Einsturzende Neubauten

Einsturzende Neubauten

Scene da uno psicodramma industriale

di Mauro Roma

I berlinesi Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld hanno coniato un'arte visionaria e sconvolgente, a metà tra teatro espressionista e avanguardia rock. Scavando nei recessi più oscuri della musica industrial

Vicina al teatro espressionista più che alla musica, l'arte degli Einstürzende Neubauten è forse la rappresentazione più verosimile, e per questo sconvolgente, della società post-industriale. Musicalmente la parentela più evidente è quella con l'industrial dei Throbbing Gristle, genere di cui rappresentano una delle massime espressioni di sempre insieme a formazioni quali Killing Joke, Nine Inch Nails e Ministry. Ma forte è anche il legame con la no-wave newyorkese, in particolare con i deliri psicotici di Lydia Lunch e con gli incubi thriller dei primissimi Sonic Youth. Einstürzende Neubauten, ovvero “nuovi edifici che crollano”, è il progetto varato nel 1980 a Berlino dal cantante e chitarrista Blixa Bargeld (alias Christian Emmerich) e dai percussionisti Mufti F.M.Einheit (Franz Strauss) e N.U.Unruh (Andrew Chudy, originario di New York). Il nucleo della band risale almeno a un paio di anni prima, al collettivo “Geniale Dilettanten”, che comprendeva anche le musiciste Beate Bartel e Gudrun Gut (che diventerà una delle maggiori artiste d'avanguardia tedesche).

Ma è stato con il progetto Neubauten che l'underground berlinese, tutta la costellazione dei punk, degli anarchici e degli irregolari che frequentavano l'area dell'Üntergang, un ex-mattatoio che era diventato il centro dell'avanguardia giovanile della città, trovò la sua espressione più completa. È qui che nel 1980 gli Einstürzende Neubauten si esibirono per la prima volta, suscitando scalpore per la loro scelta di affiancare agli strumenti tradizionali, un assortimento di arnesi di ogni tipo (seghe circolari, bidoni pieni d'acqua, plastica, vetro, tubi e travi di metallo, ecc.): live show distruttivi, terroristici e sfrenati, che imposero subito il gruppo come una delle esperienze più estreme e più innovative, e a livello non solo europeo, della musica d'avanguardia.

Su disco, gli Einstürzende Neubauten esordirono nel 1980 con i singoli “Für den Üntergang” e “Dürstiges Tiger”, e con l'EP Kalte Sterne. Nelle registrazioni in studio, gran parte della dirompente e traumatica violenza dei loro live andava inevitabilmente perduta, ma si cominciano anche ad intravedere segni di un reale talento musicale.

Pubblicato nel 1981, il primo album Kollaps sintetizza alla perfezione il loro progetto: quella degli EN è musica ridotta al grado zero, spogliata di ogni tipo di armonia e arrangiamento: apice dell'opera sono le frenetiche danze industriali “Tanz Debil” e “Steh Auf Berlin” (introdotta da un martello pneumatico!), dove gli Einstürzende Neubauten portano la musica tedesca, rock e non, al suo limite estremo. Il resto del disco si divide tra vignette surreali e infernali orge di rumore, ma spiccano gli otto minuti della title-track, una litania narrata da un Bageld in pieno delirio estatico. Ancora acerbo, il disco mostra comunque già la personalità unica e originalissima dell'ensemble (ai tre fondatori si erano aggiunti il bassista Marc Chung e il chitarrista Alexander Hacke).

La stessa prassi della non-musicalità, portata avanti però con ben maggiore maturità, pervade anche il secondo album Zeichnungen des Patienten O.T. (1983). Più che alla musica industriale, gli Einstürzende Neubauten si avvicinano sempre più ai collage sonori dei maestri dell'avanguardia elettronica tedesca (Stockhausen soprattutto) e americana, ma con una profondità morale e una visionarietà senza precedenti. I loro battiti metallici, i rantoli demoniaci del cantante, le dissonanze e le tempeste ritmiche dipingono scenari apocalittici senza possibilità di uscita e di salvezza: ogni brano è avvolto in un senso quasi tangibile di vuoto, angoscia, terrore. “Armenia”, a metà tra un incubo freudiano e un trip lisergico, riassume tutta la “poetica” di Blixa e compagni.

Blixa Bargeld entra a far parte l'anno dopo del gruppo di Nick Cave: l'esperienza con i Bad Seeds si ripercuote immediatamente sul sound del gruppo maggiore, che comincia per la prima volta a introdurre strutture musicali ben ordinate, se non vere e proprie “canzoni”, sull'album Halber Mensch (1985). È senza dubbio l'album più eterogeneo della loro carriera, quello che inaugura il loro periodo maggiore. Nelle loro mani tutto viene trasformato e deformato per essere messo al servizio delle nevrosi lancinanti di Blixa e dei deliri rumoristici dei due fenomenali percussionisti Einheit e Unruh: tanto la musica corale d'avanguardia (la title-track, che rimanda a Ligeti), quanto le “canzoni” (come le bellissime “Letztes Biest” e “Sand”), tanto le danze indemoniate che li impongono alla testa del movimento industriale (“Yu-gung” e “ZNS”) quanto i melodrammi decadenti come “Seele Brennt”. A completare l'ampissimo spettro musicale dall'opera arrivano poi due infernali tour de force rumoristici, forse i più radicali e estremi del loro intero repertorio: il lied maligno “Der Tod Ist Ein Dandy” e l'estenuante sinfonia “siderurgica” di “Das Schaben”.

Una nuova importantissima esperienza segna però quel periodo: gli Einstürzende Neubauten suonano insieme proprio ai Sonic Youth in varie date del loro tour (si parla dei Sonic Youth del periodo di "Bad Moon Rising" e "Evol"), e proprio gli echi di quei due capolavori del gruppo newyorkese avvolgono profondamente le atmosfere e le sonorità del quarto album dei Neubauten, il più tetro, insondabile e inquietante della loro carriera, nonché indubbiamente il più suggestivo: Fünf Auf Der Nach Oben Offenen Richterskala (1987). Più che un album, uno psicodramma disperato, che ruota intorno alla straordinaria “Zerstorte Zelle”, brano che porta a definitivo compimento la loro prassi del collasso nervoso, con il suo andamento sinistro e l'apoteosi finale tra aperture sinfoniche e grida disperate: la frenesia di “Ich Bin's”, la snervante suspence di “Zwolf Stadte” e “Keine Schönheit” (uno dei loro capolavori), le partiture impazzite di “Mo Di Mi Do Fr Sa So” sono tutti accompagnamenti, o meglio scenografie, ideali per il delirante flusso di coscienza intonato da Blixa Bargeld. Fünf non è più soltanto un album di musica, ma è prima di tutto un album di immagini da un mondo ridotto in macerie, un “viaggio allucinante” tra le rovine della civiltà. Con questo album si concluse idealmente il periodo più “espressionista” degli Einstürzende Neubauten, che da qui in poi intraprendono un processo di maturazione e normalizzazione del loro sound in direzione di armonie più regolari e, relativamente, accessibili.

Ormai all'apice dei loro mezzi tecnici e artistici, con Haus der Lüge (1989) il gruppo firma un altro capolavoro della musica industriale, continuando a prendere spunto dalle fonti più eterodosse: incalzanti cavalcate techno (“Feurio”), minacciose danze tribali (“Schwindel”) o melodrammi fiammeggianti (la title-track), tutto viene continuamente rielaborato secondo la loro estetica rumorista. Il capolavoro è però un brano per loro atipico, la suite “Fiat Lux”, divisa in tre movimenti, una sorta di requiem scandito da vortici sonori in stile shoegazer, passaggi “cosmici” alla Popol Vuh e inserti concreti, carico di una spiritualità solenne e di una malinconia senza fondo, salvo poi aprirsi in una terrificante marcia industriale. Per la prima volta nella loro carriera, gli Einstürzende Neubauten fanno i conti con la realtà della loro Germania e soprattutto della loro Berlino (era appena caduto il Muro) senza troppi simbolismi e giri di parole. I testi sono per la prima volta diretti, espliciti e politicamente impegnati, rinunciando quasi del tutto alle loro tipiche allegorie espressioniste: questo toglie forse molto del fascino della loro musica, ma svela anche tutta la reale grandezza intellettuale, ancor prima che musicale, del gruppo e del suo leader.
Sulla scia dell'esplosione su larga scala del movimento industrial anche per la band tedesca si aprono improvvisamente le porte del grande pubblico: Nick Cave in persona sponsorizza il loro passaggio alla Mute.

Il gruppo registrò una soundtrack per il teatro, Die Hamletmaschine (1991), per poi dedicarsi a una trilogia comprendente gli Ep Interim e Malediction e l'album Tabula Rasa (1993). Sulla falsariga del precedente, i cinque dividono l'opera tra splendide suite industriali (“12305 Nacht” “Headcleaner”) e canzoni più regolari (come “Blume” cantata da Anita Lane). L'abilità del gruppo berlinese nel dipingere gli scenari più fantasiosi restando sempre fedele alla sua poetica resta straordinaria (valga per tutte “Wuste”, a metà tra ambient e musica da camera), anche se si sente la mancanza della follia anarchica e visionaria dei dischi precedenti, che fa capolino soltanto nella devastante e già citata “Headcleaner”.Nei due anni successivi, tra progetti solisti, colonne sonore (tra cui l'interessante Faustmusik) e raccolte (la serie delle Strategies Against Architecture) siintravedono anche i primi germi della crisi che di lì a poco colpirà il gruppo, che si ritroverà privato del bassista Marc Chung ma soprattutto del geniale F.M. Einheit, sostituiti rispettivamente da Jochen Arbeit e da Rudi Moser, entrambi bravi ma non certo all'altezza dei loro predecessori.

Il primo album della nuova formazione si intitola non a caso Ende Neu (1996), a sottolineare la voglia di lasciarsi alle spalle il passato, ma proprio quel passato pesa come un macigno sul disco, che non è altro che una pallida ombra dei loro capolavori. Non che manchino gli spunti interessanti, soprattutto l'incalzante “Was Ist Ist”, la romantica “Stella Maris” e la lunghissima “Nnnaaammm”, ma l'album è comunque il meno compiuto e convincente della loro carriera.

Dopo una lunga pausa, gli Einstürzende Neubauten trovano comunque la forza di risorgere dalle proprie ceneri con Silence Is Sexy (2000), che dà di fatto inizio a una nuova carriera. Perfezionando la strada già intrapresa con i due album precedenti, il gruppo porta avanti un'estetica basata sul silenzio, l'attesa e la rarefazione come armi per spiazzare il pubblico. Il manifesto del nuovo corso è la title track, che Blixa stesso racconta dicendo:“Si trattava di trovare qualcosa che non avevamo mai fatto prima. E questo naturalmente ci ha portato a fare delle cose sempre più fragili, perché le cose rumorose le abbiamo già provate negli anni 80. Adesso lavoriamo invece con il silenzio e con i suoni molto piani, il sovrapporre, lo sparire e riapparire dei pezzi, che sono molto diversi l'uno dall'altro, era questo quello che ci interessava in questo disco”. Il risultato finale in realtà non si discosta molto dalle sonorità scarnificate di Fünf, quello che è cambiato totalmente è l'approccio: dove prima c'erano il terrore e l'angoscia ora ci sono ironia e raffinatezza. Ma a confondere nuovamente le acque arriva il singolo “Pelikanol”, (abbinato anche come bonus-track all'album), ovvero 18 minuti di recitazione su un sottofondo di rumori estenuanti.

Se pure smalto e convinzione sono ancora intatti, è difficile riuscire dopo tanti anni a realizzare un'opera capace di aggiungere novità sostanziali a quanto fatto in precedenza. È questo, comprensibilmente, il limite principale di Perpetuum Mobile", nono album ufficiale dei Neubauten (senza contare raccolte, soundtrack, live e progetti paralleli).
Disco che prosegue con coerenza lungo la strada intrapresa negli ultimi anni, tra strutture basate su dilatazioni, rarefazione, pause, silenzi.
E' l'iniziale "Ich Gehe Jetz" a stabilire la perfetta continuità con le atmosfere del precedente album. Sottile, sommesso, il sound dei Neubauten esplora ormai territori che si fanno spesso e volentieri quasi "ambientali". È il caso dell'affascinante incubo elettronico "Boreas" (il capolavoro del disco) e dell'ancora più angosciosa "Ozean und Brandung", rumore indefinito e senza forma, lasciato vegetare a basso volume, spazzato da soffi e tuoni minacciosi. E situandosi all'esatto opposto "emozionale" rispetto a questi due brani, Blixa Bargeld riesce inaspettatamente anche a essere romantico e malinconico, come quando sussurra la soffice melodia di "Ein Leichtes Leises Säuseln", distesa sopra un tenuissimo tappeto di tastiere.
"Ein Seltener Vogel", "Selbstportrait mit Kater" e la title track sono però i brani-cardine, tre lunghe incursioni nel loro tipico sound "metallurgico", certo decisamente "ingentilitosi" con gli anni e che anche perciò, come detto, nulla aggiungono al repertorio che conta. Quando invece rinunciano alla propria unicità e si adagiano su ritmiche industrial convenzionali e poco incisive, come accade in "Der Weg Ins Freie", allora gli anni si fanno davvero sentire e i Neubauten iniziano ad arrancare paurosamente. Ma è solo un episodio, per fortuna, a cui si contrappongono divertenti e stranianti siparietti come "Paradiesseits" e la tribaleggiante "Youme & Meyou", o ancora "Dead Friends Around The Corner".
Coerenza, classe, onestà e unicità sono gli ingredienti di questo disco. Manca però il coraggio, il gruppo non osa nulla di particolarmente "strano", e questo è per loro il segno forse più evidente di una certa stanchezza.

Alles Wieder Offen, ovvero Autonomia Operaia 2007. Indipendenti a tutti i livelli, dal finanziamento (con contributi dai fan) alla distribuzione tramite la loro etichetta personale, i Neubauten si ripresentano muovendosi con più efficacia e concisione. Album pacato e surreale, in costante equilibrio tra rumorismo e forma-canzone, nutrito con discrezione delle consuete dosi di angoscia e unheimlichkeit, "Alles Wieder Offen" è l'atto di ennesima rinascita del leggendario collettivo berlinese.
I Neubauten tornano a occupare fabbriche in disuso, tornano a sporcarsi di cemento e metallo, basti ascoltare l'inno industriale di "Weil Weil Weil": ma anche così restano pur sempre elitari, raffinati, unici.
Straordinario il benvenuto che ci danno Blixa e soci con "Die Wellen", nuovo capolavoro della loro poetica del suono-silenzio, voce e piano si insinuano velenosamente in un crescendo di suspence e nevrosi che richiama le opere della loro infuocata gioventù: nel gorgo finale tutto diventa percussivo, persino il piano, persino la voce, tutto avvolto nel terrore. A far da controcanto a un tale incubo ecco la classe di sorridenti gioielli quali "Nagorny Karabach", "Susej" e l'altro capolavoro dell'album, "Ich Hatte Ein Wort", geniale Neubauten-pop; classe che è ordinaria amministrazione per loro, irraggiungibile per chiunque altro.
Sorrette dal recitato di Blixa e dal basso di Hacke, felpati come non mai, le dieci nuove composizioni si muovono con sicurezza lungo tutto il consueto spettro espressivo della band. Il teatro prende forma nelle pantomime allucinate di "Von Wegen", dove un Blixa sempre più istrionico diverte e si diverte, mentre Moser e Unruh ci danno dentro con le solite percussioni metalliche e gli archi volteggiano deliziosamente.
C'è tempo pure per una nuova lezione di industrial-rock sporco e sbilenco, "Let's Do It A Dada". La title track è un brano non certo originale, eppure la band riesce sempre a rivestire di nuova vita il proprio cliché. L'eterna giovinezza si sposa all'ormai rodata maturità di un ensemble che ha sempre e comunque da insegnare, capace di sorprendere e catturare come nessun altro.
"Unvollstaendigkeit" è il pozzo senza fondo in cui cade tutto ciò di gentile e di crudele che alimentava i brani precedenti. E "Ich Warte" è il martellante congedo, notturno, lisergico e splendidamente evocativo. Chiusura di un album impeccabile, che pur non portando sostanziali innovazioni, consolida forme ormai (per loro) standardizzate.

Nel 2014 esce invece Lament, opera totalizzante, difficile da analizzare slegata dalla sua esecuzione dal vivo. Perché quando la musica, scevra dalle brutture stilistiche di un qualunque monumento commemorativo, comincia a succhiare impietosamente il midollo a chi l'ascolta, si avverte il bisogno viscerale di guardarlo negli occhi, questo stuolo di cinque soldati crucchi che, al posto di baionette, fucili e mitraglie, feriscono e uccidono con seghe circolari, lamine e travi di metallo.
L'incipit, “Kriegsmaschinerie”, ne è un assaggio letale, che cela in sé il lustro di antiche imprese quali “Steh auf Berlin” (1981). Poi, di colpo, la marziale pomposità di “Hymnen”, un trinomio linguistico di inni nazionali (tedesco, inglese e canadese), apre le danze al divertissement di “The Willy-Nicky Telegrams”, duetto al vocoder in cui Alexander Hacke e Blixa Bargeld si calano, rispettivamente, nei panni del Kaiser Wilhelm e dello Zar di Russia Nicholas, nella fedele ricostruzione di un “carteggio” telegrafico.
Per “Der 1. Weltkrieg (Percussion Version)”, unico pezzo virato a una dance spastica e semi-tribale, Bargeld racconta di aver fatto “un calcolo matematico”: ciascun beat del brano rappresenta, infatti, un giorno della Grande Guerra, riprodotto in 4 tempi a 120bpm, a cui si accompagna l'elenco delle nazioni che vi hanno preso parte.
La narrativa euforizzante prosegue serrata con “On Patrol In No Man's Land”, in cui la simulazione vocale dei suoni di un combattimento sul fronte è cucita ad arte alla “rivisitazione postmoderna” di un brano degli “Harlem Hellfighters”, marching-band afroamericana dell'esercito a stelle e strisce inviata all'estero a combattere per il suo paese. Dopo i funesti rintocchi di “Achterland”, si arriva al cuore della personale “Battaglia di Verdun” di questa fanteria industriale berlinese, ossia l'elegia omonima, articolata in tre sezioni: “Lament”, “Abwärtsspirale” e il mottetto “Pater Pecavi”. L'elegia si apre con flussi dark-ambient che strozzano il pianto, un torrente nero nel cui alveo è custodito il ricordo eterno del sangue mischiato allo zolfo della polvere pirica. La seconda parte è una lenta raffica che si alterna a droni oscuri, mentre l'ultima svela pian piano un'aura intrisa di solennità, che stride con il sottofondo delle voci dei prigionieri di guerra, registrate durante la loro reclusione in Germania mentre recitano, nelle rispettive lingue, la parabola biblica del “Figliol prodigo”.
“How Did I Die”, brano scritto dal giornalista e poeta tedesco Kurt Tucholsky dopo la sua esperienza nella prima linea, torna ad abbracciare una certa avanguardia di matrice teatrale, vicina ad alcuni episodi dei Legendary Pink Dots più maturi (come quelli di “Shadow Weaver”). “Sag Mir Wo Die Blumen Sind” regala invece un Bargeld nelle sue vesti vocali più genuine e intense, vagamente contaminate dalle sepolcrali tonalità dell'ex-compagno di avventure Nick Cave. L'epopea di “Lament” si conclude con l'impeto drammatico di “Der beginn des Weltkrieges 1914” e con “All Of No Man's Land Is Ours”, che segna il trionfale ritorno a casa degli Harlem Hellfighters, “salutati dalle parate come veri e propri eroi”.

Contributi di Davide Tucci ("Lament")

Einsturzende Neubauten

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di Mauro Roma

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Einsturzende Neubauten
Discografia
 Fur den Untergang + Kalte Sterne (Ep, Zick Zack, 1981)

6,5

 Kollaps (Zick Zack, 1981)

7

Zeichnungen Des Patienten OT (Some Bizzarre, 1983)

8

80-83 Strategien Gegen Architekturen (anthology, Mute, 1983) Ant.

8

Halber Mensch (Some Bizzarre, 1985)

8,5

 Funf auf der nach… (Some Bizarre, 1987)

 

Haus Der Luge (Some Bizarre, 1989)

8

 Strategien Gegen Architekturen II (anthology, Mute, 1991

7

 Die Hamletmaschine (Ego/Rough Trade, 1991)

6,5

 Tabula Rasa (Mute, 1993)

 

 7

 

 Malediction (Ep, Mute, 1993

 

 Faustmusik (Mute, 1996)

6,5

 Ende Neu (Mute, 1996)

6

 Ende Neu Remixes (Mute, 1997)

 

Silence Is Sexy (Mute, 2000)

7,5

 Berlin Babylon (Mute, 2001)

 

 Strategien Gegen Architekturen III (Mute, 2001)

7

 Perpetum Mobile (Mute, 2004)

6,5

 Alles Wieder Offen (Mute, 2007)

7

Lament (Bmg, 2014)

7,5

pietra miliare di OndaRock
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Perpetuum Mobile

(2004 - Mute)
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Halber Mensch

(1985 - Some Bizarre)
Il canto sospeso della civiltà industriale nel capolavoro dell'ensemble tedesco

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