Gli U2 sono una delle pochissime band attive a partire dagli anni 80 capaci di assurgere allo status di "mito" del rock al pari delle formazioni "classiche", nate e cresciute nei decenni precedenti.
Il segreto del loro successo è un mix perfetto di furore ed epicità, di ansia e spiritualità, concentrate in un formato canzone sì tradizionale, eppure capace di rinnovare il vecchio rock and roll con le suggestioni e le fascinazioni tipiche del post-punk e della new wave.
La loro storia ha un inizio semplice, comune a svariate rock-band d'ogni tempo. È il 1976 l'anno in cui il futuro batterista Larry Mullen jr. mette un avviso nella bacheca della Mount Temple School di Dublino, la prima scuola non confessionale d'Irlanda: "Cercasi musicisti per fondare band". Rispondono Dave Evans, chitarrista, detto "The Edge", Adam Clayton, bassista, e Paul Hewson, cantante, ribattezzato Bono Vox dal nome di un negozio di apparecchi acustici di una via del centro di Dublino. Cominciano a suonare come Feedback, poi diventano Hype, infine, su suggerimento di Steve Averill dei Radiators, scelgono U2, dal nome di un tipo di aerei spia americani della seconda guerra mondiale.
I quattro sono giovanissimi: Mullen ha 14 anni, The Edge 15, Clayton e Bono 16. "Ero un buono a nulla - racconta quest'ultimo - L'unico lavoro che riuscivo a fare era il benzinaio. Ma la musica per me era la cosa più facile del mondo, mi aiutava a uscire dalla banalità di una vita da ragazzo di periferia". La morte della madre, cui dedicherà "I Will Follow", segna per Bono un punto di svolta: la band è la sua nuova famiglia. E nel 1978 gli U2 sono già così affiatati da vincere un concorso rock a Limerick, Irlanda. "Eravamo invincibili perché uniti. Eravamo degli idealisti arrabbiati con la voglia di venire alle mani con tutto il mondo", racconta Bono. Poco dopo, l'incontro cruciale con il manager Paul Mc Guinness segna l'inizio ufficiale di una carriera da sogno. Gli U2 - con oltre 70 milioni di dischi venduti in vent'anni - segnano un caso, piuttosto raro nel rock, di fusione tra impegno politico e risultati commerciali. "Non siamo mai voluti diventare un oggetto di culto - precisa The Edge -. La vera sfida era toccare milioni di persone senza accettare compromessi, e non rimanere integri vendendo solo qualche migliaio di dischi".
Boy e October, i primi due album, sono un cocktail di freschezza, ingenuità ed energia rock. I suggestivi colpi di chitarra di The Edge e la voce intensa e graffiante di Bono sono già il marchio della fabbrica U2. E le prime composizioni sono intrise di spiritualità: Bono, The Edge e Mullen, che frequentano per un certo periodo il gruppo cristiano Shalom, ne sono gli artefici. Solo Clayton ne rimane distante. Mentre le altre band si cibano di sesso, droga e rock'n'roll, gli U2 leggono i salmi. "Ci sono poche cose, credo, che possono rivaleggiare con l'eroina per chi cerca una via d'uscita da una vita mediocre - sostiene Bono -. Nel mio caso è stata la fede a condurmi in alto. È piu' una questione di spiritualità che di religione. I nostri occhi sono aperti a un altro mondo, che esiste oltre i limiti monocromi e unidimensionali di quello che ci circonda". È un Cristianesimo radicale, rivoluzionario. "Più del punk, un movimento della classe media che ha poi costretto la classe operaia a dargli la credibilità".
Il trascinante singolo "I Will Follow", propulso dall'incendiario riff di chitarra di The Edge, è il capolavoro del disco d'esordio, Boy (1980), e il primo brano a lanciare in orbita la band irlandese. Si alternano inni epici come "The Electric Co.", saggio della maestria di The Edge nel costruire serrati tappeti ritmici, carichi di effettistica, e riflessioni più meste e accorate: "A Day Without Me", ad esempio, è un omaggio commosso a Ian Curtis dei Joy Division. Nel complesso, un esordio forse ancora grezzo, ma di dirompente vitalità.
October (1981) approfondisce in modo più consapevole il tema dell'adolescenza già affrontato nel debutto. È proprio con questo album che Bono e soci dichiarano apertamente la loro religiosità. Il disco si apre con il grido di Bono che intona "Gloria", che può essere visto come una preghiera, un vero inno a Dio, ma anche come la testimonianza della perplessità per il crescente successo che gli U2 stanno vivendo e del difficile modo di conciliarlo nell'ambito di una concezione cristiana della vita. "Gloria" è uno stupefacente condensato di energia e melodia rock: la strofa trascinante e sorretta dal riff di The Edge ci conduce all'epico ritornello dove Bono ha libertà di spaziare con la propria voce sui ricami effettistici della chitarra e dove l'ispirato basso di Clayton svisa sulla cassa in quattro di Mullen. Il tema portante della religiosità si può incontrare anche in pezzi come "Rejoice", "With A Shout" e "Scarlet" (titolo attribuito in un primo tempo all'album), dove Bono ribadisce il concetto che la sua fede non è uno stereotipo ma un sentimento, radicato nella sua cultura e nella sua educazione irlandese.
Oltre alla fede, October mette in evidenza il clima di tensione che si viveva in quegli anni di scontri in Irlanda del Nord. In particolare, con "Tomorrow" gli U2 affrontano il tema della lotta politica e religiosa che infiamma il loro paese e del sangue versato per le strade di Belfast. "Tomorrow" è la canzone più "Irish" degli U2: la presenza nell'accompagnamento delle tradizionali uilleann pipes, le cornamuse irlandesi, rivela il legame dei quattro dublinesi con la tradizione folk del loro paese. Le cornamuse, affiancate alla voce carica di emozione di Bono, danno a questa canzone un'intensità particolare, accentuata ancora di più nel finale dal falsetto disperato di Bono. Ma la canzone che forse dà quel tocco magico all'album è proprio la title track, "October", pezzo lento e caratterizzato dal suono del pianoforte, che esprime la malinconia tipica dell'autunno. Il disco si chiude con una canzone che è anche una domanda "Is that all?", ovvero è tutto qui quello che abbiamo da dire con la nostra musica? Gli U2 si domandano se la musica sia in grado di migliorare il mondo.
I temi sociali e politici aumentano nel terzo album, War (1983). In copertina, il viso sconvolto e inquietante di Peter Rowen, il bambino di "Boy". Ma ora lo sguardo è severo e le labbra sanguinano: è l'atto d'accusa dell'infanzia contro la guerra. L'hit è la marziale "Sunday Bloody Sunday", che ricorda uno dei drammi dell'Ulster: l'uccisione a Derry, nel 1972, di tredici civili da parte dei paracadutisti britannici. Introdotta dal pattern rullato di batteria su cui si inseriscono l'immortale riff di The Edge e il vocalizzo di Bono, è un inno di pace, ma sarà scambiato per propaganda nazionalista.
Il disco sfoggia altri gioielli, come la disperata "Like A Song" o l'intensa "Two Heart Beat As One". Ma forse il vero capolavoro è lo struggente inno di "New Year's Day": costruito intorno al sognante giro di piano suonato da The Edge, offre un altro saggio della forza vocale di Bono e della qualità compositiva della band, che riesce a equilibrare energia e leggibilità, forza e melodia, in un tutt'uno dall'impatto esplosivo.
Il commiato di "40" è struggente galoppata verso l'infinito, con il bel riff ipnotico e suadente di basso si muove sinuoso sulla batteria sincopata.
Una bandiera bianca, issata da Bono sul palco nel suggestivo scenario rosso-arancio di Red Rocks (Usa) durante il concerto immortalato in Under A Blood Red Sky, chiarirà tutto: "Ho paura quando vedo le persone pronte a uccidere per stabilire un confine - racconta il leader degli U2 - Mi piacerebbe vedere un'Irlanda unita, ma non credo che si possa puntare una pistola alla testa di qualcuno per fargli assumere il tuo punto di vista. L'Ira ha sempre avuto idee sincere, ma sbagliate. Ora, dopo il Good Friday Agreement, il mio Paese è tornato a sperare".
Registrato dal vivo e uscito sotto forma di mini-Lp, Under A Blood Red Sky raccoglie le migliori canzoni tratte dai primi tre album e dai primi 45 giri, dalle quali emerge chiara la matrice post-punk della band: canzoni dirette e senza fronzoli, riff taglienti, una ritmica incisiva e vibrante e, su tutto, l'interpretazione calda ed evocativa di Bono. Con otto tracce per un totale complessivo di 35 minuti di musica, gli U2 dimostrano qui di possedere quell'energia misteriosa e rara capace di trasformare un concerto rock in un evento unico e memorabile. In una tracklist di hit consolidati, da segnalare la chicca "Party Girl", una delle prime b-side memorabili della band dublinese.
Il rifiuto della guerra torna in The Unforgettable Fire: il fuoco indimenticabile è quello della bomba atomica di Hiroshima. È il primo album del sodalizio con Brian Eno, maestro dell'ambient music, e con Daniel Lanois, tecnico canadese del suono. Il rock forte e intenso dell'esordio acquista una patina magica. Le canzoni narrano di un'America in crisi, delusa dalla mancata realizzazione dei suoi ideali. Uno dei brani, "MLK", è un omaggio al profeta nero della pace Martin Luther King.
Il singolo "Pride (In The Name Of Love"), cantato da Bono in un registro epico e disperato, e sorretto da un altro memorabile riff di The Edge, diventa uno dei grandi inni del decennio. La commovente title track, maestosa e sinfonica, è un altro capolavoro del gruppo.
Ma il disco vive anche di episodi meno noti, eppure altrettanto vibranti, come l'amara riflessione sui demoni della droga di "Bad" e l'elegia malinconica del ritorno a casa di "A Sort Of Homecoming".
The Unforgettable Fire è il primo album degli U2 a entrare nei Top 10 di "Billboard" ed è la svolta dell'intera carriera della band, che accentua il suo impegno sociale. All'esibizione sul palco di Live Aid a Wembley, in cui Bono salta dal palco in mezzo al pubblico, seguono il tour "Conspiracy Of Hope" per Amnesty International, il contributo a "Sun City" contro l'apartheid, le incursioni con Greenpeace per il caso-Sellafield, e il "Self Aid" a favore dei giovani disoccupati irlandesi. La rivista musicale Rolling Stone proclama gli U2 "il gruppo degli anni Ottanta".
Ma alla vetta delle classifiche di Stati Uniti e Gran Bretagna (e non solo), Bono e compagni arrivano nel 1987, con The Joshua Tree. Il titolo fa riferimento a un cactus gigante che cresce nella Death Valley, ribattezzato Joshua dai primi mormoni giunti in America, come a paragonare quel luogo alla Terra promessa di Giosuè. È il disco della maturità, sapiente sintesi tra la tecnologia di Eno, l'irruenza selvaggia del trio batteria-basso-chitarra e l'estensione vocale di Bono, con qualche incursione nel blues e nel country. Il disco frutta autentici hit mondiali, da "Where The Streets Have No Name" a "I'm Still Haven't Found What I'm Looking For". Ma non mancano piccole gemme nascoste, come la commovente "Red Hill Mining Town" o la sommessa denuncia sulla tragedia dei desaparecidos di "Mothers Of The Disappeared". Altre volte, invece, la band sembra annaspare in un Adult Oriented Rock un po' stantio e retrivo ("With Or Without You", "Bullet The Blue Sky").
In generale, gli U2 si "americanizzano", nei suoni e nel look. E negli Stati Uniti riescono a collaborare con "mostri sacri" del calibro di Bob Dylan, Robbie Robertson, Roy Orbison e B.B. King (con cui si esibiscono nel tour "Rattle & Hum").
Ma in patria gli atteggiamenti "messianici" dei quattro sacerdoti del rock suscitano l'ilarità di gruppi come The Joshua Trio e Sultans of Ping. Questi ultimi dedicano loro l'irriverente "U Talk 2 Much" ("gli U2 parlano troppo"). Contro la band dublinese si levano anche gli strali della cantante Sinead O'Connor, che li accusa di gestire in modo mafioso la scena rock irlandese tramite l'etichetta "Mother Records".
Nel 1991, con Achtung Baby, gli U2 inaugurano la svolta tecnologica degli anni Novanta. La confusione ultrasonica si erge al posto del muro che è crollato due anni prima. Berlino è il centro del mondo. Dunque, Berlino è lo stimolo che attende di essere vissuto, per ogni forma d'espressione che abbia intenzione di modernizzarsi. La produzione è affidata a due già testati guru: Daniel Lanois, già fidato collaboratore della band, spalleggiato dal genio incontrastato delle produzioni Brian Eno, il "quinto U2". La location sono gli Hansa Studius, i celebri nel quale David Bowie registrò, sempre con Eno, la sua "trilogia berlinese". Il "sesto U2", il fotografo Anton Corbijn, firma la copertina-collage, costruita sulle immagini di un viaggio a Santa Cruz e in Marocco.
Gli U2, da qui in poi, non sono più semplici "musicisti", sono uno spettacolo a 360°, che comprende ritmo, armonia, immagine, fotografia, grafica, movimento, teatralità, poesia. Ed è da tutti questi elementi che scaturisce Achtung Baby. Il graffiante suono di The Edge è il nettare dell'intro rumorosa di "Zoo Station"; la ritmica industriale di Larry Mullen e del basso rugginoso di Adam Clayton crescono freneticamente; la voce filtrata di Bono è ora diventata luciferina e il frontman canta, in un testo vagamente dadaista, ispirato dallo zoo di Berlino, che ora si sente pronto. "Sono pronto. Pronto a dire di essere felice di essere vivo. Sono pronto, pronto per la spinta". E questo è il biglietto da visita dei nuovi U2.
La seconda traccia, "Even Better Than The Real Thing" è costruita su una struttura rock classica e ci rivela un Edge a suo agio alla slide guitar. Ma è alla terza traccia che gli U2 si confermano maestri nel confezionare ballate destinate a lasciare un segno nel tempo: "One" diverrà forse il brano più celebre del gruppo. Un brano assieme evocativo e spirituale, che tratta di amore in maniera universale ed è interpretato da Bono con la devozione di una preghiera.
Il secondo capolavoro del disco è quella "Until The End Of The World", voluta da Wim Wenders nella colonna sonora del suo omonimo film. Un saggio di tetro rock, a far da contorno a un ipotetico dialogo tra Gesù e Giuda, calato in un atmosfera diabolica che strizza l'occhio alla blasfemia. Il timbro acuto e metallico di The Edge si fa più aggressivo e culmina in un un assolo tagliente. "Who's Gonna Ride Your Wild Horses" è un'altra ballad romantica, animata da una delle ritmiche più convolgenti del gruppo, battuta dalla nobile mano di Mullen. Il brano che segue è l'unico vero respiro fino a questo punto, "So Cruel", episodio meno incisivo, ma non privo di spunti (su tutti la ritmica secca e precisa).
Ad aprire la seconda metà dell'album è il suo manifesto, "The Fly": il riff ingombrante di The Edge suona come un ronzio minaccioso e inesorabile, la voce nuovamente filtrata di Bono lo fa entrare nel primo di una serie di alter ego che metterà in scena sul palco per vari anni a venire; il ritornello mostra un geniale gioco di controcanti in pulito falsetto del chitarrista contrapposti alla demoniaca voce di Bono. "Mysterious Ways" regala consistenti echi funky e si rivela uno dei brani più giocosamente selvaggi di tutto il disco. The Edge suona un wah riconoscibilissimo e insostituibile, Adam Clayton traccia una delle sue linee migliori del disco e Larry Mullen definisce il tutto con un drumming potente, inclusi bonghi dal vago sapore africano. "Tryin' To Throw Your Arms Around The World" è il momento più gioioso del disco, con la sua andatura da scanzonata. A seguire, però, arriva l'amara dolcezza di "Ultra Violet (Light My Way)", che costruisce la sua emotività su una calda sensazione di lontana speranza. "Acrobat" è un pezzo tirato e teso, reso tagliente da un The Edge frenetico e nervoso, che conferisce ulteriore enfasi all'emozionato cantato di Bono. Il finale è apparentemente tranquillo, ma carico di paura e cupezza: "Love Is Blindness". La struggente consapevolezza cui giunge Bono è che l'amore è cieco, da qui il parallelismo tra l'amore e un incombente senso di morte. The Edge si concentra su organo e tastiere, appoggiandosi sulle note flebili di Clayton e sui battiti sottili di Mullen. L'ironia e il frastuono della modernità si ritirano per fare spazio a un'amara riflessione sul disincanto.
Il successivo "Zoo Tv" è uno show abnorme, ispirato dall'universo cibernetico dello scrittore William Gibson e dal famigerato "villaggio globale" di McLuhan. Un inferno di suoni e di informazioni, che bombardano il pubblico da decine di teleschermi collegati a due satelliti. In questo contesto e durante il tour colossale nasce un album che sembra più una raccolta di b-side di Achtung Baby.
Co-prodotto da the Edge, Brian Eno e Flood, Zooropa non è l'album più innovativo, ma di certo più sorprendente, sperimentale e azzardato che la premiata ditta U2-Eno-Flood abbiano mai realizzato (senza Lanois che nel frattempo stava promuovendo il suo nuovo album solista). Lo stesso Bono Vox definirà l'esperimento "un album pop surreale". E nessuna definizione sembra essere più indovinata.
Il vocalist riprende in mano il telecomando multimediale sulla sua TV planetaria, comincia a cambiare canale ed ecco la title track: il wah-wah cibernetico di Edge fa da contrappunto alla voce di Bono, che ormai sembra essere l'unico elemento umano tra il basso di Clayton e la batteria di Mullen, caricate elettronicamente da Eno. C'è un nuovo cambio di canale e "Babyface" è la risposta di Bono, Edge e co. alla splendida "Satellite Of Love" della "musa" Lou Reed.
Si cambia ancora con "Numb": con una base industrial e un rap "mutante", sembra quasi essere un grido di allarme dell'artista che dai tempi dei Kraftwerk è ormai "vittima" della tecnologia (o solo di sé stesso?). I synth di Eno si intersecano con una ritmica elettronica costante, mentre con "Lemon" si passa a un pop elettro-funk più vicino a certe sonorità dei Talking Heads di Byrne: è senz'altro la track più immediata di tutto l'album tra strumenti tradizionali in chiave funk-rock e i synth di Eno.
La quinta traccia, "Stay" (dalla colonna sonora di "Faraway, So Close" di Wim Wenders) entra subito a far parte del repertorio classico della band: un'armonia semplice basso-chitarra-batteria viene costruita su una solida base synth che sembra riempire tutti gli spazi. La struggente interpretazione di Bono Vox merita davvero un plauso per un testo intimista, quasi una confessione ("a vampire or a victim"?).
Una fanfara staliniana tratta dalle "canzoni preferite di Lenin", fa da intro a quella che Bono definisce un "blues industriale". In "Daddy's Gonna Pay For Your Crashed Car" è Clayton a farla da padrone, con un potente basso marziale e anche "Some Days Are Better Than Others" è introdotta dal basso, stavolta molto liquido, di Clayton. Un altro loop prende vita e risalta tra le spire della chitarra di Edge e l'intrattenimento "rumoristico" ambient di Eno. Il "quinto U2" poi si siede al pianoforte-harmonium e decide di intonare un pezzo, "The First Time", il cui pallore ricorda molto proprio Lou Reed e i Velvet Underground di "Heroin" con un riferimento alla parabola del figliol prodigo, così come anche "Dirty Day" sembra omaggiare Lou Reed oltre che Charles Bukowski al quale è dedicata.
Infine l'ultimo zapping: con "The Wanderer" i Kraftwerk incontrano Ennio Morricone, mentre il "vagabondo" tra i fuochi d'Irlanda, le lande desolate americane di Wenders e Leone, e il cuore dell'Europa, ancora vaga alla ricerca della verità. O di sé stesso. Johnny Cash è l'ospite d'onore di questo strano mondo chiamato Zooropa.
Intanto, l'impegno politico del gruppo si trasferisce nello scenario dei Balcani in fiamme. La Jugoslavia dilaniata dagli odi etnici appare agli U2 una metafora del conflitto irlandese tra cattolici e protestanti. Parte, insieme a Brian Eno, il progetto-Passengers: "Miss Sarajevo", cantata con Luciano Pavarotti, è una commovente preghiera di pace in cui l'elezione di una reginetta di bellezza diventa il simbolo della normalità perduta nella guerra. "Questa notte dobbiamo vergognarci di essere europei", grida Bono durante un concerto.
Poi, sempre sul terreno politico, arriveranno gli incontri con Salman Rushdie e il concerto con i premi Nobel per la pace nordirlandesi John Hume e David Trimble.
I sacerdoti del rock cambiano pelle. Lustrini e occhiali da sole a goccia al posto dei giubbotti da liceali; capelli rasati al posto di quella zazzera post-punk che - come dice Bono - "ha contagiato intere schiere di calciatori di serie B". L'intimismo degli esordi ha lasciato spazio all'ironia. Il bersaglio è il "mercato globale", che fagocita tutto e tutti. Anche le rockstar. Addio salmi. Benvenuti al supermarket rock del Duemila.
Il rock è invecchiato", dichiara Bono dopo l'uscita di Pop (1997). "Cambiare è il solo modo per sopravvivere", precisa il chitarrista The Edge. Così i quattro apostoli del "fuoco sacro" d'Irlanda approdano addirittura in una discoteca post-moderna che centrifugava suoni, rumori e immagini. Motivi pop, piu' facili ed effimeri, testi meno impegnati e ritmi martellanti stile techno, vogliono rappresentare, nelle intenzioni di Bono e soci, "l'industria della musica". Ma gli U2 sanno benissimo di essere ingranaggi di quel sistema, con i loro capricci da rockstar e i loro show faraonici. Così, ormai, preferiscono affidarsi all'ironia, nelle canzoni e nelle scenografie dei concerti. La parabola dell'apocalisse consumistica di fine secolo, iniziata con lo show di "Zoo Tv", raggiunge l'apice sul palco del "Pop Mart tour", un supermercato ambulante del rock decollato da Las Vegas e approdato anche in Italia per due date, a Roma e Reggio Emilia. Tutto diventa eccessivo, dall'immenso arco giallo che sovrasta il palco a un limone di nove metri, da un'oliva infilzata su uno stuzzicadenti di 35 metri a un megaschermo da 700 metri quadrati traboccante frammenti psichedelici e pop-art. Il suono puro degli U2 si trasforma in una miscela impazzita di atmosfere ipnotiche dance e di ritmi accelerati techno e jungle, di sprazzi pop "easy" stile Oasis e di elettronica contaminata alla Depeche Mode e Chemical Brothers. Una incursione nel mondo luccicante ed effimero delle discoteche, in cui c'è spazio per la dance volutamente triviale di "Discotheque", ma anche per gli assoli di chitarra di "Staring at the sun", unica consolazione dei nostalgici. Ma si può parlare davvero di una svolta commerciale per i quattro ex-integralisti del rock'n'roll? "Non vogliamo restare schiacciati da queste influenze, ma documentarle - si difende Bono -. È un po' come facevano i Beatles. Gli U2 non saranno mai un gruppo dance. Se la gente ballerà con i nostri pezzi, lo farà a casa, non sulla pista". Ma per i nostalgici dei primi U2 non c'è piu' spazio: "Il rock - si giustifica Bono - rischiava di mummificarsi come la musica folk. Dovevamo venir fuori dal rigore anni Settanta e imparare a prenderci in giro. È quello che stiamo facendo con i nostri ultimi show".
Soltanto nel 1988, cantavano in "God Part II" (da Rattle & Hum): "Non credo negli anni 60, nell'eta dell'oro del pop/ Si glorifica il passato, mentre il futuro è sempre piu' sterile". Oggi, gli U2 scoprono il pop e guardano al futuro. Per loro, come per altre rockstar (David Bowie, Bruce Springsteen, Sting, il rock è diventato un vestito troppo stretto, e il trasformismo quasi una necessità. "Le nostre canzoni piu' interessanti sono nate dalla sperimentazione - spiega il chitarrista The Edge - Tentiamo cose inedite, perché è il solo mezzo per mantenerci in vita. All'improvviso la formula basso-chitarra-batteria è diventata logora. Invecchiando, il rock si è appesantito. Ora stiamo lavorando su nuovi ritmi, ma non possiamo fare i cambiamenti rapidi di Bowie; dobbiamo sempre tenere conto di quattro opinioni diverse".
Così, dopo aver raccolto il meglio dei primi dieci anni d'attività in The Best Of 1980-1990 & The B-Sides e per venire incontro all'anima più "tradizionalista" della band, nel 2000 gli U2 tentano un (parziale) ritorno al passato con All That You Can't Leave Behind, ovvero "tutto quello che non puoi lasciare indietro". Nelle undici tracce, la band irlandese tenta di recuperare la semplicità delle origini, dispersa negli ultimi anni tra show futuristi e incursioni in discoteca. Ma in realtà il furore degli esordi è un lontano ricordo, e si ha l'impressione che la deriva pop di Bono e compagni sia ormai irreversibile. L'album, infatti, lascia nel complesso indifferenti, salvo qualche eccezione, come il singolo "Beautiful Day", che racconta della banalità di come un uomo possa perdere tutto, ma essere ugualmente felice. Un pezzo che regala qualche momento d'emozione, anche se, musicalmente, ruba la melodia a "The Sun Always Shines On Tv", un vecchio successo degli a-ha. Eppure proprio Bono, reduce dalla fresca esperienza di attore e musicista nel film di Wim Wenders "The Million Dollar Hotel", aveva parlato chiaro alla vigilia dell'uscita dell'album. "È un ritorno alle nostre ballate vecchio stampo - aveva annunciato -. Il pop dice alla gente che tutto va bene, mentre la nostra musica dice il contrario". Concetti simili a quelli già espressi molte altre volte dal leader degli U2, che però ultimamente sembra aver smarrito il senso della coerenza.
Dopo All That You Can't Leave Behind, l'impressione che gli U2 si siano trasformati in un gruppo di musica pop senza pretese non si è attenuata, ma semmai rafforzata.
Il lavoro del gruppo di Dublino nell'ultimo decennio è stato raccolto in The Best Of 1990-2000, album che, in versione limitata, contiene un secondo cd dal titolo The Best Of B-Sides, un bonus Dvd con un esclusivo "History Mix" che copre la carriera degli U2 negli anni '90, un trailer del Dvd antologico "The Best Of 1990-2002", una versione inedita live di "Please" e il "backstage" del video del nuovo singolo "Electrical Storm". La versione standard, comprendente un solo cd, raccoglie invece solo i classici (per lo piu' singoli) del decennio 90, oltre ai due brani inediti: il suddetto "Electrical Storm" e "The Hands That Built America", realizzato per la colonna sonora del film di Martin Scorsese "The Gangs of New York".
Nel 2004 gli U2 recuperano il vecchio produttore Steve Lillywhite per registrare How To Dismantle An Atomic Bomb. Il trascurabile ed energico singolo "Vertigo" non farebbe presagire niente di che, un power-pop che potrebbe appartenere a una delle tante band giovani che spuntano a ogni stagione come funghi. Però è la seconda traccia, "Miracle Drug", che farà fare un salto sulla sedia a qualche vecchio fan, sin dal primo tintinnio della chitarra di The Edge, fino all'esplosione della sezione ritmica nell'epico ritornello, dove la voce di Bono recupera il timbro passionale che lo rese, giustamente, uno dei più amati frontman di sempre, e il basso di Clayton disegna le sue linee elementari ma così efficaci. La voce di Bono tradisce lo sforzo nel cercare di ripetere le prestazioni di un tempo, ed è esemplificativa dell'approccio degli U2 tutti, dalla sezione ritmica, alla chitarra di The Edge, teso a recuperare il pathos dell'inizio carriera; un effetto nostalgia che traspare anche dall'atmosfera, spesso malinconica e riflessiva, delle musiche e dei testi.
L'operazione riesce però solo in parte. Sono inspiegabili, infatti, delle scelte fatte proprio in fase di produzione, che rovinano molti brani. Tastiere, pianoforti e chitarre acustiche utilizzate quasi sempre in maniera insignificante, annacquano brani già di per sé non originalissimi come "Sometimes You Can Make It On Your Own Quick", "One Step Closer" e "Original Of The Species". Per fortuna, c'è la chitarra di The Edge, ricca di spunti e inconfondibile, con il suo eco che somiglia proprio all'immagine sfumata dei ricordi che riesuma, e ci sono alcuni pezzi belli, come "City Of Blinding Lights", dove si fa impetuoso come ai vecchi tempi l'incedere del basso di Clayton, la classica ballata "A Man And A Woman", la conclusiva "Yahweh" che sembra uscita da The Joshua Tree.
Un altro falso movimento, insomma, questo degli U2. Eppure, quella ritmica semplice ed epica, quella chitarra tintinnante, la voce passionale, riescono ancora a far apparire il fantasma di quei ragazzi che suonavano "Gloria" sul molo del porto di Dublino, giovani, entusiasti, con i cuori in fiamme. Ma se è solo un'eco quello che riescono a trasmettere nel 2004 gli U2, allora sarebbe auspicabile che si trattasse di un vero commiato, in fondo sarebbe ben più dignitoso di tanti altri a cui si è assistito nella storia del rock.
Quel che era lecito chiedere a No Line On The Horizon (2009) era quantomeno che si smettesse di tirar fuori il paravento di un - impossibile - ritorno agli antichi fasti, si prendesse coscienza dei propri mezzi attuali e si iniettasse una gran dose di lavoro. Fortunatamente, la coppia Eno/Lanois porta un suono sì lambiccato ma capace di colorire i brani. Quello che viene fuori è un disco di mezzi toni, di sfumature, di ampio respiro e grigio come la sua copertina.
Le tastiere liquide che aprono "Magnificent" fanno da anteprima a un bel tuffo nel passato, frutto della chitarra di The Edge che ritrova epiche ormai antiche su cui Bono si fa raffinato interprete. Altrove il trait d'union col passato si fa più labile: come in "Moment Of Surrender", un lungo gospel ricco di pathos, o come l'evocativa distesa "Fez-Being Born", in cui la melodia prende la linea del racconto per immagini.
Il brano meglio rappresentativo del nuovo corso, si chiama "Unknown Caller", splendido momento corale, in cui chitarra e sezione ritmica si limitano a incorniciare il lavoro di voci fino a quando viene lasciato spazio a un intensissimo solo di The Edge di rara profondità.
A questo punto sarà evidente che la sfacciataggine del singolo "Get On Your Boots" non è che un aspetto minore. Piazzato a centro album, quest'ammiccante funkettino è, con le compari "I'll Go Crazy..." e "Stand Up Comedy", solo un momento di libertà, di rock'n'roll in senso stretto - non a caso sono gli unici tre pezzi non firmati anche dai produttori - che, per quanto sarà inviso a parecchi fan, spezza senza per questo creare grossi cali di qualità. Perché, alla fin fine, il valore di "No Line On The Horizon" trova la sua conferma proprio nei numeri base, come la solida e potente "Breathe" o come il crescendo della title track. Brani che mantengono la giusta rotta nell'attesa dei momenti più aulici, tra cui non può non citarsi la deliziosa "Cedars Of Lebanon", suadente ballata sottovoce che chiude il disco con il miglior testo del lotto (testi che, ad onor del vero, globalmente non brillano).
No Line On The Horizon segna il ritorno degli U2 alla musica, senza che per questo si debba parlare di grande stile. Lo stile è piuttosto finalmente consapevole, finalmente maturo, finalmente faticato, i pezzi sono scritti e arrangiati con classe e applicazione se non passione, in maniera tale da superare i limiti d'età.
Contributi di Silvia Tabellini ("Boy", "October"), Sigfrido Menghini ("Under A Blood Red Sky"), Edoardo Frasso ("Achtung Baby"), Marco Santoro ("Zooropa"), Paolo Sforza ("How To Dismantle An Atomic Bomb"), Ciro Frattini ("No Line On The Horizon")






