Non ha alcun senso immaginare un’opera totalizzante come “Lament” slegata dalla sua esecuzione dal vivo. Qualunque tipo di supporto appare, nella sua funzione contenitiva, soffocante. Perché quest’opera ha bisogno di esplodere come la guerra che racconta, ossia il Primo conflitto mondiale, di cui quest’anno ricorre il centenario. Quando l’ultima fatica degli Einstürzende Neubauten, scevra dalle brutture stilistiche di un qualunque monumento commemorativo, comincia a succhiare impietosamente il midollo a chi l’ascolta, si avverte il bisogno viscerale di guardarlo negli occhi, questo stuolo di cinque soldati crucchi che, al posto di baionette, fucili e mitraglie, feriscono e uccidono con seghe circolari, lamine e travi di metallo.
La narrativa euforizzante di “Lament” prosegue serrata con “On Patrol In No Man’s Land”, in cui la simulazione vocale dei suoni di un combattimento sul fronte è cucita ad arte alla “rivisitazione postmoderna” di un brano degli “Harlem Hellfighters”, marching-band afroamericana dell’esercito a stelle e strisce, inviata oltreoceano a combattere per il suo paese. Anche qui non è difficile cogliere la profonda meticolosità del lavoro che sta dietro l’opera degli Einstürzende, risultato di ricerche che hanno smosso sentieri finora poco battuti come gli archivi sonori della Humboldt University di Berlino e della Radiodiffusione di Francoforte.
Dopo i funesti rintocchi di “Achterland”, si arriva al cuore del capolavoro neubauteniano, la personale “Battaglia di Verdun” di questa fanteria industriale berlinese, ossia l’elegia omonima, articolata in tre sezioni: “Lament”, “Abwärtsspirale” e il mottetto “Pater Pecavi”. L’elegia si apre con flussi dark-ambient che strozzano il pianto, un torrente nero nel cui alveo è custodito il ricordo eterno del sangue mischiato allo zolfo della polvere pirica. La seconda parte è una lenta raffica che si alterna a droni oscuri, mentre l’ultima svela pian piano un’aura intrisa di solennità, che stride con il sottofondo delle voci dei prigionieri di guerra, registrate durante la loro reclusione in Germania mentre recitano, nelle rispettive lingue, la parabola biblica del “Figliol prodigo”.
“How Did I Die”, brano scritto dal giornalista e poeta tedesco Kurt Tucholsky dopo la sua esperienza nella prima linea, torna ad abbracciare una certa avanguardia di matrice teatrale, vicina ad alcuni episodi dei Legendary Pink Dots più maturi (come quelli di “Shadow Weaver”). “Sag Mir Wo Die Blumen Sind” regala invece un Bargeld nelle sue vesti vocali più genuine e intense, vagamente contaminate dalle sepolcrali tonalità dell’ex-compagno di avventure Nick Cave (nei cui Bad Seeds ha militato dal 1984 al 2003).
L’epopea di “Lament” si conclude con l’impeto drammatico di “Der Beginn Des Weltkrieges 1914” e con “All Of No Man’s Land Is Ours”, che segna il trionfale ritorno a casa degli Harlem Hellfighters, “salutati dalle parate come veri e propri eroi”.
20/11/2014