Nato a Pomona, vicino a Hollywood, in California, nel 1949, Tom Waits incontrò presto un altro grande "maudit" come Charles Bukowski con cui condivise la scelta provocatoria dell'eccesso e dell'emarginazione. La loro "amicizia stellare" scoppiò in un fumoso locale di Los Angeles in mezzo ai fan del vecchio "Buk". Waits cantava una ballata accompagnandosi con la chitarra, mentre Hank si cimentava in uno dei suoi reading (l'incontro fu filmato da Ron Mann in "Poetry in motion" del 1982).
Cantori del sottosuolo, della "wrong side" (parte sbagliata), del fallimento del sogno americano, i due avevano alle spalle una lunga tradizione di "beati e battuti", che comprendeva Henry Miller, i poeti beat e tutta la cultura underground californiana.
La carriera artistica di Tom Waits nasce dalle difficoltà economiche della sua infanzia. Ancora adolescente, è costretto a fare umili lavori per guadagnarsi da vivere. Sono gli anni in cui vagabonda tutta la notte per le strade di Los Angeles, ascoltando storie di prostitute, di ubriaconi, di clochard, di piccoli e grandi poeti beat, storie che torneranno nelle sue canzoni. La sua passione per gli eccessi sta tutta in una sua celebre frase: "Non riesco a capire coloro che si rifugiano nella realtà perché hanno paura di affrontare la droga".
Poi una sera, sotto l'effetto dell'alcol, comincia a strimpellare un vecchio piano nel ristorante in cui fa il lavapiatti. La gente ascolta le sue storie strampalate, partecipa, ride, si commuove e dialoga con la sua voce da vecchio bluesman. Il gestore ne comprende il talento e propone al giovane cameriere di intrattenere ogni sera il pubblico. Waits guadagna pochi dollari, ma riesce a mettersi in luce cantando vecchie canzoni degli anni '40 e '50, ascoltate da bambino. Il padre gli aveva dato i primi rudimenti musicali e trasmesso la passione per il jazz, in particolare per il grande batterista Gene Krupa.
E' la fine della "eroica merda" (Bukowski), dei lavori umili e delle squallide camere prese in affitto. E' l'inizio della storia del giovane Tom, che comincia a farsi accompagnare da un'ottima band di musicisti jazz, con cui fa il giro dei locali di Los Angeles. Da autentico artista underground rifugge i riflettori, la fama, lo show business. E' l'anti-Springsteen, l'altra faccia dell'America. Un uomo che vive nei sotterranei della metropoli ed esce fuori di notte, regalando poesia disperata e struggente, piena d'amore.
Il suo primo album è Closing time, del 1973, il cui titolo allude all'orario di chiusura dei locali. Non è ancora un capolavoro, ma contiene la bellissima "Ol'55", canto d'amore per la sua vecchia auto. La passione per le macchine e per le folli gare in autostrada gli rimarrà sempre.
E' un periodo intenso, di vita sregolata da "rain dog" (così chiamano i vagabondi di Los Angeles), di colossali ubriacature, amori passeggeri e incontri con grandi personaggi.
Nel 1974 incide Heart Of A Saturday Night, un "viaggio al termine della notte", dove l'oscurità vive anche nella luce del giorno, come in alcuni famosi quadri di René Magritte.
Nel 1975 un'altra pagina intensa e graffiante con Nighthawks At The Diner.
Ma è nel 1976 che Waits allarga ulteriormente i suoi orizzonti musicali con Small Change. Aperture jazz, malinconici blues, canzoni d'amore e di solitudine fanno di quest'album il primo grande capolavoro del musicista di Pomona.
Non c'è tempo per le pause, e Tom ha voglia di suonare, di sperimentare ancora. E' il tempo di Foreign Affairs. La sua scrittura attinge dai ricordi d'infanzia. La canzone "Burma shave" prende il titolo dalla marca di una schiuma da barba che il piccolo Tom credeva essere un luogo immaginario. "I never talk to strangers" racconta delle difficoltà d'incontrarsi tra un uomo e una donna che diffida degli sconosciuti. "Jack & Neal" è invece un viaggio folle e disperato alla ricerca della libertà dei due poeti beat per eccellenza, Jack Kerouac e Neal Cassidy. E poi il capolavoro "Potter's field", tratto dai ricordi d'oltretomba di una strana Spoon River. In questi anni, Waits è legato sentimentalmente alla cantante Rickie Lee Jones, che mette fine per un po' ai suoi innumerevoli flirt.
Nel 1978 esce Blue Valentine. E ancora una volta Waits sceglie di stare "dalla parte sbagliata" ("wrong side of the road"), dalla parte di chi non ha voce ed è tagliato fuori dalla storia, di quei perdenti e di quegli emarginati descritti dal suo amico Bukowski. E' un disco di lettere (il titolo allude alle "Blue valentines", alle lettere d'amore del giorno di San Valentino), scritte con il pudore di chi soffre e di chi sa che è sempre più difficile amare in una grande metropoli.
Due anni di pausa e Waits incide Heartattack And Wine (1980). La sua voce si fa sempre più roca, da "licantropo". I più cattivi affermano che "c'è tanto catrame da poter costruire un'intera autostrada". L'album presenta ancora i temi cari, come l'amore, il blues, suonato con vecchi organi hammond, e l'infanzia. L'album contiene anche "Jersey girl", che sarà ripresa da Bruce Springsteen.
Quest'incontro musicale non sembra piacere troppo a Waits, che ancora una volta rifugge il successo e cerca nuove strade. L'occasione gli è offerta dal regista Francis Ford Coppola, che gli chiede di scrivere la colonna sonora del suo film "Un sogno lungo un giorno" ("One from the heart"). Incontro che diventerà anche un incubo per Waits a causa della ossessiva maniacalità del regista di "Apocalypse now".
Da queste collaborazioni nasce anche la carriera cinematografica di Waits. Prima piccole parti con lo stesso Coppola nei "Ragazzi della 56° strada", in "Rusty il selvaggio" e "Cotton Club", poi un ruolo tutto suo in "Down by law" (1986) di Jim Jarmush, con un esilarante duetto con Roberto Benigni. Nel film appare il Waits più vero, con cappello, "alligator's shoes", le sue caratteristiche scarpe a punta che sembrano "coccodrilli" (da cui il nome) e quel suo buffo e indolente dondolarsi come una scimmia.
Il cinema però non lo allontana dalla musica, anzi gli permette nuove sperimentazioni: l'eccellente Swordfishtrombones (1983), Rain Dogs (1985), Frank's Wild Years (1987) e "Big time" (bizzarro lungometraggio del 1988). Per assurdo Tom Waits diventa, con la sua voce "infernale", una sorta di Frank Sinatra (cui rifà il verso in "I'll take New York") dell'altra faccia americana, quella underground. Marimbe, banji, percusioni, la chitarra di Keith Richards e l'amore per la musica del grande Kurt Weill creano una geniale fusione di elementi apparantemente distanti tra loro, facendo di Waits uno dei più originali musicisti rock americani di sempre. Anche la sua scrittura diventa sempre più concisa, scarna, allusiva, quasi cinematografica.
In "Dracula" e "America oggi", sue ultime apparizioni cinematografiche, dà un'ulteriore prova del suo grande talento. Bone Machine (1992) e The Black Rider (1993) danno ulteriore forza e maturità al suo repertorio, che diventa sempre più una miniera da cui attingere per artisti significativi degli anni '90 come Nick Cave o Pj Harvey, e, in Italia, Vinicio Capossela.
La recente antologia Beautiful Maladies (1998) contiene 23 memorabili successi di Tom Waits, tra cui "Hang on St. Christopher", "Underground", "I Don't Wanna Grow Up", " Downtown train", "Cold, cold ground", "Singapore", "16 shells from a thirty-ought six". L'ultima tournée - "Mule variations tour" - è stata un trionfo. E nel frattempo il cantautore californiano non conduce più la vita sregolata di un tempo. Non beve più. E' sposato con Kathleen Brennan (divenuta amministratrice unica di tutti i suoi beni) e ha due figli. Ma continuerà sempre a urlare, con la sua voce ormai distrutta dall'alcol, che la vita ha il suo "wrong side".
"Non ho sposato un uomo, ma un mulo", gli disse una volta la moglie. E lui rispose: "Sì, ma ho subìto anch'io i miei cambiamenti...". Così Tom Waits ha scelto il titolo per Mule Variations (1999), letteralmente: "I cambiamenti del mulo". Il cantore dell'America underground e della "vita dalla parte sbagliata" è tornato ad ammaliare, con le sue storie di provincia, i suoi cuori solitari e la sua voce ruggine e miele. Una voce granulosa che si effonde in blues aspri e febbrili, ma sempre intrisi di una vena maliconica, come in "Chocolate Jesus". Il tempo passa, la sua voce si fa sempre più simile a una grattugia, consumata da una ferrea dieta di alcol e sigarette, ma il pianoforte è sempre lì a portata di mano e le idee non mancano. E Mule Variations, come al solito composto con la collaborazione della moglie Kathleen Brennan ("io procuro il cibo e lei cucina", spiega Tom Waits a proposito del processo creativo), offre ancora una volta una manciata di canzoni sincere e emozionanti.
Sono sedici pezzi in bilico tra momenti duri e improvvisi slanci romantici, come nella miglior tradizione del cantautore americano. Sono gracchianti e spesso deliranti blues, segnati da clangori e percussioni di ogni tipo, suoni gutturali e distorti. "L'idea era di suonare qualcosa che fosse a metà fra il surreale e il rurale. Sono insomma canzoni surrurali", spiega.
Se, come dice Waits, "l'unica ragione per scrivere canzoni nuove è che ti sei stancato delle vecchie", sei anni di attesa, dopo il precedente "The black rider", non sono passati invano. Sono serviti a riascoltare il Waits dei tempi migliori, capace di ammaliare e commuovere con la sua voce roca, quasi stonata, da cantante di un piano bar stralunato e surreale, con la sua sincerità di cantautore libero e le tinte malate delle sue "ballad". Sullo sfondo, però, non si può non cogliere l'influenza di un altro maestro del rock americano: il Captain Beefheart di "Trout mask replica".
Waits si ripropone nel 2002 con addirittura due album, Alice e Blood Money, che lo rivelano ancora una volta compositore bizzarro e versatile oltre che interprete graffiante. Alice parte con il brano omonimo: una ballata di una malinconia atroce con un accompagnamento molto jazzy; e' la ballata notturna e decadente a dare la cifra stilistica al disco, a volte con risultati superlativi (come in "No one knows I'm gone", I'm still here", "Fish and bird"), certo non mancano momenti diversi come nella danza spastica di "Everithing you can think" o nel cabaret surreale di "Kommienezuspadt" e di "Reeperbahn", o come in " Table Tap Joe", quasi parodistica nel suo ostentato riferirsi al jazz vocale della prima metà del 900, ma è nelle ballate plumbee e dolcissime che l'autore e il disco trovano la loro dimensione più piena, a volte avvolgendo la voce con tenui ipotesi di classicismo nell' uso degli archi come nella già citata "No one known I'm gone", un pezzo dal limpido impianto melodico, o come in "Poor Edward" o nella struggente "Lost in the harbour"; il breve ed evocativo strumentale "Fawn" chiude un disco delicatamente malinconico.
Di clima un po' diverso è invece Blood Money, che parte con la marcia di "Misery is the river of the world" e prosegue con la rumba estraniante di "Everything goes to hell"; disco musicalmente più ambizioso, con struttura strumentale che si concede alcuni tentativi di dissonanza nei suoi maggiori gradi di libertà, specie nell' uso dei fiati, come ad esempio in "Knife Chase", disco anche di impianto lievemente più aspro e più schizofrenico, con un uso molto più limitato degli archi e con un'impostazione vocale più estremizzata, come in "Starving in the bell of a whale" o in "God's away on businness", o se vogliamo più teatrale. Un pezzo come "Coney Island baby", adattissimo ad essere cantato sotto l'albero a Natale mentre fuori nevica, rimane nel cuore, "All the world is green" è splendida e a volte, come attraverso una lente deformante, si colgono dei fantasmi: gli anni 30, lo Zeppelin, il Titanic che affonda con gli orchestrali, Lili Marlene.
Le canzoni di entrambi i dischi risalgono agli anni 90 e sono nate come colonne sonore per rappresentazioni teatrali.
Real Gone (2004) è il disco postmoderno di Waits, intriso di ritmi caracollanti e vuoti adrenalinici laddove ti aspetti chitarre robuste. C'è Marc Ribot in un paio di pezzi, e ciò si avverte nel latineggiante tango sudista "Hoist That Rag"; altrove, invece, il blues sghembo dei primordi incontra dinamiche funk, come in "Metropolitan Glide", o ancora in "Shake It", che egli stesso ha definito "funk cubista" .Veniamo sorpresi da balordi hip-hop incastonati in improbabili rhythm'n'blues, e "Baby Gonna Leave Me" ne è un esempio. Ma non mancano le consuete "murder ballads" waitsiane, con "Dead And Lonely" che aspira a entrare nel novero delle migliori. Chiude degnamente l'album "Day After Tomorrow", personale cartolina di protesta ai signori della guerra. Un disco forse un po' troppo autoreferenziale, ma certamente di gran classe.
Nel 2006 Waits torna con un lavoro tutto incentrato sulla sua versatilità vocale: Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards, triplo cd che prova a raccontare tre lati più o meno distinti di quanto il cantautore di Pomona ha creato in questi decenni di carriera. Non è una raccolta, perché contiene per la maggior parte pezzi inediti, ma al tempo stesso è anche una raccolta visto che al suo interno trovano spazio molte chicche, tra le quali canzoni create per film e documentari e diverse cover apparse su dischi-tributo ad altri artisti.
Il primo disco ci illustra il lato di Waits più recente, quello dei blues rochi e dei boogie, il Waits da locanda e da osteria, come dicono bene le note del libretto; il cd contiene tanto blues, si va da quello luciferino di “Lucinda” a quello quasi gospel del traditional “Lord I’ve Been Changed”, dalla cover di Leadbelly “Ain’t Goin’ Down To The Well” alla “Buzz Fledderjohn” registrata in esterni con tanto di can che abbaia in sottofondo, dalla beefheartiana “2:19” alla conclusiva “Rains On Me”, sporca e potente. Non di solo blues canonico vive però "Brawlers": c’è lo psycho-billy di “Lie To Me”, il garage di “LowDown”, il punk-blues di “The Return Of Jack & Judy” (apparsa in “We Are Happy Family – Tribute To Ramones”) e la splendida “Walk Away”, uno dei pezzi migliori della colonna sonora di “Dead Man Walking”.
Il secondo cd, "Bawlers", vuole fotografare il lato romantico e sommesso di Waits, quello delle ballate tristi, ed è anche il più fitto di canzoni già edite, quasi tutte utilizzate per colonne sonore, dalla “Take Care Of All My Children” del 1984 alla recentissima “You Can Never Hold Back Spring” scritta per il film di Benigni “La tigre e la neve”. Nel cuore del disco si trova un momento di grande intensità emotiva, in cui Waits dà fondo a tutta la tenerezza di cui è capace, prima con “Tell It To Me” (incisa da John Hammond con il titolo di “Louise”) cui segue la celtica “Never Let Go (presente nei titoli di coda di “American Hearts”), ma l’apice arriva con “Fanning Street” in cui la voce di Waits diventa leggera come una piuma in un sussurro appena velato da una chitarra di sfondo e che ricorda le cose migliori dello springsteeniano “The Ghost Of Tom Joad”. Le emozioni continuano nelle seguenti “Little Man” (splendida) e “It’s Over”, in cui il cantante californiano veste la muta del cantante da jazz-club tra aliti di sax e tromba, pianoforti dal tocco lieve e spazzolate di batteria, o nella “If I Hav To Go” che ricorda i tempi di “Closing Time” e “Blue Valentines”.
I bastardi ("Bastards") sono i figli del Waits diverso, sperimentale e stravolto, e infatti in questo disco si trovano parecchie cose cui i fan del Tom più canonico non saranno abituati; in primis gli spoken word, forse un po' eccessivi. Non mancano però pezzi interessanti: dalla brechtiana “What Keep Mankind Alive” alla psicopatica versione di “Heigh Ho” (la marcia dei sette nani come se volessero uccidere la strega o, peggio, Biancaneve). Ma le chicche non finiscono qui; c’è una stralunata versione di “Dog Door” degli Sparklehorse, c’è la gracchiante e sbuffante “Spider Wild Ride” e una tribale “King Kong” (da “Late Great DDaniel Johnston – Discovered, Covered”), una “Alter Boy” che riporta al dimenticato “Nighthours At The Diner” e due versioni della “On The Road” di Kerouac, una in forma di ballata e l’altra suonata blues, entrambe splendide.
Orphans è una testimonianza non banale, al di là cioè della logica di un “Best Of”, dell’arte di Tom Waits in tutte le sue forme, la fotografia delle molteplici personalità musicali.
In Bad As Me (2011) il cantautore di Pomona rilegge tutte le sfaccettature della sua lunga carriera, sorvolando a volo d'uccello la ventina di album dati alle stampe e pescandone elementi qua e là. Il blues luciferino di "Chicago" che apre il disco è una catapulta nell'universo bislacco e diseguale di Waits che ci fa fare un salto indietro fino ai ruggenti anni '80. Con la seguente "Raised Right Men", dall'incedere acidamente malato, e la ballata fumosa "Talking At The Same Time", forma un trio da brividi, che non sfigurerebbe all'interno di "Swordfishtrombones" o "Rain Dogs". Il jazz'n'roll con finestra sui Sixties di "Get Lost" rianima dopo l'inizio dark, ma è solo una parentesi prima della ballata desertica "Face To The Highway". La dolente nenia "Pay Me" apre la strada all'afflato tex-mex di "Back In The Crowd", prima che si torni all'inferno con l'inquietante title track, terrificante nelle brevi strofe parlate che paiono arrivare direttamente da Satana. Di straziante eleganza la ballata in punta di vinile "Kiss Me", vagito premonitore del blues rantolante di "Satisfied". Il cameo di Keith Richards nella desolata "Last Leaf" impreziosisce l'album senza aggiungere granché prima della grandiosa accoppiata finale. "Hell Broke Luce" è l'ultima, cavernosa cavalcata marziale della carriera di Waits, che tra urla e spari si dissolve nella languida morbidezza corale di "New Year's Eve". Sarà sempre la solita solfa, dirà qualcuno. Ma Waits non perde un colpo e ammalia come trent'anni fa. Ruggine e miele si confondono senza soluzione di continuità, un mix agrodolce che abbiamo già assaporato ma del quale non ci si stanca mai.
Contributi di Antonio Ciarletta, Valerio Bispuri, Luigi Toni, Michele Chiusi, Gianni Candellari, Marco Pagliariccio.






