24/10/2008

Thee Silver Mount Zion

Covo, Bologna


di Alberto Asquini
Thee Silver Mount Zion

Venerdì 24 ottobre è andato di scena al Covo di Bologna uno dei concerti più attesi della stagione autunnale bolognese. I protagonisti della serata si chiamano Thee Silver Mount Zion e sono attualmente la massima e più autorevole, se escludiamo i Mogwai, realtà post-rock in circolazione. Lungi dall'essere semplice side-project dei celebrati Godspeed You!Black Emperor, il combo canadese si è conquistato un pubblico affezionato e l'attenzione dei media grazie a una serie di dischi di struggente romanticismo.

I Thee Silver Mount Zion si presentano in Italia per un tour di sei date con una formazione monca rispetto a quella apparsa nell'ultimo disco della band, il roboante "13 Blues For Thirteen Moons". La partecipazione del pubblico è quella da grandi occasioni, così come appare davvero stupefacente, se tralasciamo le ultime file, il silenzio degli spettatori durante le esecuzioni, cosa ormai più unica che rara.
Efrim, accompagnato da un batterista, due violiniste e un violoncellista, si fa strada per raggiungere il palco.
L'inizio è accecante: la self-titled dell'ultima fatica viene eseguita con energia e potenza. Efrim, in verità piuttosto composto nelle movenze, urla e agita la folta chioma mentre esegue un riff di morriconiana memoria. Si prosegue poi, dopo un paio di minuti di applausi di un pubblico in delirio, sulle tracce delle note d'apertura: "One Million Died To Make This Sound" è una nenia che si dilunga per un quarto d'ora: le impennate fendono l'aria calda del Covo e la litania finale mette i brividi.

Pare effettivamente divertirsi, il quintetto, tra battute con qualche fan e dialoghi piuttosto frivoli. E' ora il turno di "God Bless Our Dead Marines" e successivamente dell'inedito "I Built Myself A Metal Bird And Fed My Metal Bird The Wings Of Other Metal Birds".
Stregati da cotanta potenza, ci si lascia trasportare da violini che tracciano cerchi armonici perfetti, da una batteria che dosa con cura potenti colpi e tocchi leggeri e da un violoncello che detta la struttura dei brani assieme alla chitarra elettrica di Efrim. E' ancora la volta di tornare sulle note dell'ultimo album: "Black Waters Blowed/ Engine Broke Blues" parte piano, si impenna verticalmente in un delirio free-form, per poi acquietarsi di nuovo. Pubblico letteralmente impazzito e minuti e minuti di applausi.

Tutto dovrebbe essersi concluso qui, ma la band decide di regalarci ancora un'ultima emozione: "Microphones In The Trees". Un concerto che rimarrà intatto nella memoria di chi l'ha vissuto. Chi quella sera ha optato per altre musiche mai saprà cosa si è perso.

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