La tradizione degli chansonnier
francesi sposa l'esistenzialismo e il folk americano nell'opera di Leonard Cohen, forse il massimo
poeta della canzone d’autore. Protagonista di uno dei debutti discografici più
tardivi della storia del rock (33 anni), prima di entrare in sala di
registrazione si era già affermato come poeta e scrittore. Aveva iniziato a
cantare e suonare la chitarra fin da ragazzo, in un trio di country &
western. E aveva pubblicato a 22 anni la sua prima raccolta di poesie, "Let Us
Compare Mythologies" (1956). Giunto a New York in pieno folk revival, con Dylan
che spopola al Greenwich Village, Cohen entra in contatto con Judy Collins, che
lo fa debuttare al Festival di Newport. Il suo talento non sfugge al
discografico John Hammond che gli propone il primo contratto.
Il suo album d'esordio, uscito nel 1968, è quanto di più lontano
si possa immaginare dagli umori "rivoluzionari" dell'epoca: mentre songwriter
come Bob Dylan e Joan Baez scendono
nell'arena politica, Cohen ripiega sull'individuo. Il
suo universo ruota attorno a una serie di "coppie": sesso-religione (il binomio
su cui Nick Cave costruirà una
carriera, e che carriera!), santo-discepolo, peccato-redenzione,
vincente-perdente, schiavo-padrone. E la tensione biblica di Dylan in Cohen si
fa più umana e indulgente, anche se non meno "apocalittica".
Originario di Montreal, città francofona del Canada, Cohen è anche il più "europeo" dei cantautori d'oltre
oceano. Il suo repertorio, come si diceva, è figlio della chanson francese di
Jacques Brel e George Brassens, ma anche di una peculiare predilezione per i
temi biblici (forte in tal senso l'influsso delle sue radici ebree, così come
per il suo umore nero, vagamente yiddish) e per la mitologia classica. Cantore
della malinconia, della solitudine, dell'emarginazione e degli amori persi,
Cohen scandaglia il "cuore di tenebra" dell'umanità, componendo un affresco di
struggente lirismo. Le sue dieci "Songs" colpiscono subito l'ascoltatore per la
delicatezza del tocco, per il tono soffuso e romantico, per la dimensione
profondamente intimista che le pervade. Sono ballate d'amore in cui il dolore,
la perdita, la paura, la colpa, la solitudine sono ammesse senza vergogna e
senza pietà. Ballate costruite su arrangiamenti spogli e melodie commoventi.
Il disco si apre subito con l'incantevole "Suzanne", destinata a
diventare lo standard per antonomasia della ballata à la Cohen e ripresa qualche anno dopo anche da Fabrizio De André (il suo miglior
discepolo insieme a Nick Cave). E' una canzone di straordinaria eleganza,
dominata dal registro profondo del cantautore di Montreal che infonde un senso
di smisurata tenerezza. Contrariamente a quanto si può pensare, "Suzanne" non
nasce come poesia trascritta in musica, ma - come ha rivelato lo stesso Cohen -
è stata pensata e scritta come canzone, e successivamente pubblicata in una
raccolta di poesie. La protagonista (che può essere liberamente considerata una
santa, una vagabonda, una pazza o financo una puttana) diventa l'unica ancora di
salvezza, l'oggetto di una devozione soprannaturale: "And you want to travel
with her/ And you want to travel blind/ And you know that you can trust her/ For
she's touched your perfect body with her mind". Cohen narra pacatamente la sua
fiaba, contornato da teneri arpeggi di chitarra (classica), gemiti di violino e
angelici cori femminili.
Le atmosfere sinistre di "Master Song", con fiati in evidenza e
riverberi di tastiere sullo sfondo, devono aver insegnato molto a Nick Cave e ai
tanti suoi emuli degli anni Novanta. La dicotomia schiavo-padrone è letta qui in
un continuo ribaltamento di ruoli: per Cohen, infatti,
c’è sempre gloria e luce nella sconfitta ("Beautiful Loser" intitolerà un suo
romanzo), e spesso tra vinti e vincitori si annullano le differenze. I toni si
fanno ancor più soffusi e caldi nella lenta "Winter Lady", melodia per flauto e
clavicembalo, mentre "The Stranger Song" sfodera quell'arpeggio di chitarra
classica in pochi accordi, eppur velocissimo, che diventerà un classico
coheniano (qualcosa di simile realizzerà Fabrizio De André in "Amico Fragile").
La combinazione della voce, che sussurra con la delicatezza d’un
menestrello medievale, e della chitarra classica, finemente arpeggiata, è
impeccabile. Basta anche solo questo binomio a rendere magica l'atmosfera di
"Sisters of Mercy", un'altra ballata trasognata in bilico tra una ninnananna e
un salmo religioso. Anche se le protagoniste sono prostitute: "They lay down
beside me/ I made my confession to them/ They touched both my eyes and I touched
the dew on their hem/ If your life is a leaf that the seasons tear off and
condemn/ they will bind you with love that is graceful and green as a stem".
Attorno all'asse voce-chitarra, però, affiorano altri suoni: sprazzi di
fisarmonica, trilli di campanelli, tintinnii di xilofono. E’ la canzone da cui
prenderà il nome uno dei gruppi più "scuri" della storia del rock: i britannici
Sisters Of Mercy di Andrew Eldritch.
Perfetto crooner in giacca e cravatta, come da copertina, Cohen non si scompone mai. Nemmeno quando la musica sale di
ritmo, come nella trascinante serenata di "So Long, Marianne", con batteria e
violino a dar man forte al suo canto. Nemmeno quando c'è da dirsi addio, come
nella ballata di "Hey That Way To Say Goodbye", intrisa di umori country. E
nemmeno quando scende per strada tra i disperati di "Stories Of The Street",
dove pure si mette a nudo con feroce realismo: "The stories of the street are
mine, the Spanish voices laugh/.The Cadillacs go creeping now through the night
and the poison gas/ and I lean from my window sill in this old hotel I chose/
yes one hand on my suicide, one hand on the rose".
Il canto calmo e distaccato di questo cantastorie cortese
contrasta con lo stile veemente di tanti folksinger di ieri e di oggi. E la sua
tensione di fondo, il suo pessimismo cosmico, la sua nevrosi latente lo
avvicinano più al songwriting "maledetto" di Lou Reed e Jim Morrison che all’utopismo "peace
& love" di tanti cantautori dell'epoca. Lo confermano la cupa parabola di
"Teachers" e la gelida "One of Us Cannot Be Wrong", che chiudono l’album nel
segno di una contrita mestizia.
Disco tra i più influenti di tutti i tempi, "Songs Of Leonard
Cohen" è un saggio di come si possa creare il massimo della drammaticità con il
minimo necessario di arrangiamenti. Il paesaggio è scarno, freddo, invernale: un
grande vuoto popolato di spettri che vagano senza meta o perfino "per
sbaglio"("Some girls wander by mistake" in "Teachers"). Eppure in tanta
desolazione l'emozione è dietro l'angolo, pronta a sorprenderti e a colpirti al
cuore. Perché Cohen, menestrello dalla voce di rasoio,
sa come penetrare nei recessi più cupi dell’anima, come scalfire la scorza amara
della solitudine e violare l'intimità dei sentimenti. Le sue "Songs" del 1968
(ma anche molte altre di lì a venire) ne sono la testimonianza più sconvolgente.
