Già consacrati da Rolling Stone "miglior gruppo degli anni Ottanta", gli U2 col vento in poppa del 1987 si trovavano di fronte a un bivio cruciale. Un contrasto che nasceva dalle visioni contrapposte delle due anime della band: Bono Vox e The Edge. Il leader-frontman, reduce da un emozionante incontro con Bob Dylan, era ansioso di esplorare le radici del rock americano, il suo contraltare chitarristico, invece, avrebbe preferito consolidare l'espressionismo wave del precedente "The Unforgettable Fire", che li aveva proiettati per la prima volta nei Top 10 di Billboard. Alla fine, in qualche modo, la spunterà il primo. Ma non del tutto. Il nuovo disco della band irlandese, infatti, conserverà tratti significativi del loro classico stile, collocandosi in una di quelle magiche terre di mezzo che nella storia del rock hanno spesso rappresentato l'humus dei capolavori.
A contribuire alla forza complessiva del progetto sarà anche il titolo. Ma la scelta non fu immediata. In una fase iniziale circolarono ipotesi come "The Two Americas" o "Desert Songs", poi accantonate. La scelta definitiva maturò nel dicembre del 1986, quando il gruppo irlandese, insieme al fotografo Anton Corbijn, attraversò i deserti californiani per realizzare il booklet. In quel paesaggio spoglio, a colpire gli U2 fu la presenza di alcuni alberi (Yucca brevifolia), tipici dei deserti del sud-ovest degli Stati Uniti, capaci di vivere a lungo in condizioni estreme e riconoscibili per la loro forma scultorea. Il loro nome "The Joshua Tree" rimanda deriva da un’associazione simbolica: alcuni pionieri religiosi vi vedevano un richiamo alle braccia levate in preghiera del Giosuè biblico. La pianta è presente soprattutto nell’area che oggi corrisponde al Joshua Tree National Park, istituito nel 1994 e diventato nel tempo una meta molto frequentata. Il parco comprende parte del deserto del Mojave e si trova non lontano da Indio, sede del Coachella Valley Music and Arts Festival.
Quella presenza isolata colpì profondamente i musicisti, fino a diventare la sintesi visiva e concettuale del disco. Da quel momento, l’immagine dell’albero si saldò indissolubilmente all’album, contribuendo anche alla popolarità turistica dell’area. Anche se l’albero raffigurato in copertina non si trova all’interno del parco omonimo. Sorgeva in una zona più remota della Death Valley, a centinaia di miglia di distanza. Nel 2000 è crollato, ma il sito ha continuato a essere meta di visitatori e appassionati. Nel 2015 un atto vandalico ne ha danneggiato uno dei rami; pochi mesi dopo, un intervento anonimo ha tentato di ripristinarne l’aspetto, restituendo almeno in parte integrità a un simbolo ormai entrato nella storia del rock.
Il resto è storia: lanciato in classifica da un tris di hit come “Where The Streets Have No Name”, “I Still Haven’t Found What I’m Looking For” e “With Or Without You”, "The Joshua Tree" suggellerà trionfalmente il pellegrinaggio degli U2 verso l'eldorado del rock: "Outside it's America", annuncia programmaticamente Bono in "Bullet The Blue Sky". Un viaggio colmo di giovanile stupore. Sotto la guida esperta di due guru degli studios come Brian Eno e il suo pupillo Daniel Lanois, gli U2 non rinnegano i loro umori europei, semmai coronano un percorso coerente che, dall'irruenza post-adolescenziale di "Boy" e "War" e dalla consacrazione live sotto il cielo rosso-sangue del Colorado (l'epocale "Under A Blood Red Sky") e nell'arena londinese di Live Aid (1985), li aveva condotti verso un rock più complesso, che rinunciava parzialmente alla frenesia chitarristica degli esordi, in favore di canzoni più calibrate e sperimentali, con testi sempre più infarciti d'impegno sociale e politico. Imperniate sui fraseggi "ritmici" della chitarra di The Edge, le canzoni brillano per incisività degli arrangiamenti e potenza melodica, guadagnando una carica epica che si mantiene tuttavia a distanza di sicurezza dagli eccessi retorici degli anni a venire. Un compendio di riflessioni, racconti e invettive che orienta il fuoco sacro degli esordi verso un songwriting più articolato, in grado di coniugare l'essenzialità a nervi scoperti del post-punk con le tessiture sonore blues e roots rock, senza rinunciare a una vocazione pop che si traduce in un pugno di ritornelli irresistibili.
Una raccolta di canzoni memorabili incorniciata dal bel booklet in bianco e nero di Anton Corbijn, dove il deserto tra Nevada e California si fa icona definitiva di un album che proietterà gli U2 in testa alle chart del globo, con oltre 20 milioni di copie vendute, fissando uno standard rock del decennio.