26/05/2007

Dirty Three

Teatro Fondamenta Nuove, Venezia


di Alberto Asquini
Dirty Three
Immaginate di trovarvi in una città fatata, al buio, fuori un fresco leggero e brezza a momenti. E sentire qualche ventata sulle spalle semi-coperte, vuoi per quella che dovrebbe essere aria estiva, vuoi perché, in fondo, quello scorrere di particelle invisibili ti fa sentire libero e rinchiuso malinconicamente in te stesso, pare un toccasana difficile da rifiutare. E il muoversi con lentezza fra le rive, al crepuscolo, appare come una delle cose più belle che possano esistere. Qualche gabbiano ondeggia lentamente, il cimitero in lontananza. E poi qualche nuvola che avanza, i gabbiani che si alzano in volo, roteano vorticosamente sopra le tombe, e l'acqua che si increspa, e il vento si rinforza. Il grigio avvolge l'orizzonte, e lampi si stagliano nel cielo. Le scuri delle case sbattono sonoramente contro i muri, capelli al vento e ombrelli pronti al seguito. E poi, dopo qualche leggera goccia, la luce crepuscolare torna a filtrare, i gabbiani si posano dolcemente di nuovo a pelo d'acqua, le scuri si fermano e la luna inizia ad avvolgere una sera che si annuncia tranquilla.

Ecco cosa sono i Dirty Three, un paesaggio in continuo mutamento, continue quieti che si succedono a tempeste accennate. E i vorticosi giri di violino di Warren Ellis paiono arrampicarsi nelle solide strutture di batteria del buon Jim White, architetture che paiono inattaccabili, impossibili da scalare, figuriamoci da distruggere. Al Teatro Fondamenta Nuove, in quel di Venezia, gli sporchi tre hanno regalato al folto pubblico (considerata la capienza), uno spettacolo dai contorni assolutamente funambolici. Veri e propri animali da palco, gli australiani si destreggiano in un live che pare passare velocemente, per un totale di quasi due ore di orgasmi sonori.

Sono le 21.30. E' ora. Ellis, un terzo musicista, un terzo clown, un terzo intrattenitore, rispolvera da quella vecchia custodia un violino che, nella sua umile carriera, pare essere stato violentato come pochi. Arco alla mano, si inizia. E pare di essersi imbarcati in un viaggio epico, proprio come Ulisse ed i suoi marinai al seguito. E loro, i Dirty Three, si muovono fra sofferte litanie, spasmi punk-jazz e venature classiche con incredibile sinuosità. E noi, pubblico, si apprezza.
Gli slanci eroici, le note violente, il tamburellare tribale accolgono un Ellis sciamanico fra le braccia di una Venezia che si lascia incantare. "Authentic Celestial Music", "Sea Above, Sky Below" si sganciano dalla forma-canzone e approdano fino al cuore, e commuovono. Si agitano, irrequieti, grida Ellis, si muove, smanaccia, salta, si gira su se stesso, e gode, pare godere della sua musica in un moto tutt'altro che autoreferenziale, ma realmente eccitato, realmente catturato da tutto quell'ordinato caos. E avanti ancora a colpi di battute con il pubblico, di bacchette che si rompono, di una chitarra, quella di Mick Turner, che disegna cerchi di infinita perfezione.
I Dirty Three sono veri maestri e fanno sognare come pochi.

La città è tranquilla, la serata è tersa. La luna trasuda freschezza e malinconia. Qualche gondola qua e là, non resta che tornarsene a casa, con la consapevolezza di aver assistito al concerto della vita. D'altronde, a Venezia, a un gruppo che ha intitolato un album al mare, non si poteva chiedere altro.
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