e si qualificarono per primi come l'alternativa al thrash e speed che sarà dei Metallica.

Alla base di tutto questo ci sono i Black Sabbath che negli anni di Woostock e del "Peace & Love" si presentarono nichilisti, eretici, politicamente scorretti, profanatori. Per trasmettere quei concetti che poi saranno del metal (morte, morte, morte) avevano gli strumenti dell'hard rock (vita, vita, vita), quelli dei Deep Purple (ma anche dei Jethro Tull), e questi hanno usato. I Black Sabbath non sono strumentalmente un complesso metal, ma idealmente e contenutisticamente: ci vorranno 15 anni dal loro esordio, perché, nel 1983, questi contenuti trovino una forma adeguata: e allora, solo allora (con il superamento da parte dei Metallica delle ultime incertezze stilistiche di Motorhead e Venom), si potrà parlare di heavy metal. Rivoluzione così radicale, quella dell'83, che tutta una serie di ottimi complessi nati ad inizio '80 ha dovuto continuare per tutta la decade ad usare, pur nel genere metal, un retaggio '70/hard rock (basti l'esempio dei Twisted Sister).

Black Sabbath (Castle, 1970)

La copertina è mefistofelica e un manifesto (di vivido occulto) come poche altre: in un tranquillo giorno apocalittico di una satanica campagna inglese, casa da fiabe nello sfondo, foglie autunnali e alberi spogli tutt'intorno, una sagoma nera in mezzo (la metà strega e metà prostituta/amante di "Evil woman"), aria rossa sanguigna riflette da un lago solforoso e infestato di corvi neri: è la risposta di quattro proletari di Birmingham ai movimenti hippies di oltreoceano. Erano Tony Iommi a una chitarra allucinata, Geezer Butler a un basso più che cupo claustrofobico, Bill Ward a una batteria indemoniatamente ossessiva, Ozzy Osbourne, con la voce dell'aldilà. Avevano tutti 22 anni. "Black Sabbath": campane a morto e pioggia battente, un qualcosa che sembra provenire direttamente dall'inferno (della terra però, e per questo fa più paura): l'hard rock non aveva mai visto nulla del genere: in confronto le "evasioni" dei Led Zeppelin sono roba per ragazzine liceali. Con i Black Sabbath l'hard rock passa da gioco a serietà, vitale ed esistenziale. La musica diventa la parte culminante di un processo nichilistico di ripiegamento su un io votato alla perdizione delle forze del male. Su questo brano nero si baserà tutta l'estetica "pessimista" del metal futuro (e per primo di quello che stilisticamente più si allontanerà dall'hard rock: il death). I Carcass e i Black Sabbath dicono le stesse cose, speculano entrambi viziosamente nel voler vivere morendo; e di questo si gloriano, trovando così la forza per metterlo in musica. Ma allora Ozzy Osbourne non si occupava certo di tali teoremi; aveva appena lasciato il suo impiego da garzone/macellaio e passava le giornate (quanto riusciva a distinguerle dalle notti) in preda dell'acido lisergico e additivi vari (N.I.B.); Tony Iommi ne asseconda la voce invasata, dilatata, drammatica, con slide al limite dell'evanescenza (leggenda vuole che si sarebbe tagliato i polpastrelli delle dita per suonare più distorto e folle possibile). "The wizard" è il corrispettivo, al maschile, di "Evil woman": la saga satanica, che prima, nel rock, non esisteva, da questo album si propagherà a tutti i futuri seguaci di quello che sarà il genere metal (e allora sì che diverrà, quasi sempre, scontata). "Black" e "Sabbath": due parole che oggi sembrano non dire nulla; ma sembra questo soltanto perché per decenni hanno detto tutto ciò che era di dire in campo dark, doom, metal. "Behind the wall of sleep"dimostra quello che concretamente hanno fatto i Black Sabbath: allucinare (sotto effetto di alcol e droghe) una realtà (quella cittadina e cristiana) nello stadio opposto (campagna satanica): i sessantottini che gli hanno preceduti (Grateful Dead, Cream) hanno sì allucinato la realtà, ma sono rimasti in quella, senza evadere dal bianco al nero. Una volta evasi poi, la nuova diventa la vera e infine unica realtà: ecco allora "Sleeping villane", un requiem non tanto "alla" quanto proprio "a" Morricone. "The warning" sarebbe un capolavoro se non indulgesse (e non, come altri ha inteso, proprio perché indulge) all'ennesima noiosa jam-session oramai quasi demodé. "Wicked world" adotta stilemi Jethro Tull. Il doom, l'effetto-bara, il naufragio dalle sedute spiritiche alle fiamme dell'inferno: sono queste (e non la fortezza del suono) le innovazioni/invenzioni di questo album e di questo gruppo. Il mondo svanisce, ne compare uno nuovo: ed è esilio definitivo in un Sabba Nero.

Paranoid (Castle, 1970).

È l'album della celebrità. Si narra che un inglese su tre, al tempo, avesse saputo canticchiare il ritornello di "Paranoid"; eppure è la canzone peggiore e più fuori luogo di un album che per il resto è un capolavoro dietro l'altro. Una premessa: avete presente quanto detto a proposito del primo album? Tenetelo presente per sempre quando parlate dei Black Sabbath, che non hanno fatto altro di diverso dalla variazione sul tema (anche se che tema: il vivere morendo) dall'inizio alla fine carriera. "War pigs" è un meritato classico: tutto oscuramente perfetto, struggente e spietato; il riff che lo consacra poi si pianta nel cervello dell'ascoltatore dall'inizio alla fine. Bill Ward, alla batteria, dimostra di essere uno dei migliori, con questo strumento, di tutti i tempi (cioè, il più lontano a sortire l' "effetto fustino" in cui tanti mediocri incappano). "Planet caravan" può essere considerata la canzone più "spaziale" e "cosmica" della storia assieme a "Epitaph" dei King Crimson; un lento, esotico, tribale, eppure supremamente elegante e raffinato: sibili e percussioni in lontananza: il gruppo (specie nel capitolo "lenti") non raggiungerà più vertici tali. Può ricordare "Black magic woman" di Santana; ma siamo in un altro mondo. "Iron man", a seguire, invece è l'apice hard raggiunto dal complesso: l'entrata della batteria all'inizio è meritatamente rimasta negli annali della musica rock di cui costituisce uno degli episodi più entusiasmanti. Ed è ancora Ward (oltre che all'onnipresente Iommi) a stupire nel riuscire a calarsi perfettamente nell'accompagnare l'alieno disumano di Osbourne. "Electric funeral" è un baccanale per il wao-wao di Iommi alla chitarra. È un funerale elettrico, non c'è altro da aggiungere. Ancora un classico su cui tutti dovranno confrontarsi: il brano che meglio esemplifica il soldato/extraterrestre (il campagna/città, l'allucinato/reale) su sfondo nero di copertina. "Hand of doom" prostra nelle profondità recondite di un sinuoso basso, per poi deflagrare e schiantarsi in un cielo cupo e notturno. Ogni nota, ogni attimo, vissuto in compagnia dei Black Sabbath fra il 1970 e il 1976 è un partecipare ad un Sabba Nero, è un sabato satanico, è una notte nebbiosa e mannara nelle campagne d'oltremanica. "Rat salad" è lo strumentale jam-session condensamento dei Grateful Dead più lisergici. "Fairies wear boots" torna all'epica del quotidiano: e l'epica di Osbourne è quella che a partire dall'operaio all'una del pomeriggio già a pub, parte per la precocità del buio invernale e poi perdersi nella lunghezza notturna. E tutto con una sorte di sana follia, tranquilla disperazione, interiorizzato sconforto; il voler vivere morendo prevale sempre sul morire e basta: quella dei Black Sabbath, il doom, non è la velocità giusta o adeguata per morire: è un lento, cadenzato, zombie che si fa avanti barcamenandosi tra le brume più immobili, circolari su se stesse, eterne.

Master of reality (Castle, 1971)

Album relativamente anomalo che con l'inventiva cerca forse di nascondere alcuni cali di resa (di ispirazione no, quella è sempre al suo pieno: basti la copertine con i quattro in un trasognato crepuscolo marzolino: ancora campagna: ancora sole nero). "Sweet leaf "(che pur inizia con un singhiozzo da pelle d'oca) e "After forever" non lasciano ricordo di sé, e così anche "Lord of this world", "Solitude" (il lento retorico, da cui il gruppo era finora riuscito ad affrancarsi, che tuttavia recita: "My name it means nothing") e "Into the void": tutti hard rock, se pur neri, oramai dottrinariamente. Poi arrivarono tre capolavori: "Children of the grave" (e da qui l'accoppiata bambino/Diavolo diverrà un must per il genere) ma soprattutto i due strumentali "Embryo" (20 secondi di chitarra in effetto medievale: e lo rende impeccabilmente) e "Orchid" (uno struggere su struggere: come quando dopo l'incubo il sudore si ghiaccia e l'assopirsi può continuare sereno).

Vol 4 (Castle, 1972)

Il primo punto fermo dal punto di vista stilistico raggiunto dal gruppo che con questo album formalizza i canoni del genere che ha inventato: l'hard rock nero. "Wheel of confusion", per chi ha di già ascoltato gli album precedenti, appare un capolavoro solo per un finale funambolico e stranamente affascinante a coronamento di un brano tutto sommato convenzionale. "Tomorrows dream" ricade invece nella dottrinarietà (pur armonicamente melodiosa) di vari brani dell'album precedente. "Change" il lento, ormai, di turno (anche se c'è da dire che è tale tanto più oggi, quando migliaia di band metal hanno imparato la lezione sabbathiana e si sono riempite le tasche di soldi facendo sbaciucchiare con lenti enfatici tante coppiette che del resto dell'album non ascoltavano nemmeno una nota): voce-piano. Tuttavia la voce è quella di Ozzy e, almeno per ora, sembra poter bastare per rendere meritevole il pezzo. "Fx" è fondamentalmente un noise per l'epoca dei Can, non certo d'avanguardia tuttavia credibile miniera d'ispirazione per tanto ottimo suono claustrofobico anni '80 alla Mission of Burma. "Supernaut" è perfetta, da antologia: e come tale anonima, una semplice lezione di stile; cosa da cui rifugge "Snowblind", che rallenta in chiave struggente e melodica il giro di "Iron man". "Cornucopia" è il doom per eccellenza: una bara che si chiude sull'ascoltatore; "Laguna sunrise" l'acustico a cui manca il genio di "Embryo"; "St.Vicious dance" altro luogo comune (oggi, non allora) quindi classico: la pazzia e la frenesia i Sabbath le hanno invocate, non avevano i mezzi per renderle musica o devastazione sonora: ci penseranno 20 anni dopo i Dark Angel. "Under the sun" l'altro picco, assieme a "Wheels of confusion", dell'album: ma qui classe originaria è ovunque: dal preludio di doom in cerchi e cerchi su se stessi al tocco di genio nell'assolo meliodoso finale che consacra una vita (quella di chi lo fa) come tutte (quelle di chi l'ascolta).

Sabbath Bloody Sabbath (Castle, 1973)

Con l'autoreferenzialità giunge anche il terzo grande album del gruppo, a testimonianza che le notti passate tra colli e umidi di sottobosco sono fonte di rara ispirazione. Sabbath bloody sabbath è un manifesto: sembra non essersi spostati dall'impero fantastico di "War pigs", "A national acrobat" da tutti i motivi (che nei due album precedenti erano spesso mancati) per essere ascoltata e vissuta dall'inizio alla fine: sembra promettere, su di un letto, in penombra o nel buio più totale gli effetti di tante droghe assunte e comunque sempre sostenute e superate con il credere, il potente credere nel fascino di stati supremi quali le visite di notte ai cimiteri e le scorribande tra foreste sconosciute limitrofe di città altrettanto potenzialmente nemiche. C'è una forza però che rende saldamente possibile tutto questo: se il male siamo noi chi altri potrà farcelo? "Fluff" ritorna all'acustico: e la sua grazia e sincerità prende il sopravvento su ogni retorica artificiosa. "Sabbra cadabra" vanta il riff per eccellenza: l'iniziale, uno dei più famosi della storia del rock. "So" continua con il sabba consueto fino arrivare al culmine: il confine più remoto della voce di Ozzy che fa l'impossibile in termini di struggimento ed effetto: è un secondo, e non è un orgasmo, ma una lacrima che cade, secca, in un deserto (certo non il brano, ottimo in tutte le sue parti, ma il mondo quotidiano, dell'ascoltatore, anni luce lontano dall'evasione nell'occulto, magico e poetico). "Killing yourself to live" ha un titolo che testimonia da solo quello che dicevamo prima dei propositi dei Black Sabbath, e questo titolo giunge a generazioni di musicisti metal ai quali serve come base programmatica di filosofia. "Who are you?" si abbandona alla resa dell'acido lisergico che pare calare dal cielo in cui è effigiato un giudizio universale dove trova spazio solo l'inferno. E con calma viene affrontato, con la calma di chi non cerca altro essendo il suo vivere morire. Da qui il compiacimento di tutto ciò e l'incoraggiamento (la catarsi sabbathiana) a sopportarlo. Poi la melodia, come nell'addio quando ci si gira indietro, si lancia in una commozione finale ed assoluta. "Looking for today" è dozzinale pur con un flauto che incoraggia l'esacerbare di Osbourne; "Spiral architect" consuma di maestà, empio di toccate e fughe, si staglia in una domenicale festività dove le campane del matrimonio altrui sono tanto più care quanto si sa che quelle nostre saranno solo di funerale.

Sabotage (Castle, 1975)

È l'apice stilistico dei Black Sabbath che aumentano in potenza sonora con molte iniezioni di metal senza perdere nulla del loro nero incedere. "Hole in the sky" ne è la prova senza compromessi. "Don't start (too late)" è una fuga acustica. Con "Symptom of the universe" ci si avvicina a grandi passi al metal vero e proprio: sarà questa la direzione in cui spingeranno i rivoluzionari per il genere Venom. "Megalomania" si dilata in una "Planet caravan" oramai solo caravan e senza più planet: l'universo è sempre più cosmo e sempre meno terra, nemmeno le streghe sembrano trovar più posto, hanno comunque il tempo per ascoltare un ultimo lamento del loro adepto e amante orgiastico per eccellenza, Ozzy (che bisbiglia il suo rosario psicadelicamente oscuro: "Obsessed obsessed obsessed"). "Thrill of it all" è una summa di metallo pesante (che uccide) e liquido piano (che piange il morto: cioè il proprio io), uniti in questo che è uno dei tanti testamenti spirituali di Ozzy. "Supertzar" torna a "Sleeping Village" e ad omaggiare un Morricone Caronte di Sherwood. "Am I going insane" è l'organetto di mantenimento (la vita mattutina, il risveglio di ogni giorno) che dovrà traghettare (dare la forza) per l'evasioni notturne. "The writ" vuole essere tragica ma risulta piuttosto autoreferenziale.

Technical ecstacy (Castle, 1976)

Da molti critici è stato considerato il primo e indignitoso crollo dei Black Sabbath: evidentemente questi signori non hanno ascoltato (come spesso accade) quest'opera che, almeno nei primi quattro brani, contiene puri capolavori. Di certo l'album non è all'altezza di quello che nella medesima stagione stavano facendo Rainbow ("Rising"), Judas Priest ("Sad whigs of destiny") e Rush ("2112"); d'altra parte chi potrebbe esserlo se non l'autore di capolavori di pari entità? Di certo come ad inizio '70 i Black Sabbath erano soli nel vuoto che hanno colmato con un nuovo genere, ora devono iniziare a fare i conti con i loro stessi seguaci. Ma questo non significa che "You won't change m"e non costituisca uno dei loro valzer più commoventi e pregni di sensibilità; che "It's alright" non sia una ballata innovativa in quanto riprendente schemi da cabaret anni '50 (e dilatandoli nello scenario di un laboratorio per esperimenti, al grigiore di una pioggia gocciolante sui vetri, su cavie e piante: odora di acetilene e di laboratorio d'altri tempi e mostri; ed eccola la situazione del titolo dell'album). "Gypsy", poi, è una scorribanda che profuma di adolescenza: dalle campagne sabbatiche siamo passati ai ricordi (struggenti) di college; e la voce di Ozzy è pronta a toccarli di toccante.

Never say day (Castle, 1978).

Osbourne lascia il gruppo. Poi torna (è il decennale del gruppo e il tour andava giustificato con una nuova uscita). Si incide quest'album. Ma è semplicemente tutto da dimenticare. L'album non dice niente; e non c'è niente di dire di lui; se non che è, letteralmente, brutto.

Heaven and hell (Castle, 1980)

Quando muore la mamma e il babbo si riposa, prenda chi prenda, sia pure la migliore donna del mondo, la mancanza sarà irreparabile. Iommi prese il migliore (sotto tutti i punti di vista) vocalist del tempo: Ronnie James Dio, che dagli Elf ai Rainbow soprattutto si era formato esperienza e carattere in una serie di grandi capolavori. Di solito, si dice che questo è un album imperdibile per chiunque si consideri cultore di metal. Si sostiene che è perfetto in ogni sua parte. Tutto vero. Come è vero che è solo questo e nulla di più. Manca cioè quel più che avevano i Rainbow quando c'era Dio e i Sabbath quando c'era Ozzy: i primi non sono stati più i Rainbow e i secondi non sono stati più i Sabbath; ma questo era prevedibile, che il figlio non riconoscesse più madri, persa la propria; il grave è che i suddetti gruppi, perse le proprie voci, non sono stati più niente. Quest'album è metà di Dio e metà di Iommi; diviso con la bilancia; metà Black Sabbath e metà Rainbow. E non sa di niente.

In Mob rules (Castle, 1981) manca anche la "volontà di fare bene"; ed è un esercizio di noia. Dopo un inutile live (Live evil, Castle 1982) Dio se ne va. Iommi è duro più dei sassi e continua per la sua strada: i Metallica stanno per far sbocciare finalmente l'heavy metal e lui prende una cariatide come Ian Gillan (voce nientepopodimeno che dei Deep Purple) e rigurgita un Born again (Castle, 1983). Poi un Seventh Star (Castle, 1986), un The eternal idol (Csatle, 1987), The headless cross (IRS,1989), TYR (IRS, 1990); in Dehumanizer (Castle, 1992) torna anche Dio: ed è meno di acqua calda.

Nonostante il grigiore e l'inutilità dell'ultima produzione, gli anni 90, anche grazie all'esplosione del rock indipendente americano, ridefiniscono l'importanza storica del quartetto originario fino a issarlo in cima tra le più rispettate e venerate icone. La conseguenza più facile da prevedere è l'idea di reunion, che comincia a materializzarsi nella seconda metà del decennio e si concretizza con una serie di concerti che sfociano nell'album live Reunion, pubblicato nel 1998. Ma gli innumerevoli business di Ozzy, assurto ormai a divo, non solo musicale ma anche televisivo, grazie alla controversa e pluripremiata serie "The Osbournes", trasmessa da Mtv, dilatano i tempi. Iommi e Butler rimettono allora in piedi il combo con Dio e Appice, ne cambiano il nome, Heaven & Hell, organizzano tour e pubblicano un album "The Devil You Know", che ottiene buoni risontri di vendite e critiche benevole.

Il 2011 è però l'anno giusto per riprendere il discorso interrotto nel 1979, ma non tutto fila liscio: Iommi si ammala e Ward decide di lasciare, contrariato per alcune questioni contrattuali. Il 10 giugno 2013, l'annunciato ritorno è cosa fatta: tra squilli di tromba e miriadi di flash esce nei negozi il già acclamato 13, che si posizona subito in cima alle classifiche (in Inghilterra non accadeva dai tempi di Paranoid).
L'album, composto da otto lunghe composizioni (più qualche bonus track) è prodotto da Rick Rubin e rispetta le attese del tifoso: roccioso, tetro, apparentemente inquietante, rispettoso della tradizione, anche troppo. Una copia carbone, con suoni aggiornati, delle gloriose gesta passate. Testi apocalittici, icnonografia dark, tutto già sentito e risaputo.
Ne è venuto fuori, dunque, un album pesante, nel senso di sfiancante, ben rappresentato dall’apertura paradossale di “End Of The Beginning”, ovvero, come si voglia rigirare la frittata, inizio e fine sono la stessa cosa. Esplosioni repentine, stop improvvisi (per modo di dire), momenti arpeggiati e riccamente tetri, il miagolio stravolto di Ozzy che canta di voci echeggianti nella testa (e magari sono i vicini spossati… ), squarci melodici che regalano un po’ di respiro. Una lagna, quindi un disco perfetto che riporta a galla il più grande mito del heavy doom. Grazie Tony, Ozzy e Geezer. Occhio però agli sbalzi di temperatura che intanto è esplosa l’estate.

Contributi di Davide Sechi ("13")

Black Sabbath

Le messe nere dell'hard-rock

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Band fondamentale per l'evoluzione "nera" del metal, i Black Sabbath hanno dato vita ad alcuni dei piu' inquietanti rituali "satanici" del rock. Gettando le basi per il successivo sviluppo di tutto il "dark-sound"
Black Sabbath
Discografia
Black Sabbath (Vertigo, 1970)

8

Paranoid (Vertigo,1970)

8

 Master of Reality (Vertigo, 1971)

6

 Volume 4 (Vertigo, 1972)

7

 Sabbath Bloody Sabbath (Vertigo, 1973)

7

 Sabotage (Vertigo, 1975)

7

 We Sold Our Soul for Rock & Roll (Vertigo, 1975)

 

 Technical Ecstasy (Vertigo, 1976)

6

 Never Say Die (Vertigo, 1978)

4

 Heaven & Hell (Vertigo, 1979)

7

 Mob Rules (Nems, 1981)

4

 Live Evil (Vertigo, 1982)

 

 Born Again (Vertigo, 1983)

 

 Seventh Star (Warner, 1986)

 

 The Eternal Idol (Vertigo, 1987)

 

 Headless Cross (IRS/Metal, 1989)

 

 Tyr (Emi, 1990)

 

 Dehumanizer (Warner, 1992)

 

 Cross Purposes (Emi, 1994)

 

 Cross Purposes Live (1995)

 

 Forbidden (Emi, 1995)

 

 The Sabbath Stones (1996)

 

 Reunion (1998)

 

 Past Lives (Sanctuary 2002)

 

 Symptom of the Universe: The Original Black Sabbath 1970-1978 (2002)

 

 13 (Vertigo/Universal, 2013)

5

pietra miliare di OndaRock
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