07/11/2008

Uzeda

Covo, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Uzeda
Gli Uzeda sono tornati più determinati e cattivi del solito. Fanno la loro comparsa sul palco del Covoclub, e attaccano subito con una colata lavica che fuoriesce da una chitarra sonica sparata alla velocità della luce.

I pezzi sono quelli già conosciuti e collaudati di "Stella” , "Different Section Wires” e dell'Ep "4”.
Il suono è come al solito granitico, oscuro, a tratti insolitamente melodioso. La voce spossata e tirata di Giovanna Cacciola tiene insieme la chitarra spasmodica di Agostino Tilotta e il basso geometrico di Raffaele Gulisano. La batteria di Davide Oliveri, poi, è una macchina da guerra dall'incedere marziale, che tiene il ritmo dei pezzi e dà un colore metallico all'insieme. L'apice dell'act è tutto per pezzi come la nevrotica “Surrounded”, l'estenuante saliscendi emotivo di “Sleep Deeper”, il noise-blues malaticcio di “Stomp”, e la tirata “The Milky Way”.

La sensazione è che il quartetto catanese sia ormai a un punto di svolta della propria lunga carriera di portabandiera del noise di stampo americano. Le dinamiche sono quelle classiche, ormai consolidate dopo anni di apprendistato indie, per uno dei gruppi europei più credibili in questo ambito. Certo, i modelli sono i soliti: Jesus Lizard, Scratch Acid, Shellac e compagnia suonante, ma la caratteristica principale del combo catanese è quella di inserire dentro questo canovaccio collaudato delle peculiari e strabiche pennate di blues cantilenante, che lo rendono quasi unico nell'asfittico panorama noise-rock mondiale. Deve essere stata questa forse la molla che ha spinto un musicista e produttore scorbutico e talentuoso come Steve Albini ad adottarli come suoi beniamini.

Difficile, quindi, restare impassibili dinanzi a un pezzo strepitoso come “Higher Than Me”, prova ottundente che racchiude in sé una melodia cristallina. Piccoli diamanti incastonati nel marmo più duro che ci sia, e gli Uzeda come minatori armati di piccone a lavorare la materia grezza, e trarne pezzi di musica altrimenti nascosti ai più.
Certo non inventano nulla di nuovo, e sono coscienti di tutto ciò; i modelli a cui palesemente si ispirano hanno già detto quanto c'era da dire in questo campo, ma sinceramente apprezziamo molto lo sforzo che i nostri fanno per sembrare onesti e coerenti con quello che fanno.

Set perciò salutare per le nostre inquietudini, forse meno per le nostre martoriate e sanguinanti orecchie, ma parafrasando una illuminante frase di Emil M. Cioran che diceva: "L'universo sonoro: onomatopea dell'indicibile, enigma disperato, infinito percepito, e inafferrabile... Non appena se ne è provata la seduzione, non si progetta altro che di farsi imbalsamare in un sospiro", accettiamo di buon grado la sfida che ci propongono. Ecco perciò che il mal di testa provocato ai nostri poveri crani diviene salvifica prova di resistenza. Immarcescibile resistenza alle brutture che ci circondano. E definitivo amore per i suddetti musicisti che in questa serata hanno curato le nostre ferite.

Ah, dimenticavo quasi: il bis era composto da un terzetto di inediti che lasciano ben sperare per il prossimo futuro. Attendiamo sviluppi con una sana dose di impazienza...
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