Raffinati, graffianti, moderni, i Blondie sono essenzialmente sinonimo della biondissima vocalist Debbie Harry, una delle icone femminili più forti degli anni Settanta, nonché, con ogni probabilità, la più bella cantante rock di sempre. Eppure la carriera di Deborah Harry da Miami non si presentava certo così folgorante. Reduce da una mediocre carriera di cantante rock alla fine degli anni '60 (è la voce dei Wind In The Willows e poi dei First Crow On The Moon, gruppo-spalla dei Velvet Underground durante un’esibizione a New York), lavorò prima come commessa e poi come manicure, prima che la rivista Playoboy mettesse gli occhi (e gli obiettivi) sul suo conturbante fisico. Anche da coniglietta, tuttavia, la platinata Debbie non era riuscita ad andare oltre un lavoretto da cameriera al Max's. Eppure, fu proprio passando tra i tavoli del locale che riuscì ad ottenere le conoscenze giuste per realizzare il suo sogno di sempre: sfondare nel mondo del rock.
Nel 1973, Debbie Harry debutta in un gruppo guidato da Fred Smith e Chris Stein. Quest'ultimo, suo compagno anche nella vita, nel 1975 mette su una band specificamente per lei, i Blondie, nei quali entreranno in seguito anche il batterista Clement Burke, il bassista Gary Valentine e il fondamentale tastierista James Destri. Sebbene sia proprio la bionda vocalist ad incarnare il gruppo, il nome Blondie ha un’altra origine: deriva infatti dalla striscia di fumetti, “Blondie e Dagoberto”. Grazie alla sensualità di questa "Marilyn Monroe del punk" e all’immediatezza del loro sound, i Blondie si fanno largo nella scena underground newyorkese. Ma a lasciare il segno comincia ad essere anche la loro musica. I primi singoli (“X Offender” e il lento “In The Flesh”) danno una prima idea di quella che sarà la ricetta di Blondie, l’album d’esordio, all’insegna di un originale punk-pop, che riusciva a combinare la disco-music alla Moroder con la ruvidezza punk dei Ramones, le atmosfere da musical di Broadway e le asperità del garage-rock. Tra i brani, oltre ai due singoli citati, svetta anche “Rip Her To Shreds”, quasi un manifesto di questo nuovo stile.
Dopo il mediocre Plastic Letters (1977), con il singolo “Denis” (che raggiunge il numero 2 delle classifiche inglesi), “Kidnapper” e “Presence Dear”, i Blondie tornano al successo l’anno successivo grazie a Parallel Lines, prodotto da Mike Chapman e forte di un singolo da knock-out immediato come “Heart Of Glass” (disco-music d’alta classe unita ai vocalizzi sensuali della Harry e a esuberanti tastiere proto-synth-pop). Ma anche canzoni trascinanti come “Hanging On The Telephone” e “Sunday Girl” tengono alta l’immagine da vamp della vocalist di Miami. Lo stesso anno viene aggiunto in formazione il bassista Nigel Harrison, e Frank Infante diventa il secondo chitarrista.
Sono gli anni del Cbgb, e leggenda vuole che Patti Smith fosse gelosissima di Debbie Harry, capace di rubarle la scena con i suoi look ad effetto e le sue moine sensuali. Cantando con un costume strappato e tacchi alti, l’ex coniglietta riesce a creare un personaggio “vamp” con la giusta dose di autoironia. I Blondie, inoltre, appaiono nel filmato-documentario “Blank Generation”, eseguendo “He Left Me”, suonano in Europa insieme ai Television e girano l’America facendo da spalla a Iggy Pop. La loro carriera è ormai tutta in discesa e i due hit del 1979, “Dreaming” e “Atomic” – esempi scintillanti di “taglia e cuci” in studio, conditi di echi psichedelici, vocalizzi fatati e arrangiamenti beffardamente retrò - sbancano le classifiche. I due brani trascinano al successo anche l’album Eat To The Beat (1979), in cui tuttavia la ricetta della band comincia a mostrare la corda, come conferma anche il successivo Autoamerican, dove svetta, però, la conturbante disco-music dal finale rappato di “Rapture”.
Collezionati due dischi di platino, prima dell’inevitabile tramonto, i Blondie riescono ancora a cesellare un gioiello di disco-punk come “Call Me”, all’insegna di una trascinante dance atmosferica. Il brano, composto insieme al padre della disco-music, Giorgio Moroder, farà la fortuna del film “American Gigolò” (con Richard Gere). Poi, sarà solo declino. Debbie Harry incide l’insignificante album solista Koo Koo, mentre Hunter (1982) pone fine mestamente all’epopea Blondie.
Dopo l'infarto del marito Chris Stein, Debbie Harry si ritira per un po’ dalle scene per intraprendere un’improbabile carriera di attricetta per film di serie B, eccezion fatta per la prestigiosa presenza in "Videodrome" di David Cronenberg. Il suo ritorno, tristemente appesantito dalla vecchiaia, con album mediocri come Rockbird del 1986 (forte però della languida “Free To Fall”), Def Dumb & Blonde (1989), con il singolo “I Want That Man”, e Debravation (1993), non fanno che accrescere il rimpianto per la freschezza dei Blondie che furono.
Purtroppo, però, la sindrome da “reunion” colpisce anche loro, e nel ’98, così, ritroviamo i Blondie in tour, per celebrare il loro ritorno sulle scene, seguito da un album, No Exit, pubblicato nel 1999 e rapidamente dimenticato da tutti, se si eccettua l’exploit del singolo “Maria”.
I Blondie hanno il merito di aver gettato un ponte tra l’esuberanza della black music e l’irruenza punk, la sensualità del funk e l’umore fatale e distaccato di certa new wave. Dopo di loro, la musica da discoteca non sarà più la stessa; ma anche in ambito rock è facile rintracciare loro emuli più o meno confessi, dai Garbage di Shirley Manson ai newyorkesi Strokes. Dal 1976 hanno venduto 40 milioni di album.
Da segnalare, poi, che la Chrysalis ha ristampato la prima mezza dozzina di dischi del gruppo, arricchiti da una manciata di inediti (fra cui spicca una cover dal vivo della bowiana “Heroes”) e che presto la vita di Debbie Harry finirà sul grande schermo: in pole position per interpretarla, l’ex “ragazzina dannata” di Hollywood, Drew Barrymore.
The Curse Of Blondie (2003) rimette le lancette dell'orologio artistico della band una quindicina di anni indietro, periodo sfolgorante del terzo Parallel Lines. Torna alla corte della Harry lo storico tastierista/autore James Destri, presente sin dagli albori (1976) nella storia dei Blondie che furono. Non c'è Robert Fripp a collaborare come accadeva in quell'apice caratterizzato da irresistibili linee parallele, ma queste 14 tracce risplendono di luce propria, mai banali, mai dannatamente retrò, ammantate da un tocco di modernità che non ci saremmo certo aspettati. Ecco allora irrompere il funky-rap di "Shakedown", apripista per il singolo "Good Boys" techno-dance rock all'ennesima potenza, a testimonianza di come l'universo Blondie sia da sempre contraddistinto dalle più disparate influenze. Ottimo davvero poi il tiro di "Golden Rod", ben bilanciato dalla dolcezza di una Deborah Harry che sa ancora adulare come in "Rules For Living". Riaffiorano prepotenti allora flashback di un periodo irripetibile, le sottili cravatte di pelle, le pose irriverenti ed equivoche, la plastica come vessillo.
Il resto dell'album si mantiene su ottimi livelli, un classico lavoro à-la Blondie che farà ricordare certamente ai più giovani avventori musicali, dove si sono nutrite le vamp girl degli ultimi anni come Shirley Manson, Gwen Stefani e sorridente compagnia.
C'era una volta una band che aveva scalato il mondo...
Contributi di Emanuele Tamagnini ("Musicboom")

