Blondie

Blondie

New wave dal cuore di vetro

di Alberto Farinone

I newyorkesi Blondie sono stati il gruppo di maggior successo della prima ondata punk e wave. Hanno gettato un ponte tra l'esuberanza della black music e l'irruenza del punk, la sensualità del funk e l'umore distaccato della new wave, creando un modello che si è rivelato molto influente. Al centro di tutto la figura di Debbie Harry, inarrivabile icona di bellezza e stile

Dalle influenze spectoriane, rilette con vigore punk, degli esordi al pop da stato dell'arte delle opere più mature, il cammino dei Blondie è sempre stato alla ricerca della perfetta formula pop-rock. Melodie accattivanti, ritmi trascinanti e ritornelli killer sono riscontrabili pressoché in tutti i lavori della band newyorkese. Ma i Blondie non si sono certo limitati a scrivere pezzi frizzanti e contagiosi: hanno portato al primo posto delle classifiche mondiali brani innovativi e dalla struttura insolita come "Heart Of Glass", "Atomic" o "Rapture", che mischiavano il rock con le più svariate forme di black music (disco, funk, reggae, persino rap). Queste contaminazioni, questa instancabile smania di esplorare qualsiasi cosa hanno contribuito a rendere Debbie Harry, Chris Stein, Clem Burke & C. tra i più credibili messaggeri urbani della loro amata città: New York City. Poche altre band infatti possono vantare un rapporto così stretto con il proprio luogo di provenienza. I Blondie rimangono ancora oggi un vivido esempio di contaminazione newyorkese, basti pensare all'impatto avuto da un brano epocale come "Rapture", un ibrido di funk, disco, rap, jazz, rock e chi più ne ha più ne metta, che per primo ha portato l'hip-hop verso un audience bianco. Nel video girato per la stessa "Rapture" si possono riconoscere artisti non convenzionali del calibro di Fab 5 Freddy, Lee Quiñones e un giovanissimo Jean-Michel Basquiat, a testimonianza del fatto che – anche nel loro periodo di massima popolarità – i Blondie non avessero rinunciato a incorporare nella loro musica ogni influsso, ogni suono, ogni tendenza di strada, senza nessuna distinzione tra cultura alta e bassa, senza alcun pregiudizio razziale. Così come erano stati tra i primi a utilizzare i sintetizzatori, unendo l'elettronica agli strumenti tradizionali (emblematico il caso di "Heart Of Glass", disco-music d'alta classe che fa coesistere i vocalizzi sensuali della Harry con esuberanti tastiere proto synth-pop, in un tripudio di tempi dispari ballato in tutto il mondo). Pur senza mai rinunciare a una sensibilità pop di fondo, i Blondie hanno indicato una nuova strada da seguire, introducendo idee radicali nella musica mainstream e facendo conoscere per primi al pubblico di Top of the Pops quella New York underground dalla quale erano così orgogliosi di provenire.

mapplethorpeProprio il fatto di essere una band sfuggente a catalogazioni nette ne testimonia ulteriormente la grandezza. Grazie all'apertura mentale della coppia Harry-Stein, i Blondie assimilavano rapidamente le influenze più disparate, per poi metterle tutte insieme. Nella loro proposta musicale c'era quindi spazio per la new wave, per il punk, per il power pop, per il garage rock, per la disco-music, per il reggae, per l'hip-hop. Lottavano contro i preconcetti musicali, spinti da una buona dose di incoscienza e da una totale indifferenza alle critiche. Fin dai primi tempi, del resto, i Blondie fornivano una prospettiva diversa della scena punk di NYC, erano percepiti come un'anomalia all'interno del Cbgb, una sorta di scheggia impazzita (seppur non mancassero, comunque, alcuni punti di contatto coi Ramones e coi Talking Heads).
Tuttavia, nonostante i Blondie siano stati un anello di congiunzione decisivo tra due epoche, una delle band che meglio hanno caratterizzato il passaggio dagli anni 70 agli anni 80, e nonostante il loro look e il loro sound siano stati ampiamente imitati in seguito, non sempre è stata riconosciuta la loro importanza storica. La critica, soprattutto quella più snob e intellettuale, e in particolar modo quella italiana, in passato ha spesso sottostimato i Blondie, colpevoli sostanzialmente di essere "troppo pop" (manco fosse un peccato mortale) e di sfruttare oltre il lecito l'immagine di Debbie Harry; inoltre, per alcuni oltranzisti, i Blondie sono anche quelli che si sono sputtanati con la disco. La maggior parte delle analisi dell'epoca erano contraddistinte da un cinismo irritante nei confronti della band e della figura di Debbie, ma anche in tempi più recenti è capitato di vedere i Blondie superficialmente inseriti da alcuni addetti ai lavori nel versante più disimpegnato e frivolo della new wave. Il lato edonistico dei Blondie appare evidente, così come non si può negare che la bellezza della vocalist abbia in parte contribuito al successo del gruppo (nuocendo però, allo stesso modo, alla loro reputazione strettamente musicale), ma si tratta di semplici ingredienti all'interno di una pietanza ben più ricca e varia, che non va per questo motivo sminuita o presa poco sul serio.

A complicare ulteriormente le cose ci avevano già pensato gli stessi Blondie, scegliendo – quasi per scherzo – il nome più equivoco possibile, immediatamente riconducibile alla platinata cantante, a tal punto che ancora oggi a molti non è chiaro che i Blondie e Debbie Harry siano due entità distinte e separate. Lo slogan "Blondie is a group!", che accompagnava ogni loro uscita pubblica sul finire degli anni 70, non è servito a evitare l’enorme disparità di trattamento mediatico riservato agli altri membri della band rispetto al centro catalizzatore biondo. Una situazione diventata, con il passare del tempo, frustrante e intollerabile per gli altri componenti del gruppo, ingiustamente messi in secondo piano, se non addirittura trattati alla stregua di turnisti; le invidie reciproche venutesi a creare avrebbero infatti portato al burrascoso scioglimento avvenuto nel 1982.
A farne le spese, in termini di considerazione generale, sono quindi stati soprattutto i musicisti dei Blondie, che raramente si sono visti riconoscere i meriti che spettavano loro. L'unico a sfuggire, almeno in parte, alla regola è stato Chris Stein, generalmente descritto come la "mente" e il genio visionario dei Blondie, oltre che il braccio destro – e l'anima gemella, per quasi una quindicina di anni – di Debbie Harry. Senza di lui i Blondie non sarebbero mai esistiti. È stato infatti Stein a dare alla compagna il sostegno e la spinta necessari per emergere, aiutandola a credere maggiormente in sé stessa e a sconfiggere la timidezza, divenendo la sua controparte spirituale. In coppia continuano a costituire un'unica forza creativa, che è stata in grado di scrivere diverse canzoni entrate nell'immaginario collettivo.

Ho sempre pensato che Debbie fosse una persona fantastica, sotto molti punti di vista. Ho ritenuto quindi giustificato il fatto che fosse lei a ricevere così tante attenzioni.
(Chris Stein)

blondie_is_a_groupLo stesso non si può dire per gli altri suoi compagni di avventura, eterni sottovalutati, mai elogiati come avrebbero meritato. A cominciare dallo straordinario batterista Clem Burke, dallo stile completo e versatile, in grado di spaziare dal drumming scatenato di “Dreaming” al complesso groove teutonico di “Heart Of Glass” con una facilità irrisoria. Veloce, potente e con un’ottima preparazione tecnica di base, Burke si può ritenere il risultato di una fusione perfettamente riuscita fra Hal Blaine e Keith Moon, e ancora oggi rimane la forza motrice e l’anima rock‘n’roll dei Blondie.
Altrettanto importante è stato l'apporto fornito dal tastierista Jimmy Destri, autore di svariati classici della band, da "Atomic" (mix futurista di rock, disco, elettronica e... spaghetti western!) a "Maria" (il fortunato singolo del rilancio). Un multistrumentista, particolarmente stimato da David Bowie, che si trovava a suo agio sia con il caratteristico organo Farfisa (alla base del sound del primo album dei Blondie) sia con i sintetizzatori (è stato a tutti gli effetti uno dei pionieri del Polymoog).
Ma anche tutti gli altri elementi che si sono avvicendati nel corso degli anni, e che apparentemente hanno svolto un ruolo più da comprimari, in realtà hanno dato eccome il loro contributo alla causa. Gary Valentine, il primo bassista, è stato per esempio l'autore di due autentiche gemme power pop come "X Offender" e "(I'm Always Touched by Your) Presence, Dear", singoli fondamentali per l'affermazione dei Blondie. Il suo sostituto, l'inglese Nigel Harrison, ha regalato alla band dei giri di basso memorabili, come quelli che contraddistinguono le già menzionate "Heart Of Glass", "Atomic" e "Rapture" (ma anche le meno note "Fade Away And Radiate" e “The Hardest Part”), e ha scritto – assieme alla Harry – brani come "One Way Or Another" e "Union City Blue". Così come non possono essere ignorati i riff e gli assoli al fulmicotone eseguiti dal secondo chitarrista, Frank "The Freak" Infante. E, nel loro piccolo, anche i membri che sono subentrati nel periodo post-reunion non sono rimasti a guardare. Insomma, i Blondie sono (quasi) sempre stati una band democratica, nella quale tutti avevano il loro spazio e contribuivano alla composizione.
Attenzione però a non commettere l'errore opposto, cadendo in quel tranello che porta a credere che la Harry fosse soltanto il "corpo" (oltre che naturalmente la voce) dei Blondie: un motivetto irrispettoso, ripetuto per anni, fastidiosamente sessista e soprattutto per nulla corrispondente al vero.

La stampa ha sempre tentato di diminuire l’importanza di Debbie all’interno del gruppo, dicendo che io fossi il suo Svengali. È un atteggiamento del tutto sessista.
(Chris Stein)

warhol_polaroidOcchi chiari, zigomi sporgenti, bocca a forma di cuore, sorriso attraente e malizioso, espressione spesso imbronciata: quello di Debbie Harry è uno dei volti più iconici nella storia della musica. Un volto immortalato da artisti del calibro di Andy Warhol (che non ha mai fatto mistero di considerarla la sua popstar preferita), H. R. Giger e Shepard Fairey, oltre che da molti dei più importanti fotografi musicali (uno di questi, Mick Rock, sostiene che Debbie Harry sia "il più grande dono che i fotografi abbiano mai ricevuto dalla musica rock"), che hanno accolto come una benedizione la sua fotogenicità. Ma l’aspetto estetico non è certo stato il suo unico tratto distintivo.
Debbie Harry si può, infatti, considerare come una delle frontwomen più imitate in assoluto: la sua attitudine sul palco, la fiera indipendenza che continua a trapelare dai suoi testi, la sua tagliente ironia, il suo modo di vestire, le sue fantasiose acconciature, i suoi look ogni volta diversi verranno presi in prestito – e poi rimodellati – da innumerevoli artiste. Da Madonna a Gwen Stefani, da Annie Lennox a Shirley Manson, solo per citarne alcune, saranno in tante a indicare nella cantante dei Blondie una primaria fonte di ispirazione. Il suo rifiuto di essere manipolata da qualsiasi autorità avrà inoltre un profondo effetto sul movimento delle riot grrrl. E ancora oggi, 40 e passa anni dopo la sua comparsa sulle scene, Debbie Harry rimane un’inarrivabile fashion icon.

L’influenza di Debbie Harry si può riscontrare in qualsiasi band guidata da una donna.
(Rodney Bingenheimer)

Sfrontata, sfacciata, irriverente, provocatoria, sovversiva, poco autentica (per via delle numerose personalità da lei interpretate), puro oggetto sessuale, perfino una minaccia per la società. Di accuse Debbie ne ha dovute subire molte. In retrospettiva però non possono che far sorridere, considerando tutto ciò che è avvenuto dopo (del resto, la mentalità dominante era quella degli anni 70, non era ancora arrivata Madonna a sdoganare qualsiasi atteggiamento femminile nell’ambito della musica pop). Ciò che ai tempi probabilmente non andava giù era il fatto che Debbie Harry fosse tra le prime cantanti a proporsi in un certo modo, rinunciando al ruolo di vittima designata e dimostrando che, anche nel maschilista mondo del rock, si potesse essere sexy senza per questo perdere credibilità. La sua volontà era quella di distaccarsi dal modello imperante della donna perdente, sconfitta già in partenza e senza alcuna speranza.

Adoravo Billie Holiday e Janis Joplin, ma non avrei mai voluto ritrarre quel tipo di donna, sottomessa e sofferente per le pene d'amore, che emergeva dai loro testi.
(Debbie Harry)

Al contrario, le liriche di Debbie erano spesso esplicite, ma anche strane e contorte, non così semplici da interpretare, condite da alcuni deliri verbali e da improbabili neologismi (dal pseudo-hawaiano my paka lola luau love di "In The Sun" al mucho mistrust di "Heart Of Glass"). E il personaggio di Blondie era volutamente caricaturale, un’ironica parodia delle grandi dive degli anni 50. Debbie Harry è stata in grado di creare un nuovo stile, che mischiava – con impressionante nonchalance – il fascino hollywoodiano, il glamour warholiano e l’aggressività del punk in un’unica personalità multisfaccettata.
Non è morta all'apice della fama, ha dovuto semmai affrontare un rapido declino, un brusco calo di popolarità e di ispirazione, persino un allontanamento forzato dal mondo della musica, oltre che gravi problemi personali e le inevitabili insolenze dell'età che avanza. Tutto ciò ha reso Deborah un personaggio più terreno, sottilmente complesso e, in fondo, anche più affascinante, con i suoi alti e i suoi bassi. Dietro all'apparente pop glamour dei Blondie si cela infatti ben altra storia...

Non posso dire con certezza da dove provengo, perché non so chi siano i miei veri genitori. Chris è convinto che io sia un’aliena.
(Debbie Harry)

I wanna be a Platinum Blonde

marilyn_monroeLa bionda rock per antonomasia nasce il 1° luglio 1945 a Miami, in Florida, con il nome di Angela Tremble, ma a soli tre mesi viene adottata, tramite un’agenzia (“il mio primo agente”, ironizzerà in seguito) dai coniugi Richard e Catherine Harry, dei venditori di etichette di tessuti d’abbigliamento destinate al fashion district di Manhattan. Saranno loro a chiamarla Deborah Ann Harry. L’infanzia della piccola Debbie è umile e modesta, trascorsa in una cittadina del New Jersey, Hawthorne, da lei descritta come “un tipico piccolo centro pendolare suburbano”. Scoprire di essere stata adottata è un trauma: fantastica così che Marilyn sia la sua vera madre, forse suggestionata dal fatto che anche lei fosse stata, a sua volta, adottata. In futuro, parlando di questa sua convinzione infantile, Debbie le assegnerà un significato più filosofico: “I saw Marilyn Monroe as the mother of invention”. Fin da bambina si sente incompresa dai propri genitori, così apprensivi e preoccupati per la reputazione della figlia, con una madre che contempla per lei un unico futuro: quello del matrimonio. Debbie però non ha alcuna intenzione di vivere una monotona esistenza come casalinga: “Sfortunatamente per i miei genitori sono sempre stata determinata a diventare un’artista”. Si descrive come “una grande sognatrice”, che cerca di fuggire dalla quotidianità, immaginandosi un universo parallelo popolato dalle grandi dive del cinema degli anni 50, alle quali si aggrappa per trovare una scappatoia da un mondo che sembra non appartenerle. Debbie si rivede nell’inquietudine giovanile del James Dean di “Gioventù Bruciata” e allo stesso tempo rimane profondamente colpita dalle grandi icone platinate di Hollywood: Jean Harlow, Diana Dors, Lana Turner, Jayne Mansfield, Grace Kelly e ovviamente Marilyn Monroe, con la quale entra quasi in simbiosi.
Fin dalla più tenera età emergono dunque degli indizi che contraddistingueranno la futura cantante dei Blondie. Comincia così a materializzarsi nella sua testa una stramba idea, che diventerà un chiodo fisso: che cosa succederebbe se una grande star di Hollywood, bellissima e desiderabile, si ritrovasse a lavorare nel mondo della musica, magari a capo di una rock-band? La prima canzone scritta da Debbie, “Platinum Blonde”, sarà un’esplicita dichiarazione di intenti (“I wanna be a Platinum Blonde/ Just all the sexy stars/ Marilyn and Jeane, Jayne, Mae and Marlene/ Yeah they, they really had fun"). Ma ci vorranno parecchi anni prima che quella strampalata – e a suo modo geniale – intuizione si tramutasse in realtà: prima Debbie Harry farà in tempo a vivere la sua fase hippie, ad avere i primi traumatici contatti con le droghe e a svolgere i lavoretti più disparati.
Nel 1959 inizia a tingersi i capelli: il primo tentativo, non esattamente riuscito, per poco non provoca un infarto ai suoi genitori, che vedranno la figlia sperimentare qualcosa come dodici colori differenti! Un rapporto più importante di quanto si possa pensare quello instaurato da Debbie coi cosmetici, perché è la prima testimonianza di questa sua innata capacità di auto-inventarsi.

Il sogno beatnik, l’utopia hippie e la dura realtà

hippieIl New Jersey sta terribilmente stretto a Debbie Harry. Appena adolescente inizia così ad andare, di nascosto, a New York, bazzicando il West Village, visitando café e club, ascoltando musica e poesie, sognando di incontrare William S. Burroughs e Allen Ginsberg ("Volevo essere una beatnik", rivelerà).
"Ero una ragazza molto curiosa e avventurosa, ma con la testa fra le nuvole, non avevo idea di che cosa avrei potuto fare a New York. Ero timida, parlavo poco, ma in compenso ero un'attenta osservatrice, con una gran voglia di apprendere. Studiavo la natura umana. Ho imparato moltissimo da tutte quelle persone strane che ho frequentato in quegli anni". Debbie, come un'esploratrice alla ricerca della strada per la quale è più portata, si avvicina sempre più alla musica, che per lei era già da parecchio tempo un'ossessione ("Cantavo ovunque: a casa, a scuola, nel coro della chiesa"). È una patita di jazz, ammira Peggy Lee, Patti Page, Ella Fitzgerald, ma anche Fats Domino e Fats Waller; citerà inoltre come grandi influenze personaggi del calibro di Paul Desmond, Dave Brubeck e Cal Tjader. Non si perde un concerto free jazz a Washington Square Park e si avvicina anche al rock, assistendo a indimenticabili performance dei Doors, dei Fugs, dei Velvet Underground, di Janis Joplin e di Jimi Hendrix. Ascolta di tutto, spaziando da Terry Riley e Sun Ra ai girl group, con una particolare predilezione per le Shangri-Las, sia per le loro melodie più malinconiche rispetto alla media del periodo sia per la loro immagine da cattive ragazze (che stregherà anche altri gruppi dei 70’s, come le New York Dolls, i Ramones e i Damned).

In quegli anni Debbie, nel frattempo eletta come ragazza più carina della scuola che frequenta (la sua sessualità precoce la abitua fin da giovanissima agli sguardi dei maschietti), diventa pressoché ingestibile dai suoi genitori. Una volta diplomatasi, si trasferisce nella Grande Mela, “per interagire con gli artisti, per incontrare persone nuove, per comunicare, per esprimere me stessa e per fuggire dalla monotonia della vita di provincia”. Ad accompagnarla c’è sempre la sua passione per la musica: il suo primo gruppo, nel quale canta e suona le percussioni, si chiama First National Unaphrenic Church and Banks. Incide persino un album (jazz d’avanguardia intriso di ideali hippie), mai pubblicato, che avrebbe dovuto intitolarsi “Psychedelic Saxophone”. Viene quindi notata da Paul Klein, fondatore di un complesso hippie poeticamente chiamato Wind in the Willows, al quale Debbie si unisce come corista nel 1967.
Con i Wind in the Willows partecipa alla Summer of Love e pubblica un disco di folk-pop psichedelico, naïve e irrimediabilmente datato, anche se non del tutto disprezzabile. Una sorta di ibrido fra i Mamas & Papas (con la Harry che, in quel periodo, ha un look molto simile a quello della stupenda Michelle Phillips) e i Jefferson Airplane più rilassati. Le canzoni migliori, il singolo “Moments Spent” e la filastrocca psichedelica “Djini Judy", sono anche le uniche due cantate da Debbie Harry, che per il resto rimane nelle retrovie, suonando vari strumenti. Curiosamente è Peter Leeds, il futuro discusso manager dei Blondie, a permettere al gruppo di firmare un contratto con la Capitol Records. I Wind in the Willows incideranno anche un secondo disco, che tuttavia non vedrà mai la luce. Debbie non è per nulla entusiasta del progetto, al quale peraltro contribuisce marginalmente; non si sente valorizzata e decide così di andarsene.

Seguiranno anni difficili, condizionati dall’abuso di droghe, eroina in particolare. “Mi stavo autodistruggendo”, ammetterà. Deborah condivide un appartamento in quel di Harlem con uno spacciatore, ma riuscirà a scappare da quel mondo di perdizione, tornando a vivere nel New Jersey dai propri genitori adottivi. Nello stesso periodo svolge vari lavori. Ottiene un posto come cameriera al Max’s Kansas City (avrà modo di servire i Jefferson Airplane la sera prima della loro esibizione a Woodstock), un luogo che le permette di incontrare personalità di spicco dell’entourage warholiano. Lavora poi come segretaria presso la sede di New York della Bbc, come commessa in un negozio di cosmetici e, per sette mesi, anche come coniglietta in un club di Playboy. Un’esperienza della quale non andrà mai particolarmente fiera: “Non mi sentivo portata per quel lavoro, non era quello a cui ambivo, semplicemente avevo bisogno di un po’ di soldi”. Posa per qualche foto patinata, ma in ogni caso verrà assegnato un peso eccessivo dai media alla sua fugace carriera di Playboy Bunny. In definitiva, si tratta di un periodo in cui Debbie Harry è parecchio annoiata e disillusa, scontenta della piega presa dalla sua vita.

Hey, Blondie!

chris_steinChris Stein nasce a Brooklyn, in una famiglia ebrea (non praticante), figlio di una pittrice e di uno scrittore, entrambi con simpatie comuniste. Dal padre erediterà un sarcastico e tipicamente Yiddish sense of humour. Ha una fervida immaginazione, si appassiona di film horror e colonne sonore, viene stregato dal blues e dalla scena folk del West Village (oltre che dagli immancabili Beatles e Stones) e trascorre pomeriggi interi a suonare la chitarra nella sua cameretta. Fin da subito Chris sviluppa un approccio non ortodosso allo strumento che contraddistinguerà anche la sua futura carriera. Fonda la sua prima band a 15 anni: sono i Morticians, da una costola dei quali deriveranno i Left Banke. Con il suo secondo gruppo, i First Crow to the Moon, autori di un buon 45 giri di garage psichedelico, si toglie la soddisfazione di aprire un concerto dei Velvet Underground. Stein è uno strano individuo, affascinato dalla magia nera e dall’occulto, un anti-conformista con impulsi ribelli (verrà cacciato da scuola per il suo rifiuto di tagliarsi i capelli lunghi). Trascorre il tempo a bighellonare per il Greenwich Village, ritrovo di artisti di ogni tipo: beatnik, poeti, pittori, musicisti di strada, jazzisti. Nel 1967 vola a San Francisco per godersi la Summer of Love e ha una devastante esperienza con l’Lsd, che lo porterà a essere ricoverato per tre mesi in un ospedale psichiatrico per abuso di acidi. Una volta ripresosi, si iscrive alla School of Visual Arts di NYC, dove – al culmine dell’arte concettuale – affina le sue doti di aspirante fotografo, imparando qualche trucco del mestiere che tanto gli sarebbe tornato utile. Nei primi anni 70 scopre il glam e la scena glitter statunitense: frequenta così il Mercer Arts Center, diventa un sostenitore delle New York Dolls e si concia come Alice Cooper.

Ottobre 1973: in un piccolo bar sulla 24ª strada, chiamato Bobern Tavern, avviene il fatidico primo incontro fra Debbie Harry e Chris Stein, destinato a cambiare le vite di entrambi. Chris si trova in mezzo al pubblico ad assistere a una performance di un trio cabarettista, umoristico e spiccatamente teatrale, con una moderna attitudine camp. Sono le Stilettoes e vengono ironicamente scambiate per un istituto di bellezza, dal momento che il trio è composto da una cantante di colore (Amanda Jones), una rossa (Elda Gentile, compagna di Eric Emerson, agitatore della scena underground newyorkese come leader dei Magic Tramps, nonché coinquilino dello stesso Stein) e una bionda platinata (Debbie Harry). A fine concerto Chris si presenta e in men che non si dica entra a far parte delle Stilettoes come chitarrista. Debbie rimane subito colpita da questo personaggio onnivoro, che “sembra possedere la capacità di comprendere qualsiasi cosa”.

Chris era un tipo accattivante, combinava una mente davvero sofisticata con un comportamento infantile.
(Debbie Harry)

I due iniziano così a frequentarsi, sviluppando una telepatia immediata (“Ci capivamo al volo”), una connessione psichica istantanea. Chris è in grado di cogliere il lato unico della personalità di Debbie e la aiuta a superare le sue paure, facendole trovare quella confidenza necessaria per emergere. La Harry in quel periodo viene infatti descritta come una donna fragile, insicura e pure un po’ paranoica, che necessita dell’appoggio e del supporto emotivo dell’eccentrico Stein.

Ho visto in lei quello che qualche anno dopo sarebbe diventato palese a tutti. Ma io fui il primo a notarlo.
(Chris Stein)

Nel frattempo le appariscenti Stilettoes, che appartengono alla locale scena drag e hanno un pubblico composto prevalentemente da gay, debuttano in un localetto appena aperto sulla Bowery da un certo Hilly Kristal: il Cbgb. Il 12 maggio 1974, aprendo il concerto dei Television, le Stilettoes diventano la seconda band a esibirsi nel neonato club, per il momento ancora frequentato principalmente da biker. Il loro repertorio è composto da cover di Martha & the Vandellas, Shangri-Las, Labelle, Rascals e molto R&B. Man mano che il rapporto fra Chris e Debbie diventa sempre più intimo, cresce in loro la volontà di creare un nuovo gruppo, meno teatrale e più orientato al rock. E così succede. Insieme ad altri due musicisti delle Stilettoes, il bassista Fred Smith e il batterista Bill O’Connor, ai quali per un periodo si aggiunge il chitarrista Ivan Král, la neonata coppia costituisce la primissima incarnazione dei Blondie, originariamente chiamati Angel & the Snake.

hey_blondieNell’agosto del 1974 gli Angel & the Snake debuttano al Cbgb, con quattro strambi personaggi che dicono di essere i fratelli Ramone come band di supporto. Le prime performance non sono esattamente memorabili: Debbie, per l’emozione, spesso si dimentica le parole, mentre Chris non usa il plettro e suona la chitarra come se fosse un banjo. Di lì a poco la band cambierà il nome in Blondie. L’idea viene ovviamente a Debbie Harry, quotidianamente apostrofata come “Hey, Blondie!” dai camionisti che la incrociano sulla strada. È un nome facile da ricordare, ironico, ricollegabile al look della cantante, accettato senza troppi problemi dagli altri componenti, perché in fondo rimanda anche a “Blondie e Dagoberto”, protagonisti di una delle più popolari strip americane – e Chris Stein & C. erano tutti dei grandi appassionati di fumetti. Inoltre, fanno inizialmente parte del gruppo anche due coriste bionde, Jackie e Julie, che verranno a loro volta rimpiazzate per un breve periodo, all’inizio del 1975, dalle sorelle Tish e Snooky Bellomo. I Blondie sono ancora indecisi sulla direzione musicale da intraprendere, sperimentano un po’ di tutto, alla disperata ricerca del sound giusto. Un piccolo – e ancora inconsapevole – assaggio di quella tendenza ad assimilare e mescolare stili differenti che contribuirà a fare le fortune della band.

The Band Least Likely To Succeed

Segue un lungo periodo di instabilità, con vecchi e nuovi membri che entrano ed escono dalla formazione. Il primo ad andarsene è l’ansioso batterista Billy O’Connor, incerto se proseguire la sua carriera da musicista o assecondare i suoi genitori laureandosi in legge (prevarrà la seconda inclinazione). Per un breve periodo viene rimpiazzato dall'ex-New York Dolls – e futuro Heartbreakers – Jerry Nolan. Sul Village Voice compare quindi il seguente avviso: “Cercasi batterista freak ed energico”. Si presentano in quaranta alle audizioni, ma il prescelto è l’ultimo dell’elenco, un giovanotto appena maggiorenne proveniente dal New Jersey, che si autodefinisce “il nuovo Keith Moon”: il suo nome è Clem Burke. Il provino è quantomeno singolare, con Chris Stein che come prima cosa gli fa i complimenti per il paio di scarpe indossate e poi intraprende con lui una lunga discussione sulle Ronettes e su Iggy Pop.
Cresciuto a pane e rock‘n’roll, anglofilo e fanatico di tutti gli eroi della British Invasion, con un look beatlesiano (“I Fab Four e Ziggy Stardust mi hanno cambiato la vita”), Clem è una di quelle rare personalità nate per essere delle rockstar, come più volte ribadito da Chris, ancora oggi convinto che “non avrebbe potuto fare nient’altro”. Incredibilmente veloce e potente, Burke si può a ragione considerare come il più credibile tra gli eredi di Keith Moon, dal quale prende in prestito anche la spettacolarità scenica. Ma tra le sue principali influenze dichiarate figurano, oltre al suo beniamino Ringo Starr, anche Hal Blaine ed Earl Palmer, batteristi che gli consentiranno di perfezionare il suo stile, rendendolo più creativo e variegato. Con un drummer di questo livello, regolarmente sedotto da tutti gli altri gruppi del Cbgb che faranno carte false per strapparlo ai Blondie, Debbie e Chris cominciano finalmente a trovare quell’alchimia musicale che cercavano da tempo. Inoltre, la sfrenata passione per la mitologia rock di Clem avrà il merito di controbilanciare nella band il lato più artistico rappresentato da Chris Stein.

Cercavo quello che sarebbe stato il mio Marc Bolan, il mio David Bowie o il mio Mick Jagger. E quel qualcuno lo trovai in Debbie Harry. Il suo carisma mi colpì subito, istantaneamente mi resi conto di trovarmi di fronte a una futura star.
(Clem Burke)

the_band_least_likely_to_succeedTuttavia, dopo la fuoriuscita di Ivan Král (passato al Patti Smith Group), i due leader devono subire un nuovo duro colpo, un boccone amaro difficile da buttare giù: Fred Smith, su pressione di Patti Smith (a quel tempo invaghita di Tom Verlaine), comunica a sorpresa di lasciare i Blondie per i Television, commettendo quello che la fotografa Roberta Bayley definirà come “il più grande errore della sua vita”. È la classica goccia che fa traboccare il vaso: Deborah va su tutte le furie e per mesi non rivolgerà più la parola alla rivale Patti, ritenuta la “mandante” del misfatto. Per Debbie e Chris si tratta di una mazzata tremenda: senza un soldo, senza nessuno che li supportasse, si ritrovano costretti a dover ricominciare da capo.
La Harry, particolarmente amareggiata, sembra a un passo dal mollare tutto. Del resto, le stesse case discografiche non sono interessate ai Blondie, le recensioni sui giornali locali sono poche e tutt’altro che lusinghiere. E se Chris si rivela insofferente alle critiche, lo stesso non si può dire per la platinata vocalist, alla cui autostima non fa certo bene leggere stroncature come quella pubblicata da un giornalista del Nme nel 1975 (“Debbie Harry non diventerà mai una star perché non è abbastanza brava – e lei lo sa bene – ma per il momento spero che si stia divertendo”). In questa fase delicata risultano determinanti l’entusiasmo e l’ottimismo portati dal 19enne Clem Burke per risollevare il morale ai suoi abbattuti compagni. È proprio il giovane batterista a trovare il sostituto di Fred Smith al basso: si tratta di un suo amico di infanzia, un aspirante poeta chiamato Gary Lachman (subito ribattezzato Gary Valentine). È un tipo di bell’aspetto, che dietro alla faccia d’angelo nasconde però un burrascoso passato recente: ha messo incinta la sua ragazza minorenne creando uno scandalo locale ed è stato cacciato di casa a soli 18 anni per via della sua abitudine di rientrare tardi la sera. A dispetto della pesante etichetta di pedofilo e stupratore che si porta dietro nell’America puritana dell’epoca, Gary è un appassionato di filosofia e trascorre la maggior parte del tempo libero a studiare i libri di Nietzsche. Abile con le parole, un po’ meno con gli strumenti: entra a far parte dei Blondie pur non avendo mai tenuto in mano un basso in vita sua (è a malapena in grado di strimpellare chitarra e pianoforte). Non ha nessun posto in cui stare e si trasferisce così a vivere nell’appartamento di Debbie e Chris.
Nella primavera del 1975 la line-up è finalmente al completo con l’ingresso di Jimmy Destri, talentuoso tastierista che si ispira a Ray Manzarek. È un ragazzo proveniente da Brooklyn, con un passato nei Milk and Cookies, al quale si erano interessati anche i Talking Heads; ha frequentato la scuola d’arte e studia medicina. Jimbo si guadagnerà ben presto il soprannome di “the good looking one”, in quanto componente di sesso maschile dei Blondie più gradito al pubblico femminile. Con il suo caratteristico organo Farfisa arricchirà la proposta musicale del gruppo newyorkese, aumentando i punti di contatto con gli anni 60 (in particolare con i Doors, i Rascals e le band garage rock).

cbgbIl posto in cui i Blondie avranno la possibilità di crescere, maturare e migliorare è il locale simbolo di uno dei periodi più affascinanti e mitizzati dell’intera storia del rock: il Cbgb, il luogo ideale per manifestare la libertà di espressione, un laboratorio in cui è possibile sperimentare e accumulare esperienza. Si tratta di uno di quei magici e rarissimi momenti in cui uno stimolante insieme di personalità di spicco, tutte così differenti nella loro unicità, si ritrovano nello stesso posto al momento giusto. Un periodo vibrante catturato, almeno in parte, nello storico documentario amatoriale girato da Amos Poe, “Blank Generation”, nel quale compaiono ovviamente anche i Blondie (con in sottofondo le loro versioni di “Platinum Blonde” e “Out In The Streets”). La stessa Debbie Harry scrive un lungo articolo per un giornale indipendente sulla scena del Cbgb, sottolineando l’importanza di quelle che lei definisce le "tre e" (EEE): eccentricità, eclettismo ed erotismo. Tutte le band che suonano al Cbgb si influenzano a vicenda, la scena si sviluppa in quel modo perché le persone che lo frequentano sono al massimo un centinaio, la maggior parte delle quali musicisti.
Quando però le case discografiche cominciano a interessarsi ai gruppi del Cbgb, la competizione aumenta di colpo, la solidarietà reciproca svanisce e sorgono ostilità e invidie. Patti Smith, i Television e quei mattacchioni dei Ramones cominciano a essere sulla bocca di tutti in città, mentre dei Blondie sembra non importare niente a nessuno. Gli stessi competitor, pur apprezzando la loro apertura mentale, sono convinti del fatto che non sarebbero andati da nessuna parte. Anzi, li chiamano ironicamente "The Band Least Likely To Succeed", ovvero la band con meno probabilità di aver successo. Per un periodo sono addirittura personalità non gradite all’interno del locale, a causa del veto posto dall’autoritaria Patti Smith, che non tollera che nessuna donzella possa rubarle la scena e avverte Debbie Harry come una minaccia al suo status. Passerà alla storia un feroce scambio di battute tra le due agguerrite rivali, che sintetizza brutalmente il loro carattere, mettendo in evidenza l’aggressività di Patti e il lucido sarcasmo di Debbie. La poetessa maudit si avvicina alla biondina per dirle, con tono di sfida: “Hey, qui non c’è posto per tutte e due”. Pungente la risposta della Harry: “A New York non c’è posto per tutte e due?”. Del resto, le due litiganti interpretano lo stesso ruolo in maniera assai differente ("Se Patti Smith era la luna, Debbie Harry era il sole", affermerà il regista Jim Jarmusch, a quei tempi un giovane frequentatore del Cbgb). Patti Smith ha un rapporto più mascolino e intellettuale con la musica, Debbie – con le sue pose da vamp – è invece profondamente diversa.

Non volevo approcciarmi al rock'n'roll da un punto di vista maschile. Blondie era una ragazza. Volevo creare un personaggio che fosse desiderabile, femminile, ma anche flessibile, tenace e indipendente. (Debbie Harry)

I Blondie si rimboccano le maniche e – prima di tornare al Cbgb’s, dove suoneranno tutti i week-end per sette mesi consecutivi – si esibiscono al Max’s Kansas City e in altri locali della zona come il Mother’s e il Monty Python. Con il nuovo organico al completo, i Blondie verranno gradualmente rivalutati da tutti i protagonisti della scena e saranno la rivelazione del Max’s Easter Festival del ’76, un evento al quale parteciperanno anche Ramones, Heartbreakers, Suicide e Pere Ubu. Lì verranno notati dal produttore Richard Gottehrer. Nel giugno del 1976 verrà invece pubblicata la prima compilation punk, “Live at Cbgb's”, con registrazioni di Blondie, Talking Heads, Mink DeVille e altri gruppi minori.

I Blondie rappresentavano un’eccezione al Cbgb: erano giovani, di bell’aspetto e con una mentalità positiva. Inoltre, le loro canzoni erano piene di vivaci hooks. Simboleggiavano davvero il sogno pop.
(Marty Thau)

blondie_styleLa band al completo si trasferisce in un malfamato loft sulla Bowery, a metà strada tra l’appartamento di Burroughs e il Cbgb. Una Bowery completamente differente, agli antipodi, rispetto a quella attuale, che brulica di boutique d’alta moda e hotel di lusso. I membri dei Blondie sono senza un soldo e per sbarcare il lunario Deborah lavora di giorno in una fabbrica di fibbie per cinture, mentre Chris vende pentole. Come se non bastasse tutto il resto, un incidente alla caldaia nel condominio in cui vivono li farà trascorrere un intero drammatico inverno al gelo. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché scoprono di avere come vicino di casa un talentuoso collaboratore di Andy Warhol, Stephen Sprouse, che ricoprirà un ruolo cruciale nello sviluppo dell’immagine di Debbie, diventando di fatto il suo stilista personale (sarà lui a ideare il celebre abito con una sola spallina sfoggiato nel video di “Heart Of Glass”).
In quello stesso periodo, insieme alla fiducia musicale arriva un’omogeneità visiva, con i ragazzi che si tagliano i capelli (sono i primi a farlo a New York, seguendo l’esempio degli inglesi Dr. Feelgood) e perquisiscono i vecchi depositi di Manhattan alla ricerca di abiti usati, suits, giacche, cravatte sottili (insomma, il look mostrato nelle copertine dei loro primi dischi). Nasce così un certo tipo di estetica indie, uno stile giovanile, stradaiolo ma alla moda, in seguito copiatissimo e rilanciato con successo nei primi anni Duemila da gruppi palesemente ispirati ai Blondie come gli Strokes e i Franz Ferdinand.

Portavamo i capelli corti perché tutti li avevano lunghi.
(Clem Burke)

La Harry, dal canto suo, perfeziona il proprio personaggio glamour, esibendosi sul palco con mini-abiti riciclati, costumi strappati e talvolta realizzati persino con veri e propri sacchetti della spazzatura, tutte trovate che denotano una notevole fantasia e un senso innato per la moda. Una band che fa dunque di una virtù l’arte di arrangiarsi, un perfetto esempio di creatività newyorkese.

Hey! Psst! Psst! Here she comes now

Nel giugno del 1975 i Blondie incidono il loro primo demo, acerbo e grezzo, mixato male e con un’acustica inesistente; contiene quattro canzoni: “Platinum Blonde”, “Puerto Rico”, “The Thin Line” e la cover di “Out In The Streets” delle Shangri-Las. Viene scartata all’ultimo “Once I Had Love”, il prototipo di “Heart Of Glass”. In controtendenza rispetto all’opinione comune, quel vecchio volpone di Marty Thau, uno che la sa lunga (è stato lui il primo a credere nelle New York Dolls, nei Suicide e nei Ramones), si dice convinto che i Blondie saranno l’unico gruppo della scena newyorkese a sfondare e a farsi strada nel mainstream. Loda in modo particolare il loro senso dell’arrangiamento: sanno come trovare i giusti accordi, gli hook efficaci. È proprio Marty Thau a segnalare i Blondie a Craig Leon (che sta lavorando allo storico debutto dei Ramones) e Richard Gottehrer (già autore e produttore del classico “My Boyfriend’s Back” delle Crystals e dell’hit “Hang on Sloopy” dei McCoys, oltre che fondatore della Sire Records insieme a Seymour Stein), che saranno i produttori rispettivamente dei primi singoli e dell’album d’esordio. Durante le prime prove in studio l’esecuzione è ancora imperfetta, ma si intravedono già le idee, gli spunti melodici tutt’altro che banali, insomma delle potenzialità non indifferenti.

Avevano idee geniali, ma non erano sempre in grado di metterle in pratica. Non a caso, molte delle canzoni che eseguivano in quel periodo sarebbero poi finite su “Parallel Lines”.
(Richard Gottehrer)

dollsNessuna importante casa discografica, però, sembra credere nei Blondie, che si ritrovano così costretti a firmare un contratto con la piccola (e poco rinomata) etichetta indipendente Private Stock. La band non riesce a essere presa sul serio, i commenti sono pieni di luoghi comuni e tutti incentrati sull’aspetto della cantante, ritenuta l’unica attrazione. È lo stesso Chris Stein, autore di molti dei più iconici scatti della Harry, a sfruttare coscientemente l’immagine fotogenica della compagna per promuovere il gruppo. Debbie finisce così nella cover del primo numero del New York Rocker e diventa tra le principali protagoniste – spesso in compagnia dell’amico fraterno Joey Ramone – della storica fanzine Punk: i fotoromanzi realizzati dalla fotografa Roberta Bayley contribuiscono ad alimentare l’interesse verso questa misteriosa e seducente vocalist dai capelli biondo platino. Ben più cinico il marketing della Private Stock, che per pubblicizzare l’album d’esordio utilizza un’immagine di Debbie svestita, contro il suo stesso parere. “Non ci stavano proponendo nel modo giusto, volevano usarmi come una bambola sexy, stravolgendo l’immagine della band. Ma mi ribellai” – ricorda Deborah. Alla stampa verranno così distribuite soltanto foto del gruppo al completo.

Neanche per un istante abbiamo pensato di fare del porno rock‘n’roll. Volevamo utilizzare l’immagine di Debbie con garbo e ironia.
(Chris Stein)

Contemporaneamente, Peter Leeds – che in passato aveva già lavorato coi Wind in the Willows – riallaccia i contatti con Debbie Harry e riesce a diventare il manager dei Blondie. La sua diventerà una personalità sempre più invadente e indesiderata, ben presto ai ferri corti con tutti i membri della band (in particolare con il poco diplomatico Gary Valentine). Dall'alto della loro totale ignoranza in materia, i Blondie firmano frettolosamente con lui un contratto senza un avvocato ad assisterli, il primo di una lunga serie di errori legali e manageriali. Peter Leeds li ingannerà, non mantenendo le promesse fatte; sarà lui a gestire tutta la parte economica, pappandosi a loro insaputa una bella fetta della torta. Con il suo atteggiamento intimidatorio, Peter Leeds vuole far credere ai Blondie di disporre di un potere di vita e di morte sulla band. Per Leeds, eccezion fatta per Debbie, sono tutti rimpiazzabili e questo concetto lo ribadisce ogni volta. Il suo obiettivo appare fin troppo chiaro: indirizzare Deborah Harry verso una carriera solista, più remunerativa secondo le sue previsioni. La band risponderà a queste provocazioni mettendo in commercio le leggendarie t-shirt recanti la scritta “Blondie is a group”.

x_offender_02Nell'estate del 1976 i Blondie rilasciano il loro primo 45 giri, “X Offender/In The Sun”, che funge da lasciapassare per la pubblicazione di un album in studio. “X Offender”, poi inserita come traccia d’apertura del loro disco d’esordio, è composta dal bassista Gary Valentine e originariamente avrebbe dovuto intitolarsi “Sex Offender” (la casa discografica li obbligherà a cambiare il titolo, troppo esplicito per le radio americane). Non mancano i riferimenti alla delicata vicenda in cui era stato coinvolto qualche tempo prima lo stesso Valentine (il “molestatore sessuale” al quale fa riferimento il titolo), giudicato dai benpensanti come un depravato stupratore soltanto perché aveva messo incinta la sua ragazza di 16 anni. Il testo verrà però cambiato da Debbie Harry, che lo modificherà in un’ottica femminile. Ecco quindi il racconto di una prostituta che cerca di sedurre il poliziotto che l’ha appena arrestata; è innovativo il fatto che un argomento ancora tabù come il sesso venisse trattato dal punto di vista di una donna. La canzone, con quel suo clima malinconicamente gioioso, vuole essere un tributo ai girl group dei primi anni 60 e al wall of sound spectoriano. La memorabile melodia è sorretta dalle percussioni di Clem Burke, che cerca di emulare Hal Blaine, e dall’organo Farfisa di Jimmy Destri. “X Offender” ottiene un successo modesto (viene scelto dal Sounds come single of the week pur non riuscendo a entrare in nessuna classifica), ma garantisce ai Blondie la possibilità di firmare un contratto discografico e di registrare il loro primo album. Il batterista Clem Burke non ha dubbi: “’X Offender’ è la miglior canzone che abbiamo mai realizzato. È come un’opera d’arte”. In effetti, è un brano che fa repentinamente cambiare idea a molti che fino a quel momento avevano creduto poco nelle reali capacità dei Blondie.

Debbie e Chris hanno sette canzoni che ritengono pronte per un disco, Jimmy ne ha due e Gary altrettante: nasce così Blondie. L’album è registrato essenzialmente dal vivo e “fun” è la parola d’ordine. Traspare il brutale sense of humour della band, sbarazzina ma terribilmente contagiosa, accattivante nella sua ingenuità.
L’album, fresco e personale, è una collezione di canzoni piene di ganci melodici, con frequenti rimandi a Phil Spector. Un aggiornamento degli anni 60, con i girl group e la musica beat riletti in chiave punk, con una forte componente garage rock, evidente soprattutto nell’organo Farfisa suonato da Jimmy Destri, un elemento-chiave del disco (“Era dai tempi di “Light My Fire” che l’organo non veniva suonato così bene”, scriverà il critico Robert Christgau). La batteria è vigorosa, con Burke che pesta come un ossesso, mentre le chitarre sono prevalentemente surf. L'album vede anche la partecipazione di Ellie Greenwich (un autentico pezzo da novanta del decennio precedente, coautrice di capolavori come "Be My Baby", "Leader Of The Pack" e "River Deep – Mountain High"), eroina di gioventù di Debbie, che si occupa dei cori di "In The Flesh" e "Man Overboard".

Volevamo realizzare un disco che suonasse fresco e attuale, ma che allo stesso tempo fosse ispirato dalla musica con la quale siamo cresciuti.
(Gary Valentine)

Blondie è intriso di una sensibilità bubblegum, con ritornelli appiccicosi, testi irriverenti e provocatori, conditi da diversi momenti umoristici. Il clima di fondo è fumettoso, basti pensare a titoli sensazionalistici come “X Offender”, "A Shark In Jets Clothing", “Kung Fu Girls” o “The Attack Of The Giant Ants”. La passione per la fantascienza, per i B-movie, per i racconti pulp, per i comic books (con Brenda Starr citata in “Rip Her to Shreds”) e più in generale per la pop-trash culture appare evidente. I temi predominanti dei testi, impreziositi dall’humour surreale di Debbie Harry, sono la violenza e le sparatorie: “It’s prime television on record!”, diranno.
La produzione di Gottehrer è un po' troppo levigata e "pulitina", smorza l'attitudine punk mostrata dai Blondie nelle performance dal vivo. Ma le canzoni rimangono oltraggiose e divertenti, energiche e ballabili, tanto grintose quanto melodiche.
“Little Girl Lies” è un R&B destrutturato scritto dalla Harry, con il caratteristico hand-clapping a dare il ritmo. “In The Sun”, aperta dal “Surf’s Up!” lanciato da Debbie, è un chiaro omaggio al surf-rock. Riferimenti sessuali espliciti traspaiono nella brillante “Look Good In Blue” (“I could give you some head and shoulders to lie on”), mentre nella melodrammatica “A Shark In Jets Clothing” – che si conclude con un epico duello all’ultimo respiro fra la chitarra di Stein e l’organo di Destri – è presente un cenno di West Side Story. “Man Overboard” è caratterizzata da un sound latineggiante ed è da un punto di vista ritmico il brano più intricato dell’album. “Kung Fu Girls” è invece il pezzo più punk del lotto, con Debbie Harry che, durante ogni concerto, si scatena, eseguendo dei calci volanti à-la Bruce Lee. La conclusiva "The Attack Of The Giant Ants" denota tutta la passione dei Nostri per gli horror sci-fi (il titolo si rifà ad “Assalto alla Terra”, un classico del cinema anni 50, e nel brano sono presenti effetti sonori in stile “Godzilla”, oltre che urla primitive e ritmi tribali che sembrano provenire da una tribù che risiede nella giungla più profonda e inesplorata, trovate che anticipano lo stile di Adam & the Ants).

rip_her_to_shredsIl brano in assoluto più trascinante dell'intero disco è "Rip Her To Shreds", con un messaggio bitchy di Debbie riferito a un po' tutte le ragazze del tempo che frequentano la scena newyorkese (il verso "Oh, you know her, Miss Groupie Supreme" potrebbe essere diretto a Nancy Spungen o Sable Starr), un pezzo che mostra tutto il sarcasmo e l'abilità con le parole della leader, qui al suo meglio. Le chitarre sono affilate, sporche come può essere soltanto l’infame bagno del Cbgb, ma è l'interpretazione punk della Harry a fare la differenza: si prende gioco di tutti e tutte, tra invettive e irresistibili versacci (“ugh”, “bleah”). Un vero e proprio assalto frontale contro tutte quelle persone che nel gossip ci sguazzano. Come un rito, ripetuto quasi ogni concerto, durante l'esecuzione di "Rip Her To Shreds" Debbie indossa un abito da sposa, che sul finire della canzone riduce letteralmente a brandelli. Appare già chiaro ai tempi che sull'altare non ci sarebbe mai finita...

Nell'ottobre del 1977 i Blondie otterranno a sorpresa la loro prima hit: "In The Flesh", una preziosa ballata sixties che omaggia le Shangri-Las ed è ispirata dalla cotta che Debbie si era presa in passato per David Johansen (frontman delle New York Dolls), verrà trasmessa per errore al posto di "X Offender" nello show australiano Countdown e arriverà inaspettatamente al secondo posto in classifica. Il successo ottenuto da "In The Flesh" permetterà all'album di debutto di entrare nella top-20 australiana. Contro ogni previsione, saranno così i Blondie il primo gruppo proveniente dal Cbgb a ottenere un certo successo internazionale, seppur limitato alla sola Australia. Sarà l’inizio di una lunga scalata che, nel giro di qualche anno, li porterà fino in vetta al mondo.
Blondie attira l’attenzione degli addetti ai lavori e viene accolto molto positivamente dalla critica specializzata, con numerosi dietrofront da parte di giornalisti che fino a poco tempo prima si erano divertiti a scrivere peste e corna su quel quintetto newyorkese guidato da un’audace biondina. Anche i più scettici cominciano quindi a ricredersi sull’effettiva consistenza della band. Blondie è infatti uno dei debutti più originali e particolari dell’intera scena punk & new wave, pressoché unico nel suo genere, un caso isolato, che mischia l’innocenza dei girl group con la sfrontatezza tipica del punk ("Rifle Range", il cui testo è stato scritto dall’amico Ronnie Toast in seguito a un probabile trip d'acidi, è un manifesto di questo nuovo stile). Non raggiunge la perfezione formale di Parallel Lines, ma il risultato finale è altrettanto irresistibile e mostra un volto della band meno conosciuto dal grande pubblico. I Blondie trovano così il loro modo di proporsi, differenziandosi da tutti gli altri protagonisti del Cbgb: non posseggono la stessa vena poetica di Patti Smith, l’ambizione intellettuale dei Television, l’elemento autodistruttivo di Richard Hell o quello avanguardistico dei Suicide, sono più vicini all’estetica fumettosa e parodistica dei Ramones, ma non per questo vanno considerati meno interessanti o stimolanti. E una volta trovata la loro personale ricetta per distinguersi, cominceranno gradualmente a diventare sempre più appetibili.

Per celebrare l’uscita del loro primo album Debbie & C. organizzano un party, al quale vengono invitati anche Richard Hell, Joan Jett, i Ramones e i Miamis. I Blondie concludono infine il loro prolifico 1976 con un concerto a Central Park per il New Year’s Eve, una delle loro prime esibizioni per le quali ricevono un compenso.

Avevamo conquistato New York battendo i Ramones. Tutto a un tratto eravamo diventati la band più richiesta. Ci stavamo emancipando dal nostro piccolo mondo, i locali della Bowery iniziavano a starci stretti, le richieste per assistere ai nostri live aumentavano a dismisura.
(Chris Stein)

Dai locali underground newyorkesi alla conquista dell’Inghilterra

tourneIl 1977 è un anno che i Blondie trascorrono quasi interamente sul palco. Grazie a una serie di concerti tenuti a Los Angeles e San Francisco, ottengono una certa popolarità in California, dove trovano terreno fertile, grazie anche al fondamentale contributo divulgativo di Rodney Bingenheimer, uno dei più importanti disc jockey statunitensi, il primo in America a trasmettere in radio gruppi che appartengono alla scena punk & new wave. Anche la stampa ha un certo peso, con il Los Angeles Times che descrive i Blondie come una strana fusione fra le Shangri-Las e Lou Reed, con Debbie Harry abile a interpretare agevolmente entrambi i ruoli. All’inizio del mese di maggio i Blondie partono per il loro primo tour inglese come gruppo di spalla dei Television, ai quali rubano totalmente la scena, divenendo così una delle formazioni più idolatrate dai kids del ’77 e ponendo le basi per l’imminente successo che sarebbe arrivato da lì a breve. Il pubblico inglese reagisce in modo esuberante durante ogni concerto e la Gran Bretagna diventa fin da subito la seconda casa dei Blondie.
Debbie è incoraggiata dal suo nuovo audience, mentre è infastidita dall’atteggiamento morboso della stampa britannica, che sembra porre più attenzione al suo aspetto fisico che alla sua musica. A tal proposito, cita sempre una recensione (?!) che inizia esattamente con queste parole: “La sua testa è troppo grande per il suo corpo”. Negli articoli non mancano né le accuse sessiste, con la Harry descritta come una donna manovrata da Stein, né le accuse politiche, con i Blondie incolpati di non avere alcun messaggio politico da diffondere. I componenti di sesso maschile, dal canto loro, iniziano a preoccuparsi del fatto che l’immagine di Debbie (ormai già ovunque identificata come Blondie) possa oscurare quella di tutto il gruppo.
Ancor più prestigiosa la tournée successiva, questa volta in territorio americano. David Bowie e Iggy Pop avevano infatti ascoltato a Berlino il primo album dei Blondie e ne erano rimasti folgorati: immediatamente decidono di invitarli per il primo tour solista dell’Iguana (con il Duca Bianco alle tastiere). Tra queste personalità di spicco si instaura un rapporto amichevole, con Bowie che fornisce preziosi consigli alla Harry su come muoversi sul palco e si interessa in modo particolare a Destri, possessore di un Polymoog che attira subito la sua attenzione (arriverà a proporgli di collaborare con lui). Una volta, David salva addirittura Jimmy dal carcere (per aver sfasciato, da sbronzo, le finestre di un hotel di lusso), mettendo una buona parola di fronte alle autorità. Inoltre, come ammesso da un divertito Iggy, che diventerà uno dei migliori amici di Debbie, entrambi ci provano spudoratamente con lei nel backstage, ma senza successo, ricevendo sempre la stessa risposta: “Magari un’altra volta, quando Chris sarà assente”.

I Blondie sono il più grande tentativo di suonare rock di massa. E Debbie è una persona fantastica, piena di energia e ironia. Molte persone hanno completamente sottovalutato questo aspetto. Spesso Debbie ti prende in giro con quel sorriso assente sulle labbra.
(David Bowie)

Ma una nuova grana incombe sui Blondie: Gary Valentine richiede maggior spazio, vuole suonare la chitarra e cantare le sue canzoni, insomma ambisce a diventare il leader della band, il che è ovviamente impensabile. La rottura definitiva tra lui e i tre principali autori (Debbie, Chris e Jimmy) avviene durante le sessioni del seguito dell’album d’esordio. Gary è deluso dal fatto che gli abbiano bocciato la sua “Scenery” (in effetti una piccola gemma da riscoprire, presente nella ristampa del 2001 di Plastic Letters); inoltre, si impunta a non voler eseguire la cover di “Denis”, proposta dalla Harry. Tutto a un tratto l’idealista Valentine diventa un peso, una sorta di Brian Jones dei Blondie. Peter Leeds se ne accorge, lo chiama e gli comunica che è licenziato, senza aggiungere altre spiegazioni. L’autoritario manager è infatti convinto che possa incrinare i rapporti all’interno della band. Gary Valentine formerà subito dopo i Know, un trio power-pop autore di alcuni validi 45 giri, ai quali non verrà però dato un seguito. Nel 1981 si unirà alla band di Iggy Pop, poi si ritirerà dalle scene, iniziando una nuova e apprezzata carriera di giornalista e scrittore, specializzato in misticismo e occultismo. Rimpossessatosi del suo vero nome, Gary Lachman scriverà anche uno dei libri più completi sulla scena newyorkese di metà anni Settanta, "New York Rocker: My Life in the Blank Generation, with Blondie, Iggy Pop and Others, 1974-1981".

I Blondie si ritrovano così a registrare l’imminente nuovo album senza un bassista fisso. Trovano una soluzione temporanea chiamando un tizio che a prima vista può essere tranquillamente scambiato per un gangster italo-americano. Si chiama Frank Infante, di professione fa il chitarrista e ha Keith Richards e Johnny Thunders come modelli musicali. Soprannominato “The Freak” per il suo viso butterato e per il suo pallore, Infante suonerà sia il basso che la chitarra in Plastic Letters, alternandosi con Chris Stein, non venendo però accreditato come membro ufficiale (e non comparendo nella foto di copertina).
Contemporaneamente, Peter Leeds rompe il contratto con la Private Stock e si rivolge alla Chrysalis, il cui presidente, Terry Ellis, rimane a bocca aperta dopo aver visto una sola foto di Debbie Harry: “Oh my God, this woman is a star!”. Avviene così il passaggio dei Blondie alla Chrysalis per mezzo milione di dollari, una cifra inaudita per un gruppo che, in fondo, non ha ancora sfondato. Mai un investimento si sarebbe rivelato più azzeccato: il boom dei Blondie permetterà infatti alla casa discografica inglese – che in quel periodo ha sotto contratto i Jethro Tull e poco altro – di vivere un nuovo periodo di splendore, che proseguirà per tutto il decennio Ottanta.
In quei mesi i Blondie scrivono talmente tante canzoni da prendere in considerazione l’idea di pubblicare un doppio album, ipotesi scartata dalla casa discografica. L’obiettivo dei newyorkesi, in ogni caso, è quello di unire chitarre hard a qualche spruzzata di elettronica, con Jimmy Destri alle prese con piccoli esperimenti con i polyphonic synthetizers.
Con Plastic Letters la band vuole quindi registrare un lavoro duro ed energico (high voltage rock, nelle parole di Deborah), in grado di accattivarsi sia gli appassionati di hard-rock sia di far breccia nel cuore dei giovani punk che hanno invaso l’Inghilterra. Stop alla nostalgia, meno sinfonie bubblegum e rimandi agli anni 60, queste alcune delle direttive. Plastic Letters è infatti una schizofrenica raccolta di vibranti brani power-pop, con una tutt’altro che trascurabile vena dark.

im_always_touched_by_your_presence_dearA garantire le fortune commerciali dell’album, tuttavia, è una cover di un dimenticato successo doo wop, “Denise” dei Randy & the Rainbows, trasformata in “Denis” e riletta da una prospettiva femminile, con l’aggiunta di alcuni versi in francese improvvisati da Debbie. Una deliziosa canzoncina a ritmo di marcia che arriva al numero due della classifica inglese e diventa una grande hit in tutta Europa, consentendo ai Blondie di partecipare per la prima volta a Top of the Pops (con Debbie Harry che si presenta sul palco indossando soltanto una lunga camicia rosso fuoco, oltre a degli stivaletti sempre rossi, stuzzicando le fantasie del pubblico e facendo andare fuori di testa una nazione intera). Si comporta bene nelle chart britanniche, raggiungendo la top-10, anche il successivo singolo "(I'm Always Touched By Your) Presence, Dear", ovvero la canzone con la quale si era congedato Gary Valentine. È un brano che parla della presunta telepatia sviluppata dalla fidanzata dell’ex-bassista dei Blondie, che puntualmente gli telefonava ogni volta che lui invitava una ragazza nella sua camera d’hotel. Una semplice coincidenza o che altro?

Il disco è in realtà più oscuro e avventuroso di quanto non lasciano presagire i due pur ottimi singoli di lancio. L’autore più prolifico è Jimmy Destri: sono sei le canzoni contenute in Plastic Letters composte dal tastierista, tutte diverse le une dalle altre. La trascinante “Fan Mail”, scritta in un minuto esatto da Destri, apre gloriosamente l’album. “Contact In Red Square” profuma di film spionistico sulla Guerra Fredda ("I got a job to do/ Hid the microfilm in the lining of my shoe", "I got my papers and a cyanide pill/ My Polaroid's a taser in disguise"), mentre "I Didn't Have The Nerve To Say No" ha un tono enfatico, retto sulla vitale interpretazione della cantante. Il titolo di quest'ultima canzone si riferisce probabilmente a una frase che David Johansen ripeteva spesso: "You could see Debbie's nerves... That made the show interesting". Il cantante delle New York Dolls intendeva dire che, dietro alla facciata, Debbie Harry nasconde una certa insicurezza, un'instabilità emotiva che si può cogliere osservando attentamente le sue mutevoli esibizioni sul palcoscenico, una caratteristica che la rende ancor più irresistibile.
“No Imagination” è la traccia più anomala e sofisticata del disco, espressamente influenzata da “Lady Day” di Lou Reed, con un’atmosfera da night-club decadente. Jimmy, autore del brano, suona un pianoforte barocco, con Debbie che interpreta il ruolo di femme fatale cucitole addosso. La scatenata “Detroit 442” è un chiaro tributo a Iggy Pop, con tanto di video-parodia del punk, con la Harry vestita come una sexy motociclista. È un pezzo aggressivo che guarda dentro la mente di un nichilista della Motor City e allo stesso tempo cattura lo spirito dei Blondie durante il loro primo tour inglese: “Durezza, disperazione, intensa alienazione”. Destri firma anche “Kidnapper”, un numero blues/rock‘n’roll da pub, con Debbie che adotta un’intonazione smaccatamente parodistica.
Riesce a emozionare la malinconica "Bermuda Triangle Blues (Flight 45)", con la voce di Debbie Harry che appare più fatata che mai. Parecchio divertenti gli episodi più demenziali e spensierati, un po’ sul modello dei Devo, come “I’m On E” e “Love At The Pier”. La prima racconta la frustrazione di trovarsi al verde e senza benzina (“I’m On E” sta per “I’m On Empty”), nonostante "two weeks ago, Saturday, I was on TV". La seconda è una scenetta comica che riporta l’appuntamento di una ragazza con il classico spaccone, abbronzato e palestrato, cosparso d’olio da capo ai piedi, che – al momento cruciale – scivola in acqua a causa del troppo grasso che si era spalmato addosso.
Di tutt’altro tono la tirata “Youth Nabbed As Sniper”, un inquietante monologo di uno squilibrato teenager che da un momento all’altro potrebbe togliersi la vita oppure compiere una strage come quella della Columbine. Un brano che deve aver influenzato i Sonic Youth più spettrali (non a caso Kim Gordon indicherà Plastic Letters come uno dei suoi dischi preferiti). Il gran finale è affidato alla sinistra "Cautious Lip", caratterizzata da un clima alienato, nel quale riecheggiano atmosfere drogate e malate à-la Velvet Underground. Un lento crescendo rotto dall’agghiacciante urlo d’orrore lanciato da Debbie, che precede l’assolo conclusivo.
Il fascino della notte che traspare dall’album è ben rappresentato dall’intrigante copertina, che rievoca la Gioventù Bruciata dei Fifties. Appoggiata su una macchina della polizia rubata e circondata dalla sua gang di soli uomini, Debbie Harry indossa un malizioso vestitino rosa, disegnato per lei dalla sua migliore amica Anya Phillips.

plastic_lettersPlastic Letters, registrato nel 1977 ma immesso sul mercato soltanto nel febbraio del 1978, raggiunge la top-10 in Uk e Germania, va bene anche in Francia, Olanda e Belgio, soprattutto grazie al successo ottenuto da “Denis”. Si può ritenere un album di transizione, dal momento che con esso il gruppo newyorkese compie un decisivo passo in avanti verso quello che sarebbe diventato il suo sound più riconoscibile. Allo stesso tempo, però, si distingue da tutti gli altri lavori dei Blondie (e andrebbe riscoperto proprio per questo) per quell’elemento dark, approfondito anche in seguito (si pensi a “Fade Away And Radiate” o “Victor”), ma mai più così presente. Si rivelerà profetica la recensione di Kris Needs su ZigZag: “I Blondie stanno per diventare enormi… E ciò è scritto a chiare lettere in Plastic Letters”.
Una volta terminato il disco, Peter Leeds scova il nuovo bassista in quel di Los Angeles: si tratta di Nigel Harrison, un musicista navigato, con una certa esperienza alle spalle. È di nazionalità inglese, ha suonato in un gruppo glam-rock di buon livello come i Silverhead, ha collaborato con Ray Manzarek e Kim Fowley, suonando peraltro il basso come session man nel primo disco delle Runaways. Nigel ha assistito a degli show dei Blondie, registrandoli su una cassetta: questo gli permette di presentarsi al provino già in grado di suonare l’intero catalogo della band. Frank Infante passa fisso alla seconda chitarra e si compone così la line-up definitiva, che è anche l’assetto più noto dei Blondie.

Plastic Letters è pronto per la pubblicazione, ma la sua uscita viene posticipata per preciso volere della Chrysalis, che nel frattempo ristampa il primo album e organizza un piccolo tour mondiale per i Blondie, che trascorrono così gli ultimi mesi del ’77 e i primi del ’78 lontani dalla loro New York. La prima tappa è nella terra dei canguri, a Perth per la precisione. Il pubblico locale non ha idea di chi siano realmente i Blondie, conosce una sola canzone, “In The Flesh”, che è stata una grande hit in Australia, e si aspetta di conseguenza di assistere a un intero repertorio di ballate nostalgiche. Rimane quindi sbigottito dinanzi a un live incendiario, dai connotati punk.
Vi è poi un nuovo ritorno in Inghilterra, con il pubblico infuocato per il primo tour da headliner dei Blondie, percepiti come la sensazione del momento. Nel clima di euforia generale non manca qualche momento di tensione, come quella volta in cui Chris Stein sfascia la sua chitarra in testa a un ragazzo che continuava a sputargli addosso dall’inizio del concerto. All’epoca Debbie ha ancora la cattiva abitudine di leggere le review dei giornali e rimane delusa dal fatto che la stampa inglese la critichi per il suo essere troppo sexy sul palco. La serata successiva la platinata vocalist decide provocatoriamente di rimanere ferma immobile, attaccata al microfono per tutto il tempo per non mettere in imbarazzo nessuno; il giorno dopo, però, viene di nuovo attaccata, questa volta per essersi mossa troppo poco sul palco. Da quel momento, alla buon’ora, Deborah inizia a non prestare più attenzione ai tabloid, ignorandoli e non facendosi più influenzare.
La tournée prosegue in Giappone, Thailandia (a Bangkok prima di allora non avevano mai visto un gruppo rock!) e poi nuovamente in Europa, per promuovere Plastic Letters all’inizio del 1978. Le recensioni questa volta sono unicamente positive, con i media che esaltano la grande presenza scenica della Harry e il vasto potenziale della band. L’immagine di Debbie comincia a essere ovunque. Ma siamo soltanto all’inizio…

Gli uomini preferiscono le bionde (specialmente se con il cuore di vetro)

gli_uomini_preferiscono_le_biondeDopo oltre sei mesi on the road, la band torna a New York nel marzo del 1978. Quasi nessuna radio americana, nel frattempo, ha avuto il coraggio di trasmettere le canzoni dei Blondie, proprio per la loro appartenenza alla scena punk, osteggiata dai dj statunitensi, un comportamento che testimonia tutta la diffidenza degli americani nei confronti delle novità. "Non vi trasmetteremo fino a quando non ci avrete proposto la giusta canzone": questa è la frase che si sentono ripetere ogni volta. E, come è noto, negli States è difficile, per non dire impossibile, vendere i dischi se non si viene trasmessi in radio.
La band riprende la sua attività dal vivo, esibendosi al Cbgb’s e al Palladium di New York in compagnia di Robert Fripp, eseguendo alcune cover, come "Sister Midnight" di Iggy Pop e "I Feel Love" di Donna Summer. Chi ha la fortuna di assistere a quei concerti conia il termine di trance-rock. I Blondie vengono però condannati dal resto della comunità punk per aver osato suonare "I Feel Love": le accuse di aver perso la propria integrità artistica neanche si contano. Questo per testimoniare, una volta di più, il coraggio che i Blondie dimostreranno realizzando in seguito “Heart Of Glass”, provenendo da un ambiente certamente aperto ma allo stesso tempo anche intransigente e intollerante, in particolare nei confronti della disco-music, vista come l’incarnazione del male. Gli stessi Clem Burke e Nigel Harrison, del resto, proveranno un certo imbarazzo, mentre Debbie e Chris decideranno di proseguire inconsciamente per la loro strada.
Per la produzione del terzo album la scelta ricade sull'hitmaker Mike Chapman, un australiano che in Uk aveva trovato l'Eldorado, facendo la fortuna di artisti glam quali Suzi Quatro e gli Sweet. "Fui io a propormi ai Blondie – ricorda Chapman – Li vidi per la prima volta al Whisky a Go Go, nel '77, e non potevo credere ai miei occhi: erano divertenti, suonavano con un'intensità incredibile e facevano musica nuova, pur senza rinnegare il passato. Intravidi subito in loro un potenziale enorme. Circa un anno dopo andai a trovarli a New York, ma non venni accolto benissimo: mi guardavano con aria sospetta, si erano convinti che la casa discografica mi avesse mandato lì per manovrarli. Per allentare la tensione, chiesi a Chris Stein di farmi ascoltare del materiale inedito. Non erano ancora canzoni fatte e finite, ma ebbi la fortuna di assistere a una vera e propria esplosione di creatività, mi mostrò un'idea originale dietro l'altra. Immediatamente capii che si trattava dell'embrione di un capolavoro".

Avevo una mezza idea di offrire loro una canzone che avevo appena scritto, 'Some Girls', che sarebbe poi divenuta una grande hit inglese nel 1979 nella versione dei Racey. Ma dopo che mi avevano fatto ascoltare le versioni primordiali di 'Sunday Girl' e 'Heart Of Glass' mi ero sentito in profondo imbarazzo e avevo capito che erano dei songwriter molto più dotati del sottoscritto.
(Mike Chapman)

I Blondie sono come un diamante grezzo, un gruppo sul punto di esplodere, ma a cui manca ancora qualcosa per fare il definitivo salto di qualità. E quel qualcosa è la disciplina: prima di conoscere Mike, non erano infatti abituati a lavorare professionalmente, suonavano e registravano in modo spontaneo, senza un filo conduttore. Chapman, ancor più che per la cura maniacale degli arrangiamenti, diventa determinante nel processo che porta la band a ottenere un'invidiabile maturità in studio. Con il meticoloso produttore australiano, soprannominato “Mr. Perfection” da Debbie, è richiesta la massima concentrazione e precisione. Chapman ha un debole per Destri (il suo autore prediletto), valorizza Infante, che stima molto come chitarrista, mentre ha qualche screzio con Burke (a causa del suo protagonismo) e Harrison (il quale, vista la sua esperienza, non accetta di essere trattato come un novellino). Con un perfezionista come il produttore australiano le sessioni sono dunque intense, ma tanto duro lavoro – per giunta realizzato in una torrida estate newyorkese – verrà poi ripagato. Parallel Lines arriverà al primo posto in Gran Bretagna, al secondo in Australia e Canada, al sesto negli Stati Uniti e dal disco verranno estratti ben sei singoli, cinque dei quali di enorme successo. Altrettanto celebre è la foto di copertina, imposta dal discusso manager Peter Leeds e odiata da tutti i membri della band (e da Debbie in particolare), ma destinata a diventare una di quelle cover che segnano in profondità l'immaginario collettivo.

Nel primo album ci presentavamo semplicemente in studio e suonavamo, registrando le versioni migliori. Nel secondo album non avevamo un bassista fisso. In “Parallel Lines” invece la qualità dei musicisti è molto elevata. Avevamo suonato assieme per quasi un anno, crescendo tantissimo.
(Debbie Harry)

Parallel Lines si apre con un telefono che squilla e a sollevare la cornetta è nientemeno che Deborah Harry: la contagiosissima "Hanging On The Telephone" è il miglior preambolo possibile all'ascolto. Si tratta di una cover dei Nerves, gruppo di culto californiano guidato da Jack Lee, che Debbie e Chris scoprono grazie alla segnalazione di un loro grande ammiratore: Jeffrey Lee Pierce, presidente del Blondie Fan Club di LA e futuro leader dei Gun Club. Neanche il tempo di riprendere il fiato ed ecco materializzarsi il famoso riff di "One Way Or Another", ideato dal bassista Nigel Harrison e suonato dall'altro chitarrista, Frank "The Freak" Infante. Con un'interpretazione frenetica e sopra le righe (ben esemplificata dallo sfrontato "I'm gonna getcha getcha getcha getcha"), la Harry ci racconta di essere stata vittima di stalking da parte di un suo ex-fidanzato. Il pezzo si fa apprezzare anche per il concitato e folle finale, che spiazza l'ascoltatore.
Si prosegue con l'anthemica "Picture This", unico brano che porta la firma del prolifico trio Harry-Stein-Destri, impreziosito da uno splendido assolo di Infante. Il testo, scritto dall'iconica frontwoman, è particolarmente allusivo ed esplicito, troppo per le radio americane dell'epoca. In particolare il verso “I will give you my finest hour/ The one I spent watching you shower” è un capovolgimento dei ruoli che ha del clamoroso: è la donna ora a guardare l'uomo, che diventa così l'oggetto sessuale.
Ma sarebbe un madornale errore ritenere Parallel Lines soltanto un micidiale juke-box sforna-singoli, perché – anche tra i brani meno noti – si nascondono diverse perle di valore assoluto. È il caso della suadente "Fade Away And Radiate", una delle prime composizioni della coppia Harry-Stein, rimasta a lungo chiusa in un cassetto. La platinata cantante mette a tacere i critici con una sorprendente prova canora, delicata e intensa al tempo stesso, ammaliante e dai toni decadenti. Interessante anche il testo, che contiene quello che per il critico americano Rob Sheffield è il miglior verso nella storia del rock'n'roll ("dusty frames that still arrive/ die in 1955", un omaggio a James Dean) e che parla dell'infatuazione per le star scomparse del cinema. Un tema molto caro alla Harry: adottata quando aveva pochi mesi da una famiglia del New Jersey, da bambina si era autoconvinta che Marilyn Monroe fosse la sua vera madre. Al resto ci pensa la glaciale chitarra di Robert Fripp, amico e sostenitore della band, con cui suona più volte in concerto in quegli anni, che eleva il pezzo trasportandolo in una dimensione onirica. Dopo un brano così oscuro, l'atmosfera torna subito a farsi più gioiosa e serena con "Pretty Baby", deliziosa gemma pop dal gusto retrò dedicata alla giovanissima (e controversa) attrice Brooke Shields; nel breve intermezzo recitato la voce di Debbie appare all'apice della sua sensualità.

The beams become my dream/ My dream is on the screen
(“Fade Away and Radiate”)

I Blondie continuano a saltare di palo in frasca da una canzone all'altra, ed eccoci dunque all'energica "I Know but I Don't Know", che vede i chitarristi Stein e Infante sugli scudi e sembra anticipare molto alternative-rock del decennio successivo. "11:59" e "Will Anything Happen?", due irresistibili ganci power-pop da ko immediato in puro stile Blondie, avrebbero potuto tranquillamente essere dei singoli. Poco male, dato che la scelta sarebbe poi ricaduta su "Sunday Girl", una delle maggiori hit inglesi del 1979, tuttora uno dei classici più amati dai fan, che si apre con una quasi impercettibile citazione di "Be My Baby" delle Ronettes e prosegue con una memorabile melodia tutta da canticchiare. La leggenda vuole che Chris Stein l'abbia scritta per rincuorare una rattristata Debbie in seguito alla scomparsa del loro gatto (che si chiamava Sunday Man); Jimmy Destri fatica tuttavia a credere a questa versione e non ha dubbi sul fatto che si tratti molto più semplicemente di una dichiarazione d'amore ("I know a girl from a lonely street/ Cold as ice cream but still as sweet").

heart_of_glassMerita, inevitabilmente, un discorso a parte "Heart Of Glass", il crossover disco/new wave che renderà i Blondie un fenomeno globale e Debbie Harry il sogno proibito di un'intera generazione di adolescenti, una sorta di risposta musicale a Marilyn Monroe. Allo stesso tempo è anche il pezzo più innovativo e – perché no – sperimentale dell'album, nonché quello che ha avuto la più lunga gestazione. "Heart Of Glass" nasce infatti nel 1975 con il provvisorio titolo di "Once I Had A Love (Aka The Disco Song)", ma al contrario di quello che si possa immaginare in origine l'elemento disco è assente. Quando, durante le registrazioni di Parallel Lines, Mike Chapman chiede alla band se ha un altro brano da proporre, Debbie e Chris si ricordano di quella loro antica composizione che ammiccava alla black music. È proprio il produttore australiano a consigliare loro di rendere la canzone più elettronica, regalando al tastierista Jimmy Destri una Roland Rhythm Machine appena comprata in Giappone.
Influenzati dai Kraftwerk e da "I Feel Love" di Donna Summer e Giorgio Moroder, i Blondie stravolgono completamente l'antica versione di "Heart Of Glass", a partire dalla contemporanea e inconsueta presenza della batteria e della drum machine. Clem Burke, che si ritiene una reincarnazione di Keith Moon, è il più insofferente: cocciutamente, non ne vuole proprio sapere di suonare un pezzo disco e ci vuole del tempo prima che finalmente si convinca. Ma il lavoro certosino svolto da Burke è impressionante e, insieme al gommosissimo basso di Nigel Harrison e al "battito" pulsante scaturito dai sintetizzatori di Destri, costituisce un impianto ritmico stupefacente. Non è da meno il suono straniante della chitarra di Frank Infante, che sembra provenire da un'altra galassia. La parte vocale viene aggiunta all'ultimo: a metà fra il canto di una sirena e una ninna nanna, la voce della Harry si incastra a meraviglia e rappresenta la classica ciliegina sulla torta. In definitiva, una canzone minuziosamente curata nei minimi dettagli, nella quale ogni tassello risulta essere al posto giusto; il risultato finale è uno dei massimi vertici mai raggiunti dalla pop music. Una smash hit capace di raggiungere la posizione #1 in oltre dieci paesi, tra cui Uk, Australia, Canada, Germania e soprattutto Usa (in Italia si ferma invece al numero 3). I Blondie si trovano a Milano quando, dagli States, giunge loro la telefonata con la notizia che “Heart Of Glass” è finita al numero 1 delle chart americane. Esultano come se avessero vinto la Coppa del Mondo, si tratta di una grande rivincita per "la band che non aveva alcuna possibilità di sfondare" (a New York, inevitabilmente, diventeranno tutti gelosi del successo ottenuto dai Blondie).

'Heart Of Glass' è una delle nostre canzoni migliori, non vedo perché dovrei vergognarmene. La verità è che se non fosse divenuta una colossale hit, nessuno ci avrebbe accusato di esserci venduti o altre scemenze simili. I commenti sarebbero stati: 'Oh, i Blondie hanno inciso un pezzo disco, non è una cosa carina?'.
(Debbie Harry)

È entrato nel mito anche lo storico video realizzato per "Heart Of Glass", nel quale bastano dei semplici sguardi ammiccanti a un'incantevole e luminosissima Debbie Harry per sprigionare tutta la sua carica erotica, mentre gli altri membri della band si divertono a giocare con una mirror ball. Mtv non è ancora nata, ma non ci sono dubbi sul fatto che i Blondie siano tra i primi a intuire le potenzialità dei video musicali.

Il disco, a questo punto, potrebbe anche concludersi qui. Difficile, infatti, aggiungere qualcosa dopo un brano di tale portata. E l'unico difetto di Parallel Lines è proprio il finale leggermente sottotono. "I'm Gonna Love You Too" è una cover di Buddy Holly della quale forse si sarebbe potuto fare anche a meno, che aggiunge poco alla versione originale. Imposto strategicamente dalla casa discografica come singolo di lancio dell'album negli States (in concomitanza con la ristampa di parecchio materiale dello sfortunato rock'n'roller), fallirà nelle chart americane nell'autunno del '78. "Just Go Away", uno dei primissimi brani scritti da Deborah Harry, risalente addirittura a quattro anni prima, conclude l'album con la consueta autoironia, elemento essenziale nella musica dei Blondie. Un finale divertente e scanzonato, ben riassunto dalle parole di Clem Burke: "It was just like – bye bye – we'll se ya!".

L'accoglienza di pubblico e critica è unanime e subito ci si rende conto di trovarsi dinanzi a un album che sarebbe entrato di diritto nella storia del rock. Il celebre critico Robert Christgau, che era stato piuttosto tiepido sui primi due lavori del gruppo, scrive a tal proposito: "Parallel Lines è più vicino a Dio di quanto non sia mai stato un album pop-rock, uscito prima o dopo di esso". Il New York Rocker lo incorona come “l’album più ispirato degli ultimi cinque anni” e Debbie Harry batte Patti Smith in tutti i sondaggi dell’anno, all'epoca molto popolari (anche tra le riviste italiane, vedi Popster), come miglior cantante femminile del 1978. Non mancheranno tuttavia i contestatori dell'opera: puristi punk che non perdoneranno ai Blondie il presunto "tradimento" e molti amici della prima ora che li accuseranno di essersi venduti. Insomma, la solita vecchia storia, trita e ritrita. La realtà è che i Blondie, incuranti dei dogmi del punk, si erano posti l'obiettivo di non avere uno stile rigidamente definito, ma in continua evoluzione e libero di spaziare in qualsiasi settore musicale.

new_yorkIn ogni caso, per apprezzare appieno la musica dei Blondie e per addentrarsi nel loro mondo fatto di linee parallele, è fondamentale comprendere la stretta connessione che lega la band di Debbie Harry alla città dalla quale proviene: New York City. Perché tutto nei Blondie, dalla variegata proposta musicale allo stile d'abbigliamento, sempre così cool, è dannatamente newyorkese. Parallel Lines riesce nella difficile impresa di incorporare al suo interno buona parte delle istanze musicali che hanno caratterizzato la Grande Mela negli anni 70. C'è spazio per la raffinata disco-music di "Heart Of Glass", ovviamente, ma anche per i musical da Broadway di "Picture This" e "Pretty Baby", per certe atmosfere jazzy di "Fade Away and Radiate", per l'irruenza punk di brani come "Hanging On The Telephone" e "One Way Or Another", per l'alienazione metropolitana di "I Know But I Don't Know" e "11:59". Un processo eclettico che i Blondie porteranno a compimento due anni più tardi con "Rapture", con l'aggiunta di una nuova rivoluzione culturale agli albori, guarda caso sempre newyorkese: l'hip-hop. Non c'è quindi da sorprendersi se, in un popolare sondaggio del 2012 indetto dal Village Voice, i Blondie verranno eletti gruppo simbolo della città di NYC (insieme a John Coltrane, ai Velvet Underground e ai Wu-Tang Clan), né se una rivista come Rolling Stone affermerà che "nessun'altra band è riuscita a distillare l'essenza di Downtown New York come i Blondie".

La Blondiemania, Warhol e il successo atomico di un’eterna sognatrice

Nel 1979 un autentico uragano biondo si abbatte sul mondo della musica. I Blondie sono il gruppo numero uno in Europa e, grazie a “Heart Of Glass”, si apprestano a conquistare anche gli States. Il pubblico ha trovato la sua nuova, old-fashioned, superstar, una bellissima ed enigmatica pin-up hollywoodiana prestata al rock, bionda come soltanto Marilyn prima di lei. Il successo dei Blondie trascende dal fenomeno punk, dall’affermazione della new wave o da qualsiasi altro genere. L’attenzione nei confronti della band, e della sua vocalist, dopo il successo ottenuto da Parallel Lines, è irreale. In Uk, in particolare, intorno ai Blondie si genera un clima di totale isteria collettiva. Ogni loro live si trasforma in un pandemonio, con i fan, impazziti, che salgono puntualmente sul palco, per abbracciare, baciare o anche soltanto toccare Debbie Harry. La folla è in perenne delirio, le urla “Blondieeeee! Debbieeeee! We love you!” risuonano, incessanti, per l’intera durata dei loro concerti. C’è un momento in cui la "Blondiemania" (espressione utilizzata per la prima volta dal Sounds all'inizio del '78) appare a tutti evidente: il gruppo arriva a Kensington High Street per firmare degli autografi e viene travolto da migliaia di fan, accorsi per farsi autografare la loro copia di Parallel Lines. Il traffico viene bloccato, le strade vengono chiuse e il pullman dei Blondie verrà inseguito da una massa euforica. Sembrano scene estratte direttamente da "A Hard Day's Night". Ma anche in America, poco a poco, il fenomeno Blondie esplode. A tal punto che si organizzano persino gare per premiare le ragazze che più somigliano alla Harry; contemporaneamente nascono gruppi che sono la copia spudorata dei Blondie (clamoroso il caso dei californiani Needles & Pins). Dulcis in fundo, arriva anche la cover di Rolling Stone.

rolling_stoneEat To the Beat è, inevitabilmente, figlio di quel clima, un lavoro nato in mezzo all’ubriacatura di un enorme e inaspettato successo, che coglie la band impreparata. Le pressioni discografiche per rendere il nuovo album più commerciale sono sempre più frequenti, l'obiettivo dichiarato è allargare il mercato, con la Chrysalis che vuole a tutti i costi una nuova "Heart Of Glass". I Blondie, però, intendono continuare a esplorare nuovi territori musicali, il successo non ha appagato la loro curiosità. Intorno a loro, tutti vogliono una fetta della torta, salgono sul carro dei vincitori e cercano di sfruttare a proprio vantaggio la gallina dalle uova d'oro. Probabilmente a questo si riferisce Debbie quando, durante le registrazioni, se ne esce con l’ermetico titolo del nuovo album: Eat To The Beat.
I Blondie sono aspettati al varco, perché non è semplice dare un seguito a un bestseller come Parallel Lines. Come se non bastasse, i componenti del gruppo appaiono spesso poco focalizzati sulla musica, distratti dagli eventi mondani o dagli incontri con personalità illustri. Per esempio, Andy Warhol organizza una festa allo Studio 54 per celebrare i Blondie e Debbie Harry, che finirà sulla copertina del suo magazine Interview (e verrà poi immortalata in alcune delle sue più note polaroids). Inoltre, tonnellate di droga cominciano a circolare pericolosamente. Mike Chapman rivelerà più volte in seguito le difficoltà di incidere un album in queste condizioni: “Per spronarli dissi loro che li consideravo dei nuovi Beatles, perché erano sei musicisti davvero differenti, ognuno portava le sue idee e tutti davano il loro contributo in fase di composizione”.

"Squadra che vince non si cambia" e Chapman viene così confermato alla produzione. Eat To The Beat viene registrato al Power Station, negli studi più costosi di New York, in quel momento frequentati anche dagli Chic, dai Kinks e da Bruce Springsteen (alla lunga lavorazione di “The River”). Le sessioni sono più lente del solito e spesso interrotte dai personaggi più stravaganti. Non mancano alcuni segni di tensione all'interno della band, che inizia a essere meno coesa e – stando al produttore australiano – si divide in tre gruppetti: Debbie e Chris, ovviamente, stanno sempre insieme; Clem e Jimmy stringono un’alleanza; Frank e Nigel lavorano in team. Durante le registrazioni dell’album i Blondie rompono definitivamente con il loro manager. La situazione con quel bieco opportunista di Peter Leeds era divenuta insostenibile: oltre a intascarsi buona parte dei ricavi, trattava i componenti dei Blondie come dei bambini, garantendo loro minimi pagamenti salariali. Il suo posto viene preso da Shep Gordon, già manager di Alice Cooper.

Debbie e Chris hanno sempre un sacco di idee per le composizioni e Frank, Jimmy e io potremmo fare un album a testa. Quindi ogni volta ci ritroviamo con moltissimo materiale. Proprio per questo abbiamo bisogno di uno come Mike Chapman che venga a dirci: 'No, voglio questo e non quello'. Così facendo Mike riunisce tutti i nostri stili e le nostre personalità e il risultato è quello che si vede sul disco.
(Nigel Harrison)

eat_to_the_beat_01Con Eat To The Beat i Blondie riescono a bissare il successo. Il disco debutta direttamente al numero uno in Uk e vende parecchio anche in America: pur non andando oltre il diciassettesimo posto di Billboard, rimane in classifica per più di un anno, diventando uno degli album più venduti del 1980. La popolarità della quarta fatica dei Blondie è garantita principalmente da due singoli di enorme successo, “Dreaming” e “Atomic”, esempi scintillanti di "taglia e cuci" in studio conditi di echi psichedelici e vocalizzi fatati, rispettivamente giunti al numero due e al numero uno della classifica inglese.
“Dreaming” è innanzitutto il capolavoro di Clem Burke (ascoltare gli album dei Blondie focalizzandosi unicamente sul suo drumming forsennato è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita), ma è anche il miglior tributo immaginabile ai gloriosi girl group, grazie al muro di suono creato dalle tastiere di Jimmy Destri. Ma ciò che rende la canzone così speciale è il sincero e autobiografico testo della Harry. Uno spunto nato quasi per caso, ispirato da una frase buttata lì tanto per da Chris Stein, autore delle musiche: “Dreaming Is Free”. Tre parole in croce che tuttavia bastano a Deborah per scrivere il testo più sentito dell’intera sua carriera. La platinata vocalist mette subito le cose in chiaro, ammettendo di non essere più una “debuttante” ("When I met you in the restaurant/ You could tell I was no debutante"). Ma non è una canzone che parla di seduzione, né di autocommiserazione, è piuttosto un'intima confessione, che affronta anche temi come la natura effimera dei brividi a buon mercato e la pericolosità della fama ("I don't want to live on charity/ Pleasure's real or is it fantasy?/ Reel to reel is living rarity/ People stop and stare at me"). Nel bridge, che rimanda ai girl group, si intuisce che aggrapparsi ai sogni e fantasticare può essere l'unica soluzione per riempire gli spazi di una vita vuota e disillusa: "Dream dream, even for a little while/ Dream dream, filling up an idle hour/ Fade away, radiate". Un concetto ribadito con ancora più forza nei versi finali, di una potenza lirica commovente, nei quali appare ora con evidenza che "sognando" Debbie cerca di compensare tutto ciò che le manca (o le mancava) nella sua vita reale. E allora anche quella frase iniziale, "Dreaming Is Free", apparentemente così banale, acquisisce un pathos emotivo notevole.

I sit by and watch the river flow/ I sit by and watch the traffic go/ Imagine something of your very own/ Something you can have and hold/ I'd build a road in gold just to have some dreaming/ Dreaming is free"
(“Dreaming”)

Composta dal tastierista Jimmy Destri (che per completarla impiega un anno intero), “Atomic” si apre con uno dei giri di chitarra più riconoscibili di tutta la new wave (e non solo) ed è la risposta dei Blondie a tutti coloro che invocavano una nuova “Heart Of Glass”. Il gruppo newyorkese riprende le tentazioni disco, aggiungendovi però un’insolita epica tipica degli spaghetti western, una geniale rilettura dei temi morriconiani. Debbie Harry per l’occasione scrive il testo più minimale possibile, con frasi nonsense come "Uh-huh make it magnificent tonight" e "Oh, your hair is beautiful"; allo stesso tempo però è anche una delle canzoni dei Blondie più difficili da cantare, soprattutto nel crescendo finale. Caratteristico il video, un incubo post-apocalittico decisamente in contrasto con versi così disimpegnati, girato in un ipotetico night-club post-esplosione atomica, con i Blondie, tra i pochi superstiti, che si esibiscono con addosso dei sacchetti della spazzatura, davanti a un pubblico di pseudo zombie tra cui spicca la supermodella Gia Carangi. Il duplice obiettivo dei Blondie è, da una parte, quello di ironizzare sulla paura (all'epoca anche fin troppo diffusa) di un possibile conflitto nucleare, dall'altra, di mostrare un apocalittico scenario futuro tutto sommato non così inverosimile. "Atomic" suona unica ancora oggi e contraddice tutte le regole di una hit, non avendo un vero ritornello ed essendo strumentale per buona parte della durata. È, a tutti gli effetti, uno dei brani più anomali che siano mai finiti in vetta alle classifiche.
Avrebbe meritato maggior fortuna commerciale il terzo singolo estratto, “Union City Blue”, che con quel sound espansivo che evoca i grandi spazi fornisce degli assaggi di quella che, negli anni 80, sarebbe poi stata definita Big Music (gli U2, in particolare, devono molto a questo pezzo). Negli Usa, al posto di “Union City Blue”, viene pubblicato come singolo la funkeggiante “The Hardest Part”, dance-rock che riempirebbe di gioia i Franz Ferdinand, con un pregevole assolo di Infante.

La prima facciata di Eat To The Beat è incontestabile e regala altri gioielli come l’eterea ballata “Shayla”, nelle parole dell’autore Chris Stein “una psichedelica canzone country proveniente dallo spazio”, con tanto di singalong. Oppure la contagiosa “Accidents Never Happen”, con quel suo riff insistente, epitome della classica canzone che non potrà mai venire a noia. E pure la title track, un numero punk da cartone animato, fa muovere il culo. Forse un po’ più altalenante la seconda parte dell’album, sebbene l’unico episodio non del tutto riuscito sia la ninnananna “Sound-A-Sleep”, tirata troppo per le lunghe. Meglio allora la zuccherosa “Slow Motion”, in odore di ABBA, che avrebbe dovuto essere il quarto singolo (ci penserà “Call Me” a far cambiare i piani). Troviamo anche il primo (e forse il più stuzzicante, almeno da un punto di vista ritmico) di una lunga serie di numeri reggae, più croce che delizia per i fan dei Blondie, che un pezzo dalle sonorità caraibiche dovranno sorbirselo in ogni album da questo momento in avanti. Si tratta di “Die Young Stay Pretty”, riflessione amara sul valore temporaneo della bellezza. Dopo la gotica “Victor”, un condensato di follia messa in musica da Frank Infante, con Debbie Harry che urla come una pazza scatenata, il disco si conclude con la dinamitarda "Living in the Real World".

"Hey, I'm living in a magazine, page to page in my teenage dream/ Hey, now, Mary, you can't follow me/ Without a satellite - I'm on a power flight/ 'Cause I'm not living in the real world"
("Living in the Real World")

blondiemaniaEat To The Beat conferma inoltre i Blondie come pionieri del marketing musicale: si può ritenere infatti come il primo video-album nella storia della musica pop-rock. I video di tutte e dodici le canzoni vengono girati in un solo week-end, per poi essere pubblicati su Vhs. Inutile dire che la band verrà subissata di critiche per un’operazione così in anticipo sui tempi. Eppure, non è difficile da capire che l'immagine visuale faccia parte dell'arte dei Blondie, è un tutt'uno con la musica. Sarebbero stati degli sprovveduti a non sfruttare la prorompente immagine di Debbie Harry.
La band conclude il suo trionfale 1979 con un nuovo tour, che tocca prima l’America e poi l’Europa. Il 31 dicembre i Blondie vengono immortalati a Glasgow, in uno storico evento trasmesso in diretta televisiva dalla Bbc (la versione integrale verrà pubblicata nel 2010, nel doppio At The Bbc), con la Harry che, in brani come "Shayla", "Union City Blue" e "Atomic", denota tutta l'ampiezza del suo range vocale. Il concerto di qualche giorno dopo, all'Hammersmith Odeon di Londra, sarà l'ultimo per oltre due anni. Un live aperto da David Bowie in persona (con "Beauty And The Beast") e che vede altri illustri special-guest, come Robert Fripp (con il quale i Blondie propongono delle ottime cover di "Louie, Louie", "I Feel Love" e "Heroes") e Iggy Pop per chiudere in bellezza, sulle note di "Funtime", in una vera e propria orgia rock'n'roll.

Amore, chiamami

All'inizio del 1980 Debbie Harry è la diva più fotografata e richiesta, monopolizza le copertine delle riviste di tutto il mondo. I Blondie vengono regolarmente invitati nelle trasmissioni televisive americane più seguite, come il Saturday Night Live e il Midnight Special (con Debbie che, nel bel mezzo dell'esecuzione di "Heart Of Glass", pronuncia un discorso contro lo sfruttamento dell’energia nucleare). Deborah raggiunge una credibilità tale che le permette, nello stesso periodo, di esibirsi nei club dell'avanguardia newyorkese assieme ai Contortions e allo stesso tempo di partecipare come guest-star a diverse puntate del Muppet Show, stuzzicando la fantasia dei più piccini: memorabile il duetto con Kermit The Frog in una tenerissima versione di "The Rainbow Connection". Le arrivano un'infinità di proposte pubblicitarie per sponsorizzare i prodotti più disparati: le rifiuta tutte, tranne una, quella dei jeans Murjani. Lo spot, girato nel Mudd Club di NYC, è emblematico del modo di pensare di Debbie e Chris. Su un sottofondo musicale jazz, la cantante dei Blondie entra nel locale, saluta l'amico James Chance e assiste a un'esibizione di un gruppo guidato da Walter Steding e dal sassofonista John Lurie (leader dei Lounge Lizards), pronunciando poi lo scioglilingua "When you know where you're going, you know what to wear". Insomma, la coppia sfrutta un prodotto commerciale per rendere omaggio alla no-wave newyorkese (in quei mesi, peraltro, Chris Stein è impegnato a produrre sconosciuti artisti locali al Bob Blank's Blank Tapes Studio, epicentro della florida scena).

I Blondie si prendono una piccola pausa, che Debbie sfrutta per coltivare l'altra sua grande passione: la recitazione. Sorprendentemente, come primo vero e proprio ruolo cinematografico (se escludiamo la partecipazione a due pellicole underground, "Unmade Beds" e "The Foreigner", entrambe girate da Amos Poe) opta per una produzione a basso costo, un thriller psicologico ambientato negli anni 50 e intitolato "Union City". Chris Stein si occupa naturalmente della colonna sonora, mentre la sua compagna interpreta una casalinga repressa sessualmente, in conflitto con il geloso e possessivo marito che la trascura. Merita di essere menzionata una scena, nella quale Debbie Harry – castana per buona parte del film – cerca di dare una scossa al suo matrimonio, tingendosi i capelli di biondo platino, omaggiando così sia l'onnipresente Marilyn sia il suo alter-ego Blondie. Sempre nel 1980 esce anche "Roadie", dimenticabile filmetto con Meat Loaf protagonista (una sorta di "The Blues Brothers" dei poveri), nel quale i Blondie – così come Alice Cooper e Roy Orbison – interpretano sé stessi, suonando in Texas una versione di "Ring Of Fire", il classico reso immortale da Johnny Cash.

call_meAd accorgersi di questa innata propensione al cinema dei Blondie è Giorgio Moroder, al lavoro per la colonna sonora di "American Gigolo". Il produttore italiano presenta a Debbie Harry una base musicale chiamata “Man Machine”, sulla quale – nel giro di poche ore – la platinata vocalist compone testo e melodia. Sceglie "Call Me" come titolo perché è una frase che nel film Richard Gere ripete in continuazione (nella canzone sono presenti anche un verso in italiano, "Amore, chiamami", e uno in francese, "Mon cherie, appelle-moi"). Debbie è inoltre impressionata dai colori usati per “American Gigolo” e dalla loro intensità: nasce così il verso che dà il via al brano (“Colour me your colour, baby/ Colour me your car/ Colour me your colour, darling/ I know who you are”). La canzone viene registrata in due parti, separate: prima con gli strumenti, poi con la sola voce della Harry.
"Call Me", con il suo ritmo marziale e con quel riff di chitarra che sembra una cavalcata western, ridefinisce il concetto stesso di epicità: un ordigno stritolaclassifiche che rimane per sei settimane in vetta a Billboard e diventa la quarta numero uno inglese dei Blondie in meno di un anno. "Call Me" sarà il più grande successo dell'intero 1980 e, negli Usa, l'ottavo singolo più venduto di tutti gli anni 80. I Blondie sembrano davvero inarrestabili.

Moroder ascoltò tutti i nostri dischi e insieme realizzammo la canzone definitiva dei Blondie.
(Chris Stein)

L’eclettismo (auto)americano

Per il loro quinto album i Blondie prendono in considerazione diversi produttori: Moroder in primis, ma anche Phil Spector, che già in passato li aveva contattati. Alla fine però prevalgono l'attaccamento e la riconoscenza nei confronti di Mike Chapman, che li convince a registrare il nuovo lavoro a Los Angeles, negli studi presenti sul Sunset Strip. Pur spostandosi per la prima volta da Manhattan, i Blondie registreranno un disco newyorkese in tutto e per tutto, ancor più urbano dei precedenti, senza alcuna influenza westcostiana. Un lavoro estremamente ambizioso fin dalle intenzioni.

Volevamo espanderci, eravamo stufi delle restrizioni, non volevamo più essere limitati dal nostro passato, realizzando il tipo di musica che tutti si sarebbero aspettati da noi. 'Autoamerican' è un disco sconcertante perché richiede un gusto vario.
(Debbie Harry)

I Blondie non intendono rinunciare alla loro imprevedibilità e desiderano essere finalmente presi sul serio: anche per questo se ne escono con un disco così audace e avventuroso, esageratamente eclettico, senz'altro disomogeneo (ogni brano è di un genere diverso). Chapman, che definirà l'album "un puro delirio, geniale nella sua compiaciuta follia", è il primo a incoraggiare la band ad andare oltre gli standard del rock.

autoamericanSpostatisi a LA senza un macchina, i Blondie scelgono di acquistare una vettura giapponese, venendo redarguiti per non supportare i prodotti locali. Ironicamente, decidono così di intitolare Autoamerican la loro ultima fatica. Un progetto temerario, quasi interamente composto dalla coppia Harry-Stein, che prende la totale direzione della band, eccezion fatta per un paio di pezzi scritti da Destri e per un brano co-firmato da Harrison. Inoltre, un po' sulla falsariga dei Talking Heads del superlativo "Remain In Light", ampliano la loro formazione: sono tantissimi i musicisti impegnati nella realizzazione dell'opera, basti pensare alle trenta sezioni di archi di "Europa", al jazz combo di "Faces" o al contributo di Tom Scott, che suona il sax in diverse tracce. Sulle note di copertina (peraltro splendida, realizzata su una tela a olio dall'artista newyorkese Martin Hoffman) viene specificato che Blondie è un prodotto, Autoamerican un particolare modello e i membri del gruppo gli accessori di serie.

L'introduzione è affidata alla magniloquente "Europa", dai toni cupi e drammatici, un brano orchestrale composto da Chris Stein e arrangiato dal direttore d'orchestra Jimmie Haskell. Il finale è invece sulle note della sognante "Follow Me", andata a pescare chissà come da un musical di Broadway del 1960 intitolato Camelot. In mezzo c'è di tutto e di più. Si parte con la felpata e ballabile "Live It Up", che mischia nuovamente rock e disco-music; si prosegue con "Here's Looking at You", in cui Debbie omaggia Marilyn Monroe; si arriva poi a "Angels On The Balcony", la gemma nascosta dell'album (l'inizio è industrial, il prosieguo un più canonico pop-rock, con una scrittura brillante). Vi sono poi la messicaneggiante "Go Through It", l'esoterica e sensuale "Do The Dark" e l'atmosferica "Faces", con Debbie che veste i panni di una night-singer, un antipasto della sua futura svolta jazz che mette in evidenza il suo talento vocale.
Si assiste infine al ritorno del wall of sound spectoriano in "T-Birds" (con Howard Kaylan e Mark Volman, leader dei Turtles e di Flo & Eddie, come backing vocals) e alla nevrotica "Walk Like Me", il pezzo più ricollegabile alla new wave.
Ma per quanto possano apparire più o meno interessanti, a seconda dei gusti, i vari episodi (la maggior parte dei quali andrebbero comunque riscoperti), Autoamerican è – inevitabilmente – soprattutto il disco di due canzoni destinate a fare sfracelli nelle classifiche mondiali: "The Tide Is High" e "Rapture". L'ennesima conferma del fatto che dei discografici non bisogna mai fidarsi: la Chrysalis detesta Autoamerican, lo giudica troppo strano e si dice convinta che non contenga nessuna potenziale hit. Detto fatto: entrambi i singoli estratti raggiungeranno la prima posizione della classifica di Billboard.
"The Tide Is High", cover di un classico della musica giamaicana, scritto dai Paragons nel 1966, è probabilmente la più famosa incursione di un gruppo bianco nel reggae. Non è da annoverare tra le cose migliori dei Blondie, e per una volta le critiche di opportunismo non sono forse del tutto campate per aria (anche se la passione di Chris Stein per il reggae è sincera); dietro a una certa stucchevolezza però si possono scorgere alcuni piccoli particolari interessanti (come le percussioni, le trombe mariachi, il violino di Walter Steding, l'interpretazione non convenzionale di Debbie Harry nel finale). Di buon spessore il lato B del 45 giri, contenente "Susie and Jeffrey", che avrebbe meritato di essere inserita nella tracklist ufficiale.

raptureDopo punk e disco una nuova subcultura sta esplodendo a New York: l’hip-hop. I Blondie sono i primi artisti bianchi a rendersene conto, oltre che i primi a essere ammessi – grazie all'amicizia stretta con il writer Fab 5 Freddy – agli eventi underground del Bronx e di Harlem (un mondo sotterraneo al quale Debbie e Chris, entusiasti di questa nuova cultura alternativa, introdurranno anche i Clash: il risultato di quelle frequentazioni sarà "The Magnificent Seven"). "Rapture", forse il picco visionario dei Blondie, nasce proprio come tributo a quella scena emergente. Le deliranti strofe hip-hop sono un'esilarante improvvisazione partorita dalla mente di Debbie Harry. "Rapture" è una canzone che abbatte ogni steccato, sei minuti rivoluzionari in cui i Blondie passano con nonchalance dalla disco music più conturbante a irriverenti strofe hip-hop, mischiando arrangiamenti funk e jazz, fino al liberatorio assolo rock finale. Il video, girato nell’East Village, ricontestualizza West Wide Story nel Bronx, e vede l'apparizione di artisti di strada come Lee Quiñones e Jean-Michel Basquiat (quest'ultimo nei panni di un giovane e imbranato dj), oltre che di Fab Five Freddy (menzionato nel testo, così come un altro pioniere della scena hip-hop newyorkese come Grandmaster Flash, che renderà a sua volta omaggio ai Blondie scratcherando il brano nel suo singolo "The Adventures of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel").
"Rapture" passerà alla storia come la prima canzone rap a raggiungere la vetta delle chart americane e la prima a essere trasmessa su Mtv. Curiosamente è anche l'unico singolo dei Blondie andato meglio negli States che in Gb, dove si fermerà al quinto posto. Molti rapper, tra cui Snoop Dogg, dichiareranno in seguito che l'ascolto di "Rapture" rappresentò per loro il primo contatto con il mondo dell'hip-hop. Anche la prima apparizione televisiva americana di un gruppo hip-hop, i Funky Four Plus One, avverrà grazie a Deborah Harry, che otterrà il permesso di dividere il palco con loro in una celebre puntata del Saturday Night Live.

Debbie e Chris erano sempre un passo avanti a tutti. I Blondie hanno sempre fatto i video migliori.
(Andy Warhol)

I membri del gruppo, scherzando tra di loro, ipotizzano che l’album sarebbe diventato un mega-flop commerciale lodato dai critici oppure che, al contrario, avrebbe venduto milioni di copie, venendo bistrattato dalla critica. In realtà Autoamerican, con quel suo fascino così demodé, coglierà tutti alla sprovvista e ancora oggi rimane l’album più controverso dei Blondie. Le vendite lo premieranno (disco di platino in meno di un mese negli Usa), ma non saranno pochi i fan che dopo la sua uscita si allontaneranno dai Blondie, indicando in esso l’inizio della loro fine.
Se le recensioni dei primi quattro album erano state perlopiù positive, quelle di Autoamerican sono decisamente contrastanti. Nme, il Sounds e il New York Rocker, per esempio, stroncano l’opera, giudicata troppo pretenziosa, un calderone confusionario senza una direzione precisa, praticamente un vezzo artistico di Debbie Harry. Desta scalpore la recensione (francamente delirante) di Rolling Stone, che descrive il disco come “un’antologia di onanismi intellettuali, l’equivalente rock di un film di Ken Russell” e accusa Chris Stein addirittura di voler distruggere la musica pop! Quantomeno curioso il fatto che i Blondie, a inizio carriera, fossero snobbati da quella stessa critica che poi li avrebbe rimproverati di essere diventati troppo intellettuali.
Qualche mese dopo l’uscita dell’album, un inviperito Chris Stein, fermamente convinto che Autoamerican sia l’apice dei Blondie, si toglierà diversi sassolini dalle scarpe in una intervista: “Penso che ci sia del razzismo nella comunità rock che vuole far passare l’idea che dei musicisti bianchi non possano suonare musica nera. Il nostro unico obiettivo è cercare di fare qualcosa di differente e interessante. Siamo in testa alle classifiche, vendiamo milioni di copie, è vero, ma questo non significa che dobbiamo continuare a scrivere le stesse canzoni. Siamo in continua evoluzione”.

Eravamo tutti preparati, come studenti d’arte, a pensare concettualmente, e così abbiamo trattato ogni nostro pezzo. Per molte band un’unica idea era il loro mondo. I Blondie invece erano in cambiamento continuo.
(Debbie Harry)

Debbie e Chris non si crogiolano sugli allori e, invece di godersi unicamente il successo, si lanciano in una serie di attività parallele. Già da qualche anno, infatti, la coppia partecipa regolarmente a Tv Party, anarchica e caotica trasmissione americana via cavo, durata dal 1978 al 1982, diretta da Glenn O'Brien, uno scrittore proveniente dal circolo di Andy Warhol. Nello show, in cui si parla indistintamente di arte, musica e moda, regna il caos: tutto è lecito, anche telefonare per insultare gli ospiti oppure vedere Debbie Harry che in una puntata fa una dimostrazione di che cosa sia il pogo (all'epoca ancora sconosciuto negli Usa); insomma, una punk-tv a tutti gli effetti. Tv Party, definito da David Letterman "il più grande show televisivo di tutti i tempi", riserva grande spazio agli artisti di strada e all'emergente scena hip-hop newyorkese, così come ai musicisti affermati (David Byrne, Robert Fripp, Nile Rodgers, Mick Jones e i membri dei B-52's sono soltanto alcuni degli ospiti di riguardo). Lo show, che cementifica la relazione amichevole di Debbie e Chris con mammasantissima del calibro di Warhol e Burroughs, chiuderà i battenti nel 1982, curiosamente proprio come i Blondie.

Le agopunture di H. R. Giger e l’incompreso debutto solista

kookooTra il 1980 e il 1981 i Blondie sono ovunque, una presenza fissa su radio, tv e riviste. Eppure, il momento di massima fama della band coincide con un periodo di isolamento e nevrosi sottili dei vari membri, che decidono di prendersi una pausa, cessando di esibirsi dal vivo. Cominciano così a diffondersi le voci di un imminente scioglimento, complici anche le ambizioni solistiche di Debbie Harry, stufatasi dei mille litigi quotidiani. Debbie e Chris sono sempre più attratti dalla black music e per questo motivo si avvicinano a Nile Rodgers e Bernard Edwards, a loro volta interessati ad addentrarsi in territori più rock rispetto a quelli battuti fino a quel momento. Questa unione di intenti porterà a un matrimonio stilistico inevitabile, alla base dell’esordio solista di Debbie Harry: KooKoo. Le aspettative sono altissime: tutti si attendono una sublime combinazione fra la frizzante new wave dei Blondie e la raffinata disco-music degli Chic, ma il risultato finale alienerà sia il pubblico che la critica.
Registrato in cinque settimane, in un’atmosfera in studio assai giocosa, KooKoo è il frutto della collaborazione di diversi musicisti, un cast stellare che comprende anche Mark Mothersbaugh e Gerald Casale dei Devo (accreditati con gli pseudonimi di Spud e Pud Devo). Quattro brani portano la firma di Debbie e Chris, altrettanti sono scritti da Nile e Bernard, i rimanenti due invece sono realizzati a otto mani. L’album presenta stili differenti, il cui comune denominatore è la fusione fra rock e R&B, con groove funky e il canto ora sensuale, ora infantile, ora carezzevole, ora nevrotico della Harry, nel frattempo tornata castana, per discostarsi ulteriormente dal suo personaggio principale. Un disco bistrattatissimo, che non gode affatto di buona fama, ma che in realtà andrebbe pesantemente rivalutato, perché regala diversi momenti pregevoli, a cominciare dall’intro pianistica di “Jump Jump” fino ad arrivare alla conclusiva “Oasis”, che profuma di notti d’Oriente. I due brani migliori sono l’evocativa “Chrome”, con chitarre frippiane, che sfila via in un finale sinistro, dominato dalle percussioni, e “Now I Know You Know”, sinuosa ballata jazz dal taglio cinematografico e dalle atmosfere noir, splendidamente cantata da Debbie. Isterica invece la sua interpretazione in “The Jam Was Moving”, un funk trascinante, con interventi vocali dei due Devoluti. La demenziale "Under Arrest" suona come un incontro fra Blondie e Devo, seguita poi dalla marcia militare rap di "Military Rap" (nomen omen).
Vi sono poi “Backfired” (pubblicata come primo singolo) e “Surrender” che sono la quintessenza del sound degli Chic: magari un po’ convenzionali, non troppo originali, ma comunque ben suonate (“Surrender” contiene tra l’altro quello che lo stesso Nile Rodgers indica come uno dei migliori assoli della sua carriera). Tra gli episodi più riusciti va menzionata infine "Inner City Spillover", la più convincente tra le frequenti incursioni di Debbie Harry e Chris Stein nel reggae.

KooKoo, pur senza essere trainato da singoli di successo e pur venendo quasi boicottato dalla Chrysalis (che non vuole correre il rischio di perdere i Blondie), raggiunge il sesto posto della classifica inglese e viene certificato come disco d’oro negli Stati Uniti. Soltanto i più fedeli tra i fan, tuttavia, acquistano l'album, anche a causa della scioccante copertina di H. R. Giger, che spaventa buona parte del pubblico e viene censurata dalla Bbc e da numerosi negozi. L'effetto della cover, con Debbie Harry trafitta da grossi spilloni (le agopunture rappresentano i quattro elementi), viene infatti ritenuto troppo realistico e disturbante. Una copertina diventata iconica con il passare del tempo e che ha reso KooKoo un Lp assai richiesto tra i collezionisti. La collaborazione con Giger prevede anche la realizzazione di due video, "Backfired" e "Now I Know You Know", che denotano ulteriormente il fascino macabro per ossa, scheletri e teschi dell'artista svizzero.

Volevo cambiare radicalmente immagine per il mio primo album solista. Era importante che la gente mi riconoscesse come Debbie Harry e non più come Blondie.
(Debbie Harry)

In definitiva, KooKoo è un esperimento coraggioso (anche per il repentino e spiazzante cambio di look di Deborah), che conserva un fascino perverso e spettrale, magistralmente evocato dalla copertina di Giger. Un'esperienza che tornerà molto utile per le future produzioni di Rodgers, che su KooKoo sviluppa e plasma quel sound poi riproposto e perfezionato nei primi dischi di Madonna e in “Let’s Dance” di David Bowie. Una scelta quindi lungimirante con il senno di poi, ma che non dà i frutti sperati. È il primo passo falso di Debbie Harry e suona come un campanello d’allarme.

Blondie was a group: il rapido declino

the_hunterPer porre fine al silenzio prolungato, nel 1981 esce il primo The Best Of dei Blondie, con alcuni gustosi remix di Mike Chapman: è presente infatti la miglior versione in assoluto di “Heart Of Glass”, con una stupenda coda percussionista di Clem Burke. Il disco si conferma un nuovo, inevitabile successo: al numero uno in Australia e Nuova Zelanda, nella top-5 inglese e con oltre 2 milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti.
A un anno di distanza escono anche i primi due testi scritti dedicati ai Blondie. Il primo, a dir poco controverso, porta la firma di Sua Eccellenza Lester Bangs, uno dei primissimi giornalisti a recensire positivamente le performance dei Blondie al Cbgb. Nel corso degli anni il celebre critico rock stringe un rapporto di amicizia con Debbie Harry e Chris Stein, rovinato proprio dal libro in questione, osteggiato dai due leader (che ne sconsigliano vivamente l’acquisto). In sostanza, Lester loda la band, ne riconosce i meriti, ma si scaglia contro il personaggio creato da Debbie Harry, criticando apertamente la sua forte immagine sessuale, lanciandosi in un’analisi moralista e bacchettona che lascia sbigottiti visto lo stile di vita dell’autore. Il secondo è invece un documento irrinunciabile: si intitola “Making Tracks: The Rise of Blondie” ed è scritto in prima persona, in uno stile brillante e ironico, da Debbie Harry; un’autobiografia impreziosita da numerosi scatti inediti di Chris Stein.

Nel frattempo, Clem Burke e Jimmy Destri si dedicano alla produzione, con quest’ultimo che – oltre a partecipare al Saturday Night Live in compagnia di David Bowie – trova anche il tempo di pubblicare un album solista (“Heart On A Wall”, prodotto da Michael Kamen e registrato con alcuni collaboratori dello stesso Bowie, come Carlos Alomar ed Earl Slick). Chris Stein, dal canto suo, fonda una propria etichetta discografica, la Animal, per la quale produrrà la colonna sonora di “Wild Style” (il primo, fondamentale film sull’hip-hop e sull’arte dei graffiti), il bizzarro “Zombie Birdhouse” (il lavoro più ostico di Iggy Pop, a metà fra Suicide e Zappa) e soprattutto lo stupefacente “Miami” dei Gun Club. Questi ultimi sono guidati da Jeffrey Lee Pierce, realmente ossessionato da Debbie Harry: con lei ha una tale identificazione (ai limiti del patologico) che lo porta a tingersi i capelli di biondo e a indossare qualsiasi indumento o oggetto riconducibile ai Blondie. Le dedicherà persino un album, “The Las Vegas Story” del 1984.

Nonostante abbiano smesso di frequentarsi, i Blondie hanno un obbligo contrattuale da rispettare, che prevede la pubblicazione di un altro disco. Sfiduciati e controvoglia, si presentano così in studio. La band è disunita ed esausta, ormai giunta al capolinea priva di forze. Il primo ad accorgersene è Mike Chapman, che subito intuisce che si sarebbe trattato dell’ultimo album dei Blondie. Regna un disinteresse generale per il nuovo lavoro, che nasce quindi con prospettive tutt’altro che esaltanti. Partorito in fretta e furia, The Hunter è il suono di una band che sta collassando. Soprattutto nei rapporti interpersonali: Frank Infante, sempre più emarginato, è un corpo estraneo all’interno del gruppo. Dopo l’uscita di Autoamerican, il chitarrista era arrivato a citare in giudizio la band, accusando i compagni di aver boicottato ogni sua idea proposta in studio. Una dimostrazione lampante della fragilità dei Blondie in quel periodo.

Il tono crepuscolare è l’elemento più affascinante di The Hunter: la fine è imminente e l’atmosfera è fredda e distaccata, per nulla divertita. Troppi brani, però, sono realizzati con il pilota automatico. Alcuni sono semplicemente brutti, come “The Beast” (un tentativo non riuscito di ripetere la formula di “Rapture”) o “Little Caesar”. Altri invece non decollano: è il caso di “For Your Eyes Only”, scartata dai produttori di 007 (i Blondie, stizziti, si rifiuteranno di realizzare la versione che poi – cantata da Sheena Easton – sarebbe divenuta quella definitiva), e di “English Boys” (dedicata ai Beatles, scritta da Debbie Harry dopo l’assassinio di John Lennon).
Ma quindi è proprio tutto da buttare? No, qualcosa da salvare a ben vedere si trova. A cominciare dalla cupa e ossessiva traccia d’apertura, “Orchid Club”, sorretta da percussioni tribali. Al netto delle similitudini con “Call Me”, svolge bene il suo compito anche l’anti-militarista “War Child”, con un testo purtroppo ancora attuale, che parla del conflitto israeliano-palestinese. Non male la melodia di “Dragonfly”, con strane liriche sci-fi, così come l’interpretazione di Debbie nella jazzata "The Hunter Gets Captured By The Game", cover di un brano scritto nel 1967 da Smokey Robinson per le Marvelettes. Validi anche i due numeri firmati da Jimmy Destri (“Danceaway” e "(Can I) Find the Right Words (To Say)"), che si conferma l’autore più affidabile e continuo dei Blondie. La caracollante “Danceaway”, con quella vivacità tipicamente sixties che rimanda alla Motown, è anche il brano con maggior appeal commerciale, erroneamente non pubblicato come singolo. Una sorte toccata invece al disgraziato calypso di "Island Of Lost Souls", triste testimonianza di come i Blondie abbiano toccato il fondo.

malattia_chris_steinThe Hunter va male anche da un punto di vista commerciale: appena dentro la top-10 inglese, un misero 31° posto nella classifica americana. È la fine di un’era. Un declino che l’oscena copertina, obiettivamente indifendibile, rende ancor più palese. L’idea originaria era che ogni componente dei Blondie avesse un make-up metà uomo e metà animale. Il risultato finale è un duro colpo da accettare, con Debbie in versione felina, con un’improbabile criniera leonina e lo sguardo perso nel vuoto.
La tournée seguente si rivela un fiasco: pochi biglietti venduti, relazioni pessime all’interno della band e i primi sintomi della terribile malattia che metterà ko Chris Stein. Incredibile – e per certi versi inspiegabile – il crollo di popolarità dei Blondie, ancor più rapido della loro fulminea ascesa. Frank Infante, da tempo un separato in casa, viene allontanato definitivamente (lo rimpiazza Eddie Martinez, presente nel Farewell Concert del 1982 a Toronto, poi pubblicato in Vhs e Dvd). E dopo un ultimo concerto a Philadelphia, con i Genesis ed Elvis Costello, il tour viene cancellato: Chris non si regge più in piedi, non può proseguire.
Nel novembre del 1982 arriva il comunicato ufficiale, secco e lapidario: “I Blondie si sono sciolti”. Jimmy Destri darà la colpa alle droghe, Clem Burke se la prenderà con l’egocentrismo dei vari membri, Deborah Harry invece si scaglierà contro il management musicale, “popolato solo da squali”. Con la rottura del contratto i Blondie si ritroveranno infatti pesantemente indebitati.

Se vuoi essere un’artista di successo, devi necessariamente essere anche una persona attenta al business. Noi non lo eravamo affatto e ne abbiamo pagate le conseguenze a caro prezzo.
(Debbie Harry)

"During the 80's everything went to shit..."

Debbie è poco disposta a parlare del periodo più difficile della sua vita: negli anni 80, infatti, il mondo le crolla addosso. Tra la misteriosa malattia che colpisce il compagno, la fine dei Blondie, la carriera solista inferiore alle attese, la comparsa di battagliere popstar ben più giovani di lei, la depressione e la dipendenza dalle droghe pesanti, non gliene va bene una. E dire che quel decennio, che Debbie Harry osserverà da una posizione defilata, si era aperto proprio nel segno dei Blondie, che tra l’80 e l’81 avevano piazzato tre singoli di fila al numero uno negli Usa.
Nel 1982 Chris Stein diventa sempre più pallido, comincia a perdere peso, fino a trasformarsi in uno scheletro vivente, con tutto il corpo ricoperto da dolorose bolle. Si scopre che ha contratto una rarissima malattia genetica autoimmune, chiamata pemphigus vulgaris. Il chitarrista viene curato soltanto grazie a una massiccia iniezione di steroidi e per quasi due anni resterà in un permanente stato confusionale, non potendosi neanche alzare dal letto. Deborah, di fatto, rinuncia alla sua carriera per restargli accanto. I due riescono a far perdere le proprie tracce, senza che nessuno sapesse nulla di quanto realmente accaduto; ma quando Jerry Hall, compagna di Mick Jagger, approda al Lenox Hill Hospital di New York per dare alla luce la sua bambina, i paparazzi scoprono che nella stessa clinica c’è ricoverato in gran segreto anche Chris Stein e cominciano così a seguire dappertutto Debbie, per saperne di più.

Avevo una predisposizione genetica, ma la mia malattia è stata accentuata dall’uso di droghe. Posso prendermela solo con me stesso. Anche se non è stata una cosa soltanto negativa, dal momento che mi ha permesso di avere delle straordinarie esperienze extracorporee. Non posso davvero lamentarmi troppo.
(Chris Stein)

videodromeTra il 1983 e il 1985 Debbie Harry scompare dalle scene. Incide solo due singoli: “Rush Rush”, nuovamente prodotta da Giorgio Moroder e divenuta un piccolo cult per il suo inserimento nel film “Scarface”, e “Feel The Spin”, un brano prodotto da John “Jellybean” Benitez, lo scopritore di Madonna. Deborah si dedica più che altro al teatro (interpretando una campionessa di wrestling nello spettacolo "Teaneck Tanzi") e al cinema. A tal proposito, non si può non citare Nicki Brand, la seducente e masochista conduttrice radiofonica da lei interpretata nel visionario capolavoro di David Cronenberg, “Videodrome”. Una femme fatale protagonista di alcune scene davvero disturbanti, che incoronano nuovamente Debbie Harry come indiscusso sex-symbol.
Con Debbie Harry fuori dai giochi, lo scettro finisce nelle mani dell’agguerrita Madonna, che non lo mollerà più. La Ciccone, così come altre due tra le popstar più popolari del decennio, Annie Lennox e Cyndi Lauper, indica nell’ex-cantante dei Blondie una fondamentale fonte di ispirazione e – con cinismo, furbizia e intelligenza – riuscirà ad appropriarsi di alcune sue intuizioni. Per il resto, se escludiamo la grintosa Pat Benatar, la maggior parte delle wannabe Debbie Harry degli anni 80 si concentreranno unicamente a riprendere il suo lato più svenevole: basti pensare a fatalone come Kim Wilde, Belinda Carlisle, Hazel O’Connor, Patsy Kensit degli Eighth Wonder, Wendy James dei Transvision Vamp e Tracy Tracy dei Primitives. Bisognerà aspettare il decennio successivo per trovare delle imitatrici, o delle possibili eredi, dotate di maggior personalità e talento.

E come se la passano invece gli altri ex-Blondie? Il più attivo è senza alcun dubbio il batterista Clem Burke, che nel corso degli anni collabora con Pete Townshend, Bob Dylan, Iggy Pop, Joan Jett, Fleshtones, Romantics e soprattutto Eurythmics (nel loro periodo di massimo splendore). Per due serate, nel 1987, si aggrega anche agli amici Ramones, con il nome di Elvis Ramone. Il tastierista Jimmy Destri, dopo aver partecipato alle sessions di "War" con gli U2, si allontana inaspettatamente dalla musica, gestendo una fruttuosa attività imprenditoriale. Il bassista Nigel Harrison fonda con il frontman Michael Des Barres (già suo compagno ai tempi dei Silverhead), l'ex-Sex Pistols Steve Jones e lo stesso Clem Burke i Chequered Past, un supergruppo che proporrà un album omonimo di hard-rock dozzinale. Il chitarrista Frank Infante, infine, suona con Iggy Pop, Joan Jett, Stiv Bators e gli australiani Divinyls.

Il timido ritorno solista

Lasciato alle spalle il periodo più buio, Deborah Harry decide di tornare in pista nel 1986. Lo fa con un album squisitamente pop, immediato, influenzato dai nuovi dettami di Mtv. Con Rockbird cerca quindi di rilanciare la sua carriera dopo diversi anni di silenzio. Si tratta di un disco senza troppe pretese, anche se tutto sommato gradevole, vivace e con un paio di pezzi da ricordare. È quanto di più lontano possibile dal precedente KooKoo; al contrario, diverse tracce riprendono quell’euforia tipicamente giovanile e sbarazzina tanto cara ai mai dimenticati girl group (appaiono un po’ anacronistici, però, i coretti sixties presenti in “I Want You” e "You Got Me In Trouble"). Un lavoro che, almeno apparentemente, sembra discostarsi dal reale umore della Harry (effetto terapeutico della musica?). La produzione di Seth Justman, tastierista della J. Geils Band, è figlia degli standard tipici degli anni 80 e risulta inevitabilmente datata. La copertina, disegnata da Stephen Sprouse con l’aiuto di nientepopodimeno di Andy Warhol (il quale, un anno prima, aveva dipinto un ritratto digitale di Debbie Harry nel giorno della presentazione ufficiale dell'Amiga 1000), serve a ricordare l’iconicità della cantante.

rockbirdRockbird, pur non venendo troppo pubblicizzato dalla Chrysalis (che evidentemente non crede in una ripresa commerciale della 41enne), ottiene un buon riscontro di vendite, benché lontano dai numeri dei Blondie o dai record macinati dalle più famose popstar del periodo. Il singolo catchy "French Kissin' In The Usa" raggiunge la top-10 in Uk e Australia (ed entra in classifica persino in Italia!), se la cavano discretamente anche la languida “In Love With Love” (che raggiungerà la prima posizione nella classifica dance di Billboard) e “Free To Fall” (classica power ballad del periodo, che ad altri volumi sarebbe stata perfetta per un gruppo hair-metal).
Debbie Harry non è nelle condizioni psicofisiche adeguate per sfruttare il momento favorevole e non se la sente di imbarcarsi in una stressante tournée. Per cercare di ripulirsi, ha infatti assunto parecchie dosi di metadone, che avrà purtroppo degli effetti collaterali deleteri sul suo fisico, facendola aumentare di peso, come si può notare nei video dell’epoca. Confesserà inoltre di aver avuto un esaurimento nervoso in quegli anni tremendi.

Nel 1987 termina l’intensa relazione tra Debbie e Chris, senza che i due si fossero sposati o avessero avuto figli; resteranno comunque in eccellenti rapporti, continuando a collaborare insieme. Due anni più tardi infatti comporranno Def, Dumb & Blonde, generalmente indicato come il miglior album solista di Debbie Harry, oltre che il più vicino allo stile dei Blondie.
Dietro le quinte torna il fido Mike Chapman, in un progetto che coinvolge anche altri produttori come Arthur Bake e Tom Bailey. Incerta la prima parte del disco: si alternano alcune buone cose (vedi la bowiana “Lovelight”, con la partecipazione di Ian Astbury dei Cult), altre appena discrete (come il singolo di successo “I Want That Man”, dedicata all’attore Harry Dean Stanton, e “Kiss It Better”, entrambi episodi di tipico Fm rock di fine anni 80) e altre ancora discutibili (è il caso dell’R&B di “Get Your Way”, con intervento in stile old-school hip-hop invecchiato malissimo).
L’album riprende quota con “Maybe For Sure”, il pezzo più blondiano del lotto, con echi di “Union City Blue”. Non manca, ovviamente, il solito numero caraibico (“I’ll Never Fall In Love”), mentre sorprende “Calmarie”, cantata in portoghese e scritta insieme al leggendario percussionista brasiliano Naná Vasconcelos. La danzereccia “Sweet And Low” possiede un potenziale commerciale non sfruttato, “He Is So” e “Bugeye” accompagnano l’ascoltatore verso il finale, che fa improvvisamente drizzare le antenne. La malinconica “Brite Side”, possibile riflessione sulla fine della love-story con Chris Stein, è infatti, per chi scrive, una delle migliori canzoni nell’intera carriera di Debbie Harry. La conclusiva “End Of The Run”, elegia di sette minuti sulla New York nella quale i Blondie sono cresciuti, è invece una mezza occasione persa: assai suggestivo il poetico spoken world, in parte rovinato però da un ritornello fiacco e poco pungente. La versione uscita appositamente per compact disc contiene tre ulteriori tracce (“Bike Boy”, “Comic Books” e “Forced To Live”), nelle quali torna persino del sano punk-rock.

def_dumb__blondeDef, Dumb & Blonde (un titolo che dimostra una volta di più tutta l’autoironia della cantante) viene accolto positivamente dalla critica, ma vende meno rispetto al predecessore. Debbie Harry, nel frattempo passata alla Sire Records (di proprietà della Warner), viene ostacolata dalla casa discografica, che pubblicizza poco il disco in America, soprattutto per non correre il rischio di entrare in competizione con Madonna (peraltro nel bel mezzo del trionfale Blond Ambition Tour), che appartiene alla stessa etichetta. Del resto, Madonna è (ormai già da diversi anni) la nuova bionda esplosiva sulla bocca di tutti, Debbie Harry poco più che uno sbiadito ricordo. Sono le crudeli leggi del music business, bellezza!

 

Volevo lasciarmi definitivamente alle spalle il personaggio di Blondie, proporre qualcosa di più maturo e riflessivo, ma purtroppo nessun discografico sembrava interessato. Ero troppo vecchia per loro.
(Debbie Harry)

La fortissima identificazione con i Blondie si rivela un boomerang per la sua carriera solista, che non riuscirà mai a sbocciare appieno. Come simbolica via di fuga dall’ingombrante personaggio da lei creato quindici anni prima, che non c’è verso di scrollarsi di dosso, sceglie di usare, per la prima volta, il suo nome completo: Deborah Harry. La Nostra riuscirà, in ogni caso, a togliersi qualche piccola soddisfazione, tornando per esempio a esibirsi dal vivo dopo sette lunghi anni (con il futuro Underworld Karl Hyde alla chitarra), riempendo lo stadio di Wembley.
Risalgono a quel periodo le collaborazioni con i Ramones (“Go Lil’ Camaro Go”, tratta dall’album “Halfway To Sanity” del 1987) e con Iggy Pop (nel 1990 viene pubblicato come singolo una loro divertente reinterpretazione del classico di Cole Porter, “Well, Did You Evah!”). In quegli stessi anni Deborah è molto attiva anche nel cinema: recita nell’episodio di “New York Stories” diretto da Martin Scorsese, è la strega protagonista del fanta-horror "I delitti del gatto nero" e soprattutto interpreta il ruolo della perfida Velma Von Tussle nella commedia musicale "Hairspray" (meglio nota in Italia con il titolo di "Grasso è bello"), il film che fa conoscere al grande pubblico il dissacrante regista americano John Waters.

debravationPer una nuova uscita discografica bisogna attendere il 1993, anno in cui viene immesso sul mercato Debravation, un disco che – almeno nelle intenzioni – avrebbe dovuto essere decisamente più sperimentale rispetto ai precedenti. L'album viene però sostanzialmente boicottato dalla casa discografica, che taglia tutti i momenti ritenuti più ostici; il risultato finale è quindi parecchio diverso da quello che Deborah avrebbe voluto. La maggiore testimonianza di quelle idee iniziali è rappresentata dall’elettronica traccia conclusiva, l'avveniristica "Dog Star Girl", frutto di una collaborazione con William Gibson, il pioniere del cyber-punk.
Debravation, per il resto, è un disco discontinuo, poco coeso (inevitabile, visti i sei produttori impegnati), penalizzato da troppi brani mediocri, talvolta persino imbarazzanti (meglio non dire nulla riguardo a “Keep On Going”). Non mancano però alcuni tocchi di classe, come i singoli "I Can See Clearly" (con un'epica da stadio à-la Simple Minds) e "Strike Me Pink" (raffinata ballata dai toni jazz), o pezzi comunque più che godibili come l'intensa "Rain", l’house di “Lip Service” e le più tirate "Dancing Down The Moon" e "Standing In My Way" (quest’ultima scritta per Joey Ramone).
Tra le bonus track, due vecchie cover, "My Last Date (With You)" (realizzata insieme ai Rem) e "Tear Drops".

Debravation passa praticamente inosservato (entra in classifica soltanto in Inghilterra), nonostante gli anni 90 coincidano con una riscoperta del catalogo dei Blondie. È un periodo infatti in cui l'influsso di Debbie Harry è rintracciabile in diversi ambiti, a partire dal pop mainstream: Gwen Stefani dei No Doubt non ha mai fatto mistero di essere cresciuta con il mito della cantante dei Blondie; Kylie Minogue l'ha più volte definita un'icona irraggiungibile; rimanda a lei anche l'elegante spavalderia di un'altra glaciale biondina, la svedese Nina Persson dei Cardigans, così come Róisín Murphy dei Moloko ne riprende il lato più fashion. E se spostiamo il discorso al rock alternativo appare lampante l'influenza avuta dai Blondie sui Garbage (con Shirley Manson che, per una manciata di anni, si rivelerà essere una credibile erede), così come su gruppi britpop spudoratamente alla ricerca di quel sound a metà tra post-punk e pop-rock come Echobelly, Elastica e Sleeper (che eseguono anche una cover di "Atomic" per la soundtrack di "Trainspotting”), senza dimenticare l'omaggio dei Blur travestiti da Blondie in un numero di Nme. Ma persino una come PJ Harvey, certamente più vicina a Patti Smith come stile, si dichiara un'ammiratrice della Harry, ritenuta una figura importante anche per il movimento delle cosiddette riot grrrl.
Insomma, sono anni in cui la sua influenza è più viva che mai. E il tributo forse più spontaneo giunge da degli amici di lunga data dei Blondie, i B-52’s, che come inedito per una raccolta dei loro successi pubblicano un brano intitolato “Debbie”, che chiarisce una volta per tutte chi fosse la “Queen of the Underground” e la “Supersonic Blonde”.

Tutto ciò però a Deborah interessa relativamente. Ha altri progetti per la testa, come per esempio tornare al suo primo amore musicale: il jazz. Nel 1995 entra infatti a tempo pieno come vocalist nei Jazz Passengers, un collettivo newyorkese di abstract jazz, un genere che da sempre le è familiare. In questa nuova veste Debbie è mossa dall’ambizione di dimostrare, prima di tutto a sé stessa, di non essere soltanto una cantante pop o rock. Un obiettivo centrato in pieno, a giudicare dai due album pubblicati con i Jazz Passengers, che sorprendono gli addetti ai lavori. Il primo, Individually Twisted del 1997, è un disco in studio, nel quale la Harry mette in mostra le sue doti vocali in brani come "Imitation Of A Kiss" e "Angel Eyes". Viene ripresa anche "The Tide Is High" e c'è spazio per un duetto con Elvis Costello nello standard "Don'cha Go 'Way Mad" (riproposto dalla coppia anche al David Letterman Show). Il secondo, Live In Spain del 1998, è invece registrato dal vivo, in un tour che tocca anche l'Italia (il concerto dei Jazz Passengers feat. Deborah Harry all'Umbria Jazz Festival del '97 viene trasmesso con una certa frequenza da RAI 5).

Una reunion a lieto fine

reunionL’affetto del pubblico nei confronti dei Blondie non è mai cessato e i loro dischi hanno continuato a vendere. Per questo motivo, a Chris Stein viene in mente l’idea di riformare la band, scioltasi tra le polemiche nel 1982. Comunica la sua folle proposta a Debbie, che gli risponde con una sonora risata, seguita da un inequivocabile “Tesoro, tu sei tutto matto”. Simili le reazioni di Clem Burke e Jimmy Destri, che non prendono sul serio il vecchio compagno, pensando che stesse scherzando. Alla fine però Chris riesce a convincere tutti quanti: “Proviamo almeno a fare una serie di concerti e vediamo che cosa succede”. A sorpresa viene contattato anche Gary Valentine, il bassista dell’album d’esordio, che aveva troncato da decenni il rapporto con gli altri componenti della band. Si riforma così il quintetto originario: e chi l’avrebbe mai detto? Non vengono invece chiamati Frank Infante e Nigel Harrison, che ci resteranno male, tanto da intraprendere un’azione legale contro i vecchi compagni. La prima performance dei neonati Blondie avviene il 31 maggio del 1997 e bastano una manciata di live negli States per rendersi conto che la chimica è rimasta intatta nonostante la lunga assenza dalle scene.

Deborah, inizialmente la meno convinta, pone dei precisi paletti: guai a suonare nostalgici ed evitare a ogni costo l’effetto cover-band, ricorrente in questo genere di operazioni. L’obiettivo è quindi cercare di non ripetere pedissequamente i fasti del passato, ma continuare a esplorare nuovi territori sonori. Prima di tornare a incidere in uno studio di registrazione, vengono apportate alcune modifiche all’organico: Paul Carbonara entra a far parte del gruppo come secondo chitarrista, mentre il bassista Leigh Foxx (con una lunga carriera di apprezzato sessionman alle spalle: ha suonato con Iggy Pop, Patti Smith, Cyndi Lauper e persino Yoko Ono, oltre che negli ultimi due album solisti di Debbie Harry) sostituisce Gary Valentine, poco elegantemente accompagnato alla porta, perché  – parafrasando Chris Stein  – ai Blondie serve un musicista e non uno scrittore.
Liberatisi una volta per tutte della zavorra Chrysalis, i Blondie passano alla piccola Beyond Records, che permette loro di tenere tutto sotto controllo. Viene richiamato Craig Leon, che aveva fortemente contribuito, forse anche più dello stesso Richard Gottehrer, alla produzione del primo album. Tutto a un tratto sembra di essere tornati indietro nel 1976, con le medesime discussioni in studio tra i vari membri che cercano di imporre le loro idee. La band appare nuovamente affiatata e il risultato finale è soddisfacente. “Maria” è il singolo della riscossa: un pop-rock radiofonico che consente ai Blondie, 20 anni esatti dopo la pubblicazione di “Heart Of Glass”, di tornare ai primi posti delle classifiche europee (in particolare di quella britannica: nessun altro gruppo americano era mai riuscito a raggiungere la vetta della classifica inglese in tre decadi differenti). Un ritorno da record, che nel febbraio del 1999 fa addirittura entrare Debbie Harry nel Guinness dei Primati come donna più “anziana”, coi suoi 53 anni e mezzo, ad aver portato una canzone al numero uno in Inghilterra (un primato soffiato a Cher, di un anno più giovane, che lo aveva a sua volta ottenuto pochi mesi prima con il tormentone “Believe”). “Maria”, per la verità, non è particolarmente amata da Deborah, che la ritiene troppo retrò (ancor più duro il giudizio dell’autore, Jimmy Destri, per il quale è soltanto una stupida canzone per liceali).

no_exit_01No Exit, l’album in cui è contenuta “Maria”, debutta al numero tre in Gb e vende oltre un milione di copie nel resto d’Europa; al di sotto delle attese invece il rendimento in America (con il diciottesimo posto come massimo risultato), che da questo momento in poi non regalerà più soddisfazioni commerciali ai Blondie. Discordanti i giudizi della critica: non mancano gli apprezzamenti, anche se le recensioni sono perlopiù tiepide. Il fatto è che sono passati talmente tanti anni che nessuno aveva idea di che cosa aspettarsi e di conseguenza il prodotto finale non può accontentare tutti.
Con No Exit i Blondie ripartono da dove avevano lasciato, portando avanti quella tendenza di proporre stili diversi già ampiamente mostrata in Autoamerican. Nel disco trovano quindi spazio energici brani pop-rock (come “Maria” e il brioso ­– ma meno fortunato – secondo singolo "Nothing Is Real But The Girl"), ma anche pezzi ska ("Screaming Skin"), dance ("Forgive And Forget"), jazz ("Boom Boom In The Zoom Zoom Room"), blues-rock ("Happy Dog"), country ("The Dream's Lost On Me"), reggae ("Divine") e world music (la talkingheadsiana "Dig Up The Conjo").
Non mancano neanche i tributi, come l'emotiva "Under The Gun" (dedicata allo scomparso Jeffrey Lee Pierce) e la cover di "Out In The Streets" delle Shangri-Las (in una versione però meno convincente rispetto a quella pubblicata come demo nel lontano 1975). Non tutti gli episodi si possono definire riusciti (basti pensare all'improbabile fusione di rap, metal e musica classica della title track, che vede la partecipazione di Coolio, o alla stucchevole melassa di “Double Take”), ma è comunque confortante appurare che i Blondie abbiano ancora qualcosa da dire. L’eclettismo vocale di Debbie Harry è alla base dell’album e valorizza gli episodi più sofisticati, come l’avvolgente e angelica “Night Wind Sent” (in seguito coverizzata da Mina).

Sull’onda del ritrovato successo i Blondie pubblicano anche un disco dal vivo, che cattura solo in parte l’energia dei loro concerti. Meglio recuperare, in tal senso, Picture This Live, uscito due anni prima: non tutte le registrazioni sono impeccabili (gli estratti del concerto a Philadelphia del 1978 hanno la stessa qualità di un bootleg), ma le straordinarie versioni di “One Way Or Another” e del medley con "Bang A Gong (Get It On)" e "Funtime" valgono da sole il prezzo dell’album.

La maledizione dei Blondie

the_curse_of_blondieTra un tour e l’altro, Chris Stein trova il tempo per sposare l’attrice Barbara Sicuranza, dalla quale avrà due bambine (Debbie sarà la madrina di entrambe), mentre Deborah Harry riprende la sua carriera parallela di attrice cinematografica e teatrale. All’alba del nuovo Millennio i Blondie iniziano a registrare il seguito di No Exit. La lavorazione, però, è particolarmente travagliata: prima fallisce la casa discografica Beyond Records, un evento che porterà i Blondie a firmare per la Sony; poi le tapes registrate al World Trade Center si disperdono a causa dei tristemente noti attacchi terroristici dell’11 settembre. Il disco ha quindi una lunga gestazione e viene completato soltanto nel 2003. Nel frattempo, viene immesso sul mercato un nuovo Greatest Hits, che raccoglie tutti i principali successi della band newyorkese: un buon punto di partenza per i neofiti.

The Curse Of Blondie, con quel titolo così altisonante e ironico, è il loro album forse meno blondiano, paga una lunghezza eccessiva (65 minuti) ed è composto principalmente da Debbie e Chris, con Jimmy in secondo piano. Il tentativo di modernizzare il proprio sound appare evidente già dal singolo di lancio, il techno-dance-rock “Good Boys”, che ricorda alle nuove generazioni che quando si parla di rock ballabile i Blondie hanno ben pochi rivali. Sono, del resto, anni in cui emergono una pletora di band cresciute con il poster dei Blondie in cameretta, a cominciare dai concittadini Strokes e Yeah Yeah Yeahs, fino ad arrivare ai canadesi Metric e agli scozzesi Franz Ferdinand.
Presentato in pompa magna da Deborah Harry (“È il nostro miglior disco”), The Curse of Blondie è un lavoro eccentrico fin dalle note iniziali dell’indefinibile “Shakedown”, un sorprendente miscuglio di funk, rap, rock ed elettronica, pieno di spunti e variazioni stilistiche. Alla convenzionale “Undone” (sorvolando sul fastidioso “la-la-la”, comunque un discreto pezzo rock), seguono tre episodi – "Rules For Living" (l'ultimo guizzo di Jimmy Destri), "Background Melody" (con corni latini e ritmi trip-hop) e "Magic Asadoya Yunta" (curiosa cover di una tradizionale folk song giapponese) – che melodicamente volteggiano tra il delizioso e l’irritante. Le stramberie proseguono con le messicaneggianti “End To End” e “Hello Joe” (poetico tributo alla memoria di Joey Ramone), poi si torna in territori più propriamente rock con le robuste “Golden Rod” (con la chitarra di Chris Stein che non ha mai suonato così incendiaria) e "Last One In The World" e pop con l’orecchiabile “The Tingler”. Scioccante il finale, tra il free jazz di "Desire Brings Me Back" e la melodrammatica ballata "Songs Of Love", che sembra tratta da qualche film di James Bond.
L’album ottiene un consenso modesto e non raggiunge neanche lontanamente il numero di copie vendute dal predecessore. Le recensioni sono ancora una volta contrastanti: per un Uncut che lo definisce “un diamante”, c’è quindi un Rolling Stone a bollarlo come “anonimo”. Tra i loro dischi post-reunion, The Curse Of Blondie è certamente il più strano ed enigmatico, il meno immediato, ma forse anche quello con più momenti interessanti da riscoprire.

Nel 2004 il tastierista Jimmy Destri, da tempo ai ferri corti con Debbie Harry, viene allontanato dal gruppo, non senza strascichi polemici, per non aver perso certi vizi (cocaina). Il suo posto verrà temporaneamente preso da Kevin Patrick. Il 2006 è invece l’anno dell’ammissione dei Blondie alla Rock‘n’Roll Hall of Fame. La cerimonia è carica di tensione e viene in parte rovinata dal teatrino messo in piedi dagli ex-componenti Frank Infante e Nigel Harrison, che mettono in imbarazzo Deborah, supplicandola di farli suonare insieme al resto della band (una richiesta declinata, dinanzi a un pubblico spaesato, dalla stessa vocalist). Una scena spiacevole, che si contrappone al commosso discorso di una visibilmente emozionata Shirley Manson, con la voce tremante nel premiare quello che per lei è un autentico mito. Pochi mesi dopo i Blondie partecipano, insieme ai Dictators e a Patti Smith (che depone l’ascia di guerra, proponendo un’inaspettata versione di “The Tide Is High”), al concerto di chiusura del Cbgb, da lì a poco trasformato in un negozio d’abbigliamento di John Varvatos.

Ho fatto 'Necessary Evil' per esprimere me stessa. Per essere parte di ciò che succede oggi. Rappresenta esattamente quello che sono in questo momento, non quello che ero trent’anni fa.
(Debbie Harry)

Nuova linfa

necessary_evilA quasi 15 anni di distanza da Debravation, dopo aver collaborato con Moby nel bel singolo del 2006 "New York, New York", Deborah Harry riprende in mano la sua carriera solista. Si fa produrre le sue nuove canzoni dall’affiatato duo composto da Barb Morrison e Charles Nieland, meglio noti con il nome d’arte di Super Buddha. Necessary Evil, pubblicato nel 2007, è un lavoro solido e compatto, il primo nella carriera di Debbie post-Wind in the Willows a non avvalersi della collaborazione di Chris Stein. Un disco ancorato nel presente, che si avvale di suoni e tecnologie dal gusto contemporaneo.
In Necessary Evil possiamo trovare tre tipologie di canzoni, tutte interconnesse le une con le altre. Ci sono innanzitutto brani adult, non troppo distanti dall'Aor, come "Two Times Blue" (il singolo di lancio), "If I Had You" (tanto ruffiana quanto, incredibilmente, efficace) e le eleganti ballate "What Is Love" e "Needless To Say". Trovano spazio nella scaletta anche tracce dal piglio più energico e aggressivo: a questo filone appartengono la coinvolgente "School For Scandal", il funk-rock à-la RHCP della title track e il furore punk di "Whiteout". Ma a rendere il disco un prodotto interessante, tutt'altro che scontato, sono soprattutto i brani più moderni, caratterizzati da produzioni elettroniche contemporanee, senza tuttavia mai apparire forzate. Prendete "Deep End", "Love With A Vengeance", "Dirty And Deep" (che fa un po' il verso alla Madonna di "Music") o la conclusiva "Chart Alarm" (con la partecipazione dell'androgino Miss Guy, ex-leader dei Toilet Böys): tutto sembrano, fuorché brani realizzati da una cantante ormai entrata nella terza età.
Non mancano, infine, gli episodi bizzarri ("You're Too Hot" è degna dei Gorillaz più schizzati) o brevi intermezzi sperimentali ("Charm Redux" e "Heat Of The Moment"). Chris Stein compare soltanto in due delle tre bonus track (la litania afro "Jen Jen" e la techno tribale "Naked Eye").
Sempre nel 2007 Deborah conferma il suo impegno umanitario, organizzando un tour in compagnia di Cyndi Lauper con la finalità di promuovere i diritti umani e le libertà civili della comunità gay.

panic_of_girlsNegli anni successivi l’attività dal vivo dei Blondie è costante, ma la lunga pausa discografica prosegue fino al 2010, quando la band, passata all’etichetta indipendente Five Seven Music, registra, nello studio presente a casa di Chris Stein, Panic Of Girls. Un album prevalentemente prodotto da Jeff Saltzman, l’uomo dietro il botto dei Killers. Il gruppo newyorkese continua a trascendere da ogni genere, seppur con l’intento, questa volta, di “realizzare un classico album dei Blondie”, per accontentare la maggior parte della fanbase che non aveva compreso il precedente lavoro del 2003.
L’inizio è dei più promettenti, un 1-2-3 degno dei bei tempi andati. La tripletta si apre con “D-Day”, che alla vigorosa batteria di Clem Burke unisce un sound electro-rock: è raro vedere una band con così tanti anni sulle spalle ancora in grado di suonare fresca e moderna. Per Debbie Harry “un album deve iniziare con una canzone energica che catturi subito l’attenzione dell’ascoltatore, un pugno in faccia, perché il rock‘n’roll deve essere atletico”: “D-Day” soddisfa senz’altro questi requisiti. La successiva “What I Heard”, che aveva già ricevuto reazioni molto positive nel tour inglese del 2010, è un instant classic, con tutte le carte in regola per essere una nuova hit (purtroppo verrà pressoché ignorata dalle radio); diventerà un punto fermo delle esibizioni dei Blondie dal vivo. A scriverla e comporla è il nuovo tastierista Matt Katz-Bohen, il più prolifico tra gli ultimi arrivati. Nato a New York, ma di origine tedesca, Matt ha studiato pianoforte, violino e composizione al LaGuardia High School of Music & Performing Arts (la scuola di "Fame", per intenderci) e ha suonato in diversi gruppi camp-rock degli anni 90 (era una presenza fissa nel locale SqueezeBox, club-ritrovo per gay e travestiti). Possiede quindi tutte le carte in regola per entrare a far parte dei Blondie. E a proposito di locali newyorkesi, “Mother”, una sorta di “Maria 2.0” scelta come primo singolo, è dedicata a un club notturno, ora chiuso ma molto in voga nei Seventies, abitualmente frequentato da Debbie e Chris, sempre più nostalgici di una New York che non esiste più (emblematici versi come “Mother’s left the building” o “We are the missing children”). Nel video viene ricreato il locale, ora popolato da zombie, Blondie compresi (tra il pubblico fa un cameo anche Kate Pierson dei B-52’s).
Peccato, però, che le due tracce successive – “The End, The End” e “Girlie Girlie” (quest’ultima scovata da Chris Stein in una compilation di vecchi successi giamaicani) – facciano maledire la passione dei Blondie per il reggae e i ritmi caraibici. Più tollerabile “Sunday Smile”, cover dei Beirut (con tanto di Zach Condon alla tromba), la band indie preferita dal chitarrista dei Blondie.
A riportare il disco in carreggiata ci pensano pezzi pop-rock più convenzionali, come "Love Doesn't Frighten Me" e "Words In My Mouth" (originariamente scritta da Debbie per Shirley Manson dei Garbage). Appena tre canzoni, le ultime in scaletta, portano la firma di Chris Stein. "Wipe Off My Sweat" è un terrificante mix latino-dance, che fa il verso a Lady Gaga e Shakira (sigh!). L'intento parodistico appare evidente, ma non basta a giustificare una simile caduta di stile, uno spanglish indegno per una band con la storia dei Blondie ("Papi, Papi": a tutto c'è un limite!). Gradevoli invece "Le Bleu" (un omaggio a Serge Gainsbourg, cantato in francese) e la raffinata ballata "China Shoes". Più che discrete anche le due bonus track della Deluxe Edition, "End Of The World" (che contiene peraltro la frase che dà il titolo all'album) e "Sleeping Giant".
Più volte rinviato, Panic Of Girls esce nel 2011 anche in un'edizione da collezione che comprende una rivista con la storia della band, interviste, recensioni di tutti i loro dischi precedenti e un set di spille e immagini fotografiche di Debbie Harry. Le bonus track contenute qui sono "Horizontal Twist", dal vigore punk, e "Mirame" (la fascinazione per la musica latina avrà un seguito in Ghosts Of Download).

L’originale artwork è opera del pittore Chris Berens, che realizza una cover molto particolare, dall’effetto quasi disturbante, che contiene qualcosa di minaccioso. Le fantastiche creature da lui disegnate evocano animali realmente esistenti, mentre i volti dei componenti della band vengono deformati, in una specie di appello alla salvezza della specie (il tema della razza umana in via di estinzione ricorre nei testi).

Blondie 4(0)ever: tra influenze latine e download selvaggio

ghosts_of_downloadL’età avanza, ma Chris Stein rimane un instancabile curioso, ancora affamato di nuova musica e nuove sonorità. Il chitarrista, infatti, si appassiona di elettronica latinoamericana, con una particolare predilezione per la scena colombiana. Nelle varie interviste rilasciate confida che i suoi nuovi punti di riferimento - mentre è alla lavorazione del nuovo album dei Blondie - sono i dischi dei Systema Solar e la stazione radiofonica Mega. Riesce inoltre a invitare come ospiti gli stessi Systema Solar, il duo hip-hop panamense Los Rakas e il dj Héctor Fonseca.
In Ghosts Of Download rimane quindi intatta la passione di Debbie e Chris per la fusione dei più svariati generi musicali, con l’aggiunta di groove sudamericani, drumbeat latini e del dancehall giamaicano. Il risultato finale è il disco più sintetico e danzereccio nella carriera dei Blondie, il cui sound elettronico rimanda al titolo futurista dell’album. Come dichiarato da Deborah Harry a Rolling Stone, “l’album è stato realizzato comunicando attraverso la Rete, sfrutta per davvero le possibilità di Internet: non tanto rispetto al suono, quanto alla logistica. Non ci siamo praticamente mai visti tutti insieme in uno stesso studio. Chris strutturava le tracce a casa sua, dopodiché le mandava al nostro produttore, a San Francisco. Sono le canzoni ad aver viaggiato avanti e indietro, non noi”. Debbie Harry, da sempre nota per la sua riservatezza, è in realtà piuttosto scettica – e pure un po’ preoccupata – rispetto all’invadenza del web, amato incondizionatamente invece dall’ex-partner Chris Stein, attivissimo sui social. Questa sorta di piccola disparità di vedute tra le teste pensanti del gruppo ha portato al titolo dell’album.

Al pubblico voglio lasciare soltanto una parte di me, non tutta me stessa. Ho sempre combattuto per avere un certo grado di anonimato e di privacy. Per questo motivo non uso nessun social network. Non ho mai cercato quel tipo di attenzione pubblica. Sono molto selettiva.
(Debbie Harry)

Ghosts Of Download, con tanto di cover realizzata da un ex disegnatore della DC Comics, pur con tutta la buona volontà dei due leader, è un disco pasticciato. I Blondie hanno cercato di renderlo forzatamente moderno, con risultati questa volta alquanto discutibili. A cominciare dal costante utilizzo di quella piaga del ventunesimo secolo chiamata vocoder (la voce della Harry regge ancora e mantiene un bel timbro: allora perché coprirla così spudoratamente?). La produzione fin troppo invasiva di Jeff Saltzman, confermato dopo Panic Of Girls, si rivela un autentico disastro e rovina anche quei pochi spunti meritevoli.
L’inizio di Ghosts Of Download è per stomaci forti: “Sugar On The Side” melodicamente avrebbe anche una sua ragione di esistere, ma il terribile cameo reggaeton manda tutto in malora. Esito simile per la canzone-sorella “I Screwed Up”, con i Blondie nuovamente alle prese con le tendenze latinoamericane. Al brano d’apertura segue “Rave”, con Miss Guy, il cui ritornello richiama certa dance teutonica degli anni 90.
Alla fine della fiera, a fare la figura migliore è quella “A Rose By Any Name”, pubblicata come singolo di lancio un anno prima dell’uscita dell’album e accolta con una certa diffidenza dai fan dei Blondie. Sorvolando sull’utilizzo del vocoder e sul palese tentativo di attirarsi le simpatie del pubblico di Lady Gaga, l’idea melodica è buona, il ritornello orecchiabile e il duetto con Beth Ditto dei Gossip riuscito. Si salvano in extremis anche il pop-rock sintetico di “Winter” e la malinconia di fine estate che caratterizza il mood di “I Want To Drag You Around” (ancora una volta affossata però dalla produzione). A dir poco straniante la cover di “Relax”: apprezzabile la prima parte, con sola voce e piano; un’atmosfera sognante che si perde con il proseguo della canzone, che vira verso territori rock prima ed elettronici poi, riagganciandosi nel finale alla versione originale dei Frankie Goes To Hollywood. La successiva “Take Me In The Night” ha un bell’incedere, banalizzato però dalla prevedibilità del ritornello (una critica applicabile anche a “Make A Way”). “Mile High” è invece un tentativo miseramente fallito di confrontarsi con l’Edm. Le conclusive “Euphoria” (particolarmente apprezzata da Deborah), “Take It Back” e “Backroom” non riescono a risollevare le sorti di un album troppo confusionario e, a conti fatti, anche poco ispirato. Un disco nel quale non viene per nulla sfruttato Tommy Kessler, il nuovo pirotecnico chitarrista, affermatosi nel musical "Rock of Ages" e con un apprendistato hard & heavy, subentrato a Paul Carbonara durante le sessioni di Panic Of Girls.

Per festeggiare il loro quarantesimo anniversario, Ghosts Of Download viene pubblicato in un cofanetto speciale, denominato "Blondie 4(0)ever", comprendente altri due dischi: Greatest Hits Deluxe Redux (con 11 classici della band newyorkese reinterpretati) e soprattutto un Dvd con un imperdibile live al Cbgb del 1977. E proprio in occasione dei 40 anni di attività, nel 2014 i Blondie ricevono diversi premi alla carriera, con Deborah che tutto a un tratto torna a essere un perfetto volto da copertina. All'inizio dell'anno, per esempio, ai Blondie viene assegnato il prestigioso riconoscimento "Godlike Genius Awards", ritirato durante la cerimonia degli Nme Awards 2014 ad Austin, in Texas (Mike Williams, direttore di Nme, a tal proposito, afferma: "Debbie Harry è la frontwoman più iconica che il rock'n'roll abbia mai prodotto"). Curiosamente, nelle precedenti edizioni non era mai stato premiato un gruppo americano. Ma il 2014 è anche l'anno della prima, a lungo attesa, performance dei Blondie in Italia. Per uno strano scherzo del destino, infatti, se escludiamo un paio di concerti promozionali per pochi eletti (rispettivamente nel 1979 e nel 1998), non si erano mai esibiti nel Belpaese.

I Blondie non prendono, almeno per il momento, neanche in considerazione l'idea di andare in pensione. Stanno anzi lavorando al loro nuovo album, l'undicesimo in studio, che verrà pubblicato nella primavera del 2017: Pollinator il misterioso titolo scelto da Debbie & C. Sarà un lavoro inedito per loro, perché conterrà prevalentemente brani scritti da altri artisti appositamente per la band newyorkese; la lista degli ospiti sarà quindi lunghissima. Tra gli autori che hanno regalato una loro canzone ai Blondie troveremo infatti Nile Rodgers, Johnny Marr, Dave Stewart, Nick Valensi degli Strokes, Dave Sitek dei TV on the Radio, ma anche Blood Orange, Charli XCX e Sia. Dovrebbero inoltre esserci contributi vocali di Joan Jett e Laurie Anderson. Riguardo alla produzione, la scelta è ricaduta su John Congleton (Franz Ferdinand, St. Vincent).

Blondie

New wave dal cuore di vetro

di Alberto Farinone

I newyorkesi Blondie sono stati il gruppo di maggior successo della prima ondata punk e wave. Hanno gettato un ponte tra l'esuberanza della black music e l'irruenza del punk, la sensualità del funk e l'umore distaccato della new wave, creando un modello che si è rivelato molto influente. Al centro di tutto la figura di Debbie Harry, inarrivabile icona di bellezza e stile
Blondie
Discografia
Blondie (Private Stock, 1976)

8

Plastic Letters (Chrysalis, 1978)

7

 Parallel Lines (Chrysalis, 1978)

9

Eat To The Beat (Chrysalis, 1979)

8

Autoamerican (Chrysalis, 1980)

7

 The Best Of Blondie (antologia, Chrysalis, 1981)

 

 The Hunter (Chrysalis, 1982)

5

 Blonde And Beyond (antologia, Chrysalis, 1993)

 

The Platinum Collection (antologia, Chrysalis, 1994)

 

 Picture This Live (live, EMI/Capitol, 1997)

6,5

 Atomic: The Very Best Of Blondie (antologia, Chrysalis/EMI, 1998) 
 No Exit (Beyond Records, 1999)6
 Live/Livid (live, Beyond Records, 1999)6
Greatest Hits (antologia, EMI/Capitol, 2002) 
 The Curse Of Blondie (Epic, 2003)6
 Greatest Hits: Sight + Sound (antologia, EMI/Capitol, 2005) 
 At The Bbc (live, Chrysalis, 2010)7
 Panic Of Girls (Five Seven, 2011)6
 Ghosts Of Download (Five Seven, 2014)4,5
 Greatest Hits Deluxe Redux (Five Seven, 2014) 
   
 DEBBIE HARRY 
   
 KooKoo (Chrysalis, 1981)6,5
 Rockbird (Geffen/Chrysalis, 1986)6
 Def, Dumb & Blonde (Sire, 1989)6
 The Complete Picture: The Very Best Of Deborah Harry And Blondie (antologia, Chrysalis, 1991) 
 Debravation (Sire, 1993)5,5
 Most Of All: The Best Of Deborah Harry (antologia, Chrysalis, 1999) 
 Necessary Evil (Eleven Seven, 2007)6,5
   
 WIND IN THE WILLOWS 
   
 The Wind In The Willows (Capitol, 1968) 
   
 JAZZ PASSENGERS 
   
 Individually Twisted (32 Jazz, 1996) 
 Live in Spain (live, 32 Jazz, 1998) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

X Offender
(videoclip da Blondie, 1976)

In The Sun
(videoclip da Blondie, 1976)

In The Flesh
(videoclip da Blondie, 1976)

Rip Her To Shreds
(live, 1977)

Denis
(videoclip da Plastic Letters, 1978)

(I'm Always Touched By Your) Presence, Dear
(videoclip da Plastic Letters, 1978)

Detroit 442
(videoclip da Plastic Letters, 1978)

Picture This
(videoclip da Parallel Lines, 1978)

Hanging On The Telephone
(videoclip da Parallel Lines, 1978)

Heart Of Glass
(videoclip da Parallel Lines, 1978)

One Way Or Another
(estratto dal Midnight Special, 1978)

Sunday Girl
(estratto da Top of the Pops, 1979)

Dreaming
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)

Atomic
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)

The Hardest Part
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)

Union City Blue
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)

Shayla
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Eat To The Beat
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Accidents Never Happen
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Slow Motion
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Victor
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Living In The Real World
(videoclip da Eat to the Beat, 1979)
Call Me
(videoclip da American Gigolo Soundtrack, 1980)
The Tide Is High
(videoclip da Autoamerican, 1980)
Rapture
(videoclip da Autoamerican, 1980)
 Backfired (Debbie Harry)
(videoclip da KooKoo, 1981)
 Now I Know You Know (Debbie Harry)
(videoclip da KooKoo, 1981)
 French Kissin' In The Usa (Debbie Harry)
(videoclip da Rockbird, 1986)
 In Love With Love (Debbie Harry)
(videoclip da Rockbird, 1986)
Free To Fall (Debbie Harry)
(videoclip da Rockbird, 1986)
 I Want That Man (Debbie Harry)
(videoclip da Def, Dumb & Blonde, 1989)
 Brite Side (Debbie Harry)
(videoclip da Def, Dumb & Blonde, 1989)
 Sweet And Low (Debbie Harry)
(videoclip da Def, Dumb & Blonde, 1989)
Calmarie (Debbie Harry)
(live, 1989)
I Can See Clearly (Debbie Harry)
(videoclip da Debravation, 1993)
Strike Me Pink (Debbie Harry)
(videoclip da Debravation, 1993)
Maria
(videoclip da No Exit, 1999)
Nothing Is Real But The Girl
(videoclip da No Exit, 1999)
Good Boys
(videoclip da The Curse of Blondie)
Blondie su OndaRock
Recensioni

BLONDIE

Panic Of Girls

(2011 - Eleven Seven)
Cinque anni dopo l'ingresso nella Rock'n'Roll Hall Of Fame la band statunitense fa l'ennesimo comeback ..

BLONDIE

Parallel Lines

(1978 - Chrysalis)
Punk, pop & disco-music: la rivoluzione a linee parallele di Debbie Harry e compagni

News
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