29/07/2008

Leonard Cohen

Cavea dell'Auditorium, Roma


di Claudio Fabretti
Leonard Cohen
La prima reazione, giunti sulle gradinate della Cavea, è di stupore. Ad attendere Leonard Cohen non c’è il solito drappello di inguaribili nostalgici, bensì una folla impaziente che si accalca per raggiungere in tempo il suo posto. E’ stato annunciato che il concerto – incredibile a dirsi - inizierà proprio alle 21 in punto.
E’ un clamoroso sold-out per il settanquattrenne maestro canadese, di ritorno sulle scene live dopo quindici anni. Segno che, per fortuna, la memoria collettiva è meno flebile di quanto si possa immaginare.
Stavolta non c’è nemmeno il solito timore che si ha al cospetto delle vecchie glorie: Cohen non è mai stato uno scalmanato frontman, né tanto meno un “giovanilista”, e non lo vedremo schiamazzare o agitarsi imbolsito sul palco come tanti dinosauri che mostrano impietosamente il peso degli anni. Cohen è sempre lui, oggi come quarant’anni fa, quando pubblicava le sue leggendarie “Songs”. Un poeta gentiluomo prestato alla musica, capace di inchiodarti con un solo verso, un solo gesto, una sola sfumatura della sua “golden voice”. Voce che è ancora lì, calda e magnifica come sempre.

Entra la band, poi lui. Asciutto e tirato, scatta come un ragazzino per raggiungere il centro della scena. Completo scuro, panciotto grigio, Borsalino calato sugli occhi, lo sguardo penetrante di sempre. Attacca “Dance Me To The End Of Love”, accompagnato da soffici arrangiamenti quasi-klezmer, e i seimila della Cavea sono già in estasi. Poi arriva “The Future”, angosciata e apocalittica profezia sul futuro dell'umanità, intonata insieme alle coriste (le Webb Sisters più Shannon Robinson, sua collaboratrice storica).
Si intuisce che la scaletta sarà generosa e formidabile. Niente nuovi dischi inutili da pubblicizzare (ignorato del tutto anche l'ultimo "Dear Heather"), ma un viaggio a ritroso in uno dei songbook più preziosi di sempre. Le vecchie ballate hanno la confezione che diede loro ai tempi del "Field Commander Cohen Tour" del 1979, gli altri brani si presentano in veste parzialmente rinnovata.

Ecco allora susseguirsi la tenera “Ain’t No Cure For Love” e il sermone di “Everybody Knows” (da “I'm Your Man”, l'album della riscossa, targato 1988), il mantra scarno di “Bird On The Wire”, la più recente “In My Secret Life”, le ninnananne morbide di “Who By Fire” e “Hey, That’s No Way To Say Goodbye”. 

Il pubblico è in visibilio, Cohen si toglie il cappello e lo porta al cuore per ringraziare, quasi meravigliato per l'accoglienza. Qualcuno dalla platea grida: "We love you, Leonard!". E lui sornione: "Oh, I am fond of you too...". A supportarlo è una orchestra fantastica e mai invadente, sotto la direzione musicale del bassista Roscoe Beck. Se Rafael Gayol (batteria e percussioni) agisce in sordina, con le spazzole a solleticare i piatti, e il chitarrista Bob Metzger si limita all’essenziale, il mulistrumentista Dino Soldo incanta la platea, alternandosi al sax al clarino all’armonica all’Ewi, l’altro funambolo Javier Mas fa impazzire le corde di mandole e chitarre spagnole, producendosi in virtuosissimi solo, mentre Neil Larsen aggiunge sparuti rintocchi d’organo e tastiere.
"E' una benedizione suonare in un posto così, quando gran parte del mondo è nel caos" commenta Cohen prima di intonare la preghiera di “Anthem” ("Ring the bells that still can ring/ Forget your perfect offering/ There's a crack in everything/ That's how the light gets in"), a chiusura della prima parte.

Venti minuti di pausa, e il concerto riprende con la potente “Tower Of Song”, eseguita dallo stesso Cohen al sintetizzatore. Poi un boato accoglie la fiaba immortale di “Suzanne”, che torna in tutta la sua spoglia bellezza. Sono brividi autentici. Cohen irretisce la platea col suo crooning composto, si inginocchia, si muove con eleganza e carisma impareggiabili. E concede anche qualche sprazzo del suo humour sardonico. “Per anni ho inseguito le filosofie e le religioni alla ricerca della verità, volete sapere qual è? Siete ansiosi di saperlo? E’ du-dom-dom”, scherza alludendo al coro delle sue ragazze. Ma colui che si rifugiò per cinque anni in un monastero zen sa davvero sfiorare le vette della spiritualità: “Hallelujah”, con il suo hammond nostalgico e il suo refrain da brividi, commuove ancora. Poi, si vira verso suoni più rock, con “Democracy” e la magnetica “I’m Your Man”. Il valzer spagnolo di “Take This Waltz” sembra chiudere la celebrazione.

Ma quello che si ripresenta sul palco per i bis è un Cohen in versione-Gaber, che non vorrebbe lasciare più il suo pubblico. Tirerà avanti per quasi tre ore di concerto: forse è anche questa la old-school, alla faccia di tanti svogliati rocker di oggi.
“So Long Marianne” è ancora una stilettata nel cuore, col suo coro solenne e struggente. Poi ancora una strepitosa “First We Take Manhattan”. Quando si dimentica uno dei primi versi di "Sisters Of Mercy", è uno spasso: scherza col pubblico, poi riprende col sorriso sulle labbra.
“Closing Time”: stavolta sembra proprio la fine. Invece no, Cohen gioca a saltellare fuori e dentro il palco. "I Tried To Leave You" canta, quasi a giustificarsi per non essersene ancora andato, nell'ilarità generale. E infine regala un commiato solenne con l'inedita "Whither Thou Goest", eseguita a cappella con i suoi musicisti, e l'omaggio al pubblico: "Grazie per tutti gli anni in cui avete tenuto vive le mie canzoni".

Meravigliosamente invecchiato, Leonard Cohen. Un monumento alla classe. Stavolta neanche il prezzo esorbitante del biglietto poteva essere un alibi per lasciarsi sfuggire l'evento. Una serata memorabile.

Setlist
Prima parte

1. Dance Me To The End of Love
2. The Future
3. Ain't No Cure For Love
4. Bird On A Wire
5. Everybody Knows
6. In My Secret Life
7. Who By Fire
8. Hey, That's No Way To Say Goodbye
9. Anthem

Seconda parte

10.
Tower Of Song
11. Suzanne
12. The Gypsy Wife
13. Boogie Street
14. Hallelujah
15. Democracy
16. I'm Your Man
17. Take This Waltz

Primo bis

18.
So Long, Marianne
19.
First We Take Manhattan

Secondo bis 

20.
Sisters Of Mercy
21.
If It Be Your Will
22.
Closing Time

Terzo bis

23.
I Tried To Leave You
24.
Whither Thou Goest
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