Leonard Cohen

Songs Of Leonard Cohen

1967 (Cbs) | songwriter

La tradizione degli chansonnier francesi sposa l'esistenzialismo e il folk americano nell'opera di Leonard Cohen, forse il massimo poeta della canzone d’autore. Protagonista di uno dei debutti discografici più tardivi della storia del rock (33 anni), prima di entrare in sala di registrazione si era già affermato come poeta e scrittore. Aveva iniziato a cantare e suonare la chitarra fin da ragazzo, in un trio di country & western. E aveva pubblicato a 22 anni la sua prima raccolta di poesie, "Let Us Compare Mythologies" (1956). Giunto a New York in pieno folk revival, con Dylan che spopola al Greenwich Village, Cohen entra in contatto con Judy Collins, che lo fa debuttare al Festival di Newport. Il suo talento non sfugge al discografico John Hammond che gli propone il primo contratto.

Il suo album d'esordio, uscito nel dicembre del 1967, è quanto di più lontano si possa immaginare dagli umori "rivoluzionari" dell'epoca: mentre songwriter come Bob Dylan e Joan Baez scendono nell'arena politica, Cohen ripiega sull'individuo. Il suo universo ruota attorno a una serie di "coppie": sesso-religione (il binomio su cui Nick Cave costruirà una carriera, e che carriera!), santo-discepolo, peccato-redenzione, vincente-perdente, schiavo-padrone. E la tensione biblica di Dylan in Cohen si fa più umana e indulgente, anche se non meno "apocalittica".

Originario di Montreal, città francofona del Canada, Cohen è anche il più "europeo" dei cantautori d'oltre oceano. Il suo repertorio, come si diceva, è figlio della chanson francese di Jacques Brel e George Brassens, ma anche di una peculiare predilezione per i temi biblici (forte in tal senso l'influsso delle sue radici ebree, così come per il suo umore nero, vagamente yiddish) e per la mitologia classica. Cantore della malinconia, della solitudine, dell'emarginazione e degli amori persi, Cohen scandaglia il "cuore di tenebra" dell'umanità, componendo un affresco di struggente lirismo. Le sue dieci "Songs" colpiscono subito l'ascoltatore per la delicatezza del tocco, per il tono soffuso e romantico, per la dimensione profondamente intimista che le pervade. Sono ballate d'amore in cui il dolore, la perdita, la paura, la colpa, la solitudine sono ammesse senza vergogna e senza pietà. Ballate costruite su arrangiamenti spogli e melodie commoventi.

Il disco si apre subito con l'incantevole "Suzanne", destinata a diventare lo standard per antonomasia della ballata à la Cohen e ripresa qualche anno dopo anche da Fabrizio De André (il suo miglior discepolo insieme a Nick Cave). E' una canzone di straordinaria eleganza, dominata dal registro profondo del cantautore di Montreal che infonde un senso di smisurata tenerezza. Contrariamente a quanto si può pensare, "Suzanne" non nasce come poesia trascritta in musica, ma - come ha rivelato lo stesso Cohen - è stata pensata e scritta come canzone, e successivamente pubblicata in una raccolta di poesie. La protagonista è l'unica ancora di salvezza, l'oggetto di una devozione soprannaturale: "And you want to travel with her/ And you want to travel blind/ And you know that you can trust her/ For she's touched your perfect body with her mind". Un personaggio mitico, dunque, ispirato però dalle visite a casa di Suzanne Verdal, ballerina, e suo marito, il noto scultore Armand Vaillancourt. Nessuna implicazione sessuale, in ogni caso: Cohen affermò che mai aveva avuto relazioni con Suzanne e la canzone conteneva elementi della realtà mescolati con l'immaginazione. Incontrata per la prima volta a Montreal, Suzanne aveva peraltro già ispirato alcune poesie pubblicate in "Parasites of Heaven" (1966): tra queste era compreso anche il futuro testo per canzone, con il titolo "Suzanne Takes You Down". Cohen narra pacatamente la sua fiaba, contornato da teneri arpeggi di chitarra (classica), gemiti di violino e angelici cori femminili, in un sdelicato intreccio tra immagini bibliche e sogno, spiritualità e dimensione carnale.

Le atmosfere sinistre di "Master Song", con fiati in evidenza e riverberi di tastiere sullo sfondo, devono aver insegnato molto a Nick Cave e ai tanti suoi emuli degli anni Novanta. La dicotomia schiavo-padrone è letta qui in un continuo ribaltamento di ruoli: per Cohen, infatti, c’è sempre gloria e luce nella sconfitta ("Beautiful Loser" intitolerà un suo romanzo), e spesso tra vinti e vincitori si annullano le differenze. I toni si fanno ancor più soffusi e caldi nella lenta "Winter Lady", melodia per flauto e clavicembalo, mentre "The Stranger Song" sfodera quell'arpeggio di chitarra classica in pochi accordi, eppur velocissimo, che diventerà un classico coheniano (qualcosa di simile realizzerà Fabrizio De André in "Amico Fragile").
La combinazione della voce, che sussurra con la delicatezza d’un menestrello medievale, e della chitarra classica, finemente arpeggiata, è impeccabile. Basta anche solo questo binomio a rendere magica l'atmosfera di "Sisters Of Mercy", un'altra ballata trasognata in bilico tra una ninnananna e un salmo religioso. Anche se le protagoniste sono prostitute: "They lay down beside me/ I made my confession to them/ They touched both my eyes and I touched the dew on their hem/ If your life is a leaf that the seasons tear off and condemn/ they will bind you with love that is graceful and green as a stem". Attorno all'asse voce-chitarra, però, affiorano altri suoni: sprazzi di fisarmonica, trilli di campanelli, tintinnii di xilofono. E’ la canzone da cui prenderà il nome uno dei gruppi più "scuri" della storia del rock: i britannici Sisters Of Mercy di Andrew Eldritch.

Perfetto crooner in giacca e cravatta, come da copertina, Cohen non si scompone mai. Nemmeno quando la musica sale di ritmo, come nella trascinante serenata di "So Long, Marianne", con batteria e violino a dar man forte al suo canto. Nemmeno quando c'è da dirsi addio, come nella ballata di "Hey That Way To Say Goodbye", intrisa di umori country. E nemmeno quando scende per strada tra i disperati di "Stories Of The Street", dove pure si mette a nudo con feroce realismo: "The stories of the street are mine, the Spanish voices laugh/.The Cadillacs go creeping now through the night and the poison gas/ and I lean from my window sill in this old hotel I chose/ yes one hand on my suicide, one hand on the rose".
Il canto calmo e distaccato di questo cantastorie cortese contrasta con lo stile veemente di tanti folksinger di ieri e di oggi. E la sua tensione di fondo, il suo pessimismo cosmico, la sua nevrosi latente lo avvicinano più al songwriting "maledetto" di Lou Reed e Jim Morrison che all’utopismo "peace & love" di tanti cantautori dell'epoca. Lo confermano la cupa parabola di "Teachers" e la gelida "One of Us Cannot Be Wrong", che chiudono l’album nel segno di una contrita mestizia.

Disco tra i più influenti di tutti i tempi, "Songs Of Leonard Cohen" è un saggio di come si possa creare il massimo della drammaticità con il minimo necessario di arrangiamenti. Il paesaggio è scarno, freddo, invernale: un grande vuoto popolato di spettri che vagano senza meta o perfino "per sbaglio"("Some girls wander by mistake" in "Teachers"). Eppure in tanta desolazione l'emozione è dietro l'angolo, pronta a sorprenderti e a colpirti al cuore. Perché Cohen, menestrello dalla voce di rasoio, sa come penetrare nei recessi più cupi dell’anima, come scalfire la scorza amara della solitudine e violare l'intimità dei sentimenti. Le sue "Songs" del 1968 (ma anche molte altre di lì a venire) ne sono la testimonianza più sconvolgente.

(29/10/2006)



  • Tracklist
  1. Suzanne
  2. Master Song
  3. Winter Lady
  4. The Stranger Song
  5. Sisters of Mercy
  6. So Long, Marianne
  7. That's No Way to Say Goodbye
  8. Stories of the Street
  9. Teachers
  10. One of Us Cannot Be Wrong
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