02/02/2007

Dropkick Murphys

Event Center, Hohenems (Austria)


di Andrea Gusmeroli
Dropkick Murphys

Dopo neppure un anno di assenza, i Dropkick Murphys tornano a marcare visita nel Vecchio Continente con una manciata di date sparpagliate per lo più in centro Europa, tra cui la tappa di Hohenens, fredda e triste cittadina industriale sul confine tra Austria e Svizzera: la location non è certamente da sogno ma dodici mesi senza vederli dal vivo sono davvero troppi per il sottoscritto.
L’Event Center è sold-out e puoi quasi toccare la trepidazione che si trasforma in adrenalina pura non appena si abbassano le luci e gli amplificatori sparano in aria "The Foggy Dew" cantata dalla magnifica Sinead O’Connor, il prologo a tutti i concerti dei Murphys; poi i sette di Boston irrompono sul palco e comincia il finimondo! Si parte con "Shipping Up To Boston", colonna sonora dell’ultimo film di Martin Scorsese, e sembra quasi di essere sul set nei pressi di Fenway Park a respirare atmosfera Irish; Ken Casey & soci sono in forma strepitosa e non concedono un secondo di tregua ai kid austriaci, rovesciando dal palco quintalate della loro proverbiale miscela di Oi!, kombat-folk e street-punk a base di chitarre spianate, bagpipes, fisarmonica, banjo, drumming selvaggio e attitudine stradaiola, il tutto sintetizzato alla perfezione in "Heroes of Our Past", "The Rocky Road To Dublin" e "Your Spirit’s Alive".

Al Barr è un animale da palcoscenico, tutto cuore e fegato, e la sua voce al vetriolo graffia pezzi storici quali "Barroom Hero", "Boys On The Docks" e "Finnegan’s Wake", rendendoli ancora più adrenalici che sul vinile di "Do Or Die"; puoi percepire una chimica assoluta tra i membri della band, lo capisci da come le linee vocali di Casey nei duetti si avvinghiano a quelle del lead vocalist per poi scivolare via nei cori hooligan-style urlati da tutti i componenti, o dal modo in cui saltano da una parte all’altra senza sosta, quasi tarantolati, tanto da farti venire il dubbio che forse il concerto durerà solo mezz’ora, in fondo i tipi che hai lì davanti hanno superato la trentina da qualche anno...
La scelta della tracklist è quasi perfetta: ampio spazio alle canzoni più datate e fascinose ("10 Years Of Service", "The Legend Of Fin MacCummhail") i cui ritornelli vengono coperti dallo shout-along di tutto il pubblico, senza trascurare materiale preso da "Blackout" e dal meno convincente "The Warrior’s Code" (da brividi l’esecuzione di "Walk Away"). Ma non importa, qualsiasi pezzo annunciato da Casey viene accolto dal delirio degli irriducibili nel moshpit tra crowd-surfing e pugni alzati in perfetto spirito Oi!

E’ una simbiosi che si completa quando Barr, microfono alla mano, si lancia nel pubblico per far cantare a qualche fortunato kid cinque secondi di "This Is Your Life", prima di riprendersi la scena con una manciata di cover di traditional song celtiche, ovviamente distorte e spinte a velocità folli: la danzereccia "Captain Kelly’s Kitchen", la "Auld Triangle" di poguesiana memoria e l’anthem "The Wild Rover", in cui i Murphys dimostrano la loro versatilità strumentistica alternandosi a suonare mandolino, banjo, fisarmonica e bagpipes, mentre un infaticabile Matt Kelly, dietro le pelli, completa la distruzione di ciò che di folk rimaneva nelle versioni originali!

Vorresti solo allontanarti di qualche metro dal pogo, tirare il fiato e scambiare qualche parola con un indigeno nel tuo tedesco trapattoniano, ma appena dai le spalle al palco, Lynch suona l’attacco della blue collar "The Gauntlet", il suo ritornello inneggiante alla working class ti riporta di peso in mezzo all’inferno e non puoi fare a meno di gridare "Stand Up And Fight! And I’ll Stand Up With You" anche se cominci a sentire il sapore del sangue che ti sale in gola.
Finalmente il combo bostoniano si prende cinque minuti di pausa per bersi una pinta di stout nel backstage, ti lascia a fare la conta delle canzoni già suonate e a preoccuparti per quelle a cui inevitabilmente non potrai assistere. Lo show ricomincia da una "Black Velvet Band" che profuma di verde Irlanda per poi buttarsi nella furia hardcore oldschool di "Citizien C.I.A." e nell’ Oi! di "Road Of The Righteous"; con il ritornello della poppy "Sunshine Highway" si torna su territori più melodici tanto cari agli ultimi Dropkick Murphys, mentre il punk anni 70 di "Workers’ Song" chiude la panoramica di tutte le influenze che hanno portato questa fenomenale live-band ai livelli attuali.

I nostri non si dimenticano neppure della loro anima più introspettiva e romantica, e danno vita a versioni semi-acustiche di "Forever" e "Bastards On Parade", con almeno metà dei presenti che si ritrovano per magia con il cuore in mano a cantare le loro paure/speranze per un futuro da passare assieme a qualcuno di speciale… foreveeeeeeeeeeeeeeer! Non hai comunque molto tempo per immalinconirti, visto che il maestoso Spicy McHaggis con la sua cornamusa ha preso possesso del palco per lo showcase conclusivo: come d’abitudine, vengono fatte salire sul palco una decina di riot grrrls locali (peraltro di ottima qualità) per ballare e cantare "The Spicy McHaggis Gig" in mezzo ai Murphys, una scena che si ripete con la bucolica "Kiss Me I’m Shitfaced!" prima del Gran Finale… Casey, Barr e Lynch cedono i microfoni a una trentina di kid indemoniati saliti on stage per urlare al cielo assieme ai propri idoli "Skinhead On The MBTA", il vero manifesto del gruppo.
E quando scendi da quei due metri d’altezza con in mano la tracklist del concerto strappata con i denti dall’amplificatore e con un plettro regalato da Lynch in persona, ti sembra che farti 300 chilometri per vedere un concerto dei Dropkick Murphys sia una delle idee più intelligenti che tu abbia mai avuto.

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