15/02/2009

Kill The Vultures

Locomotiv, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Kill the Vultures
I Kill the Vultures da Minneapolis sbarcano in Italia, esattamente a Bologna per la quarta volta, e si confermano come una delle band di maggior rilievo della scena underground statunitense.
La loro peculiarità e il maggior pregio è quello di unire rime di incazzato e apocalittico hip-hop a basi sempre spiazzanti, ora dall'effetto cinematico, ora dal sapore funk-metal, che rende il tutto spiazzante e fresco. Forse per ora rimarranno nel loro cantuccio nascosto ancora per un po’, ma di questo ensemble se ne parlerà ancora, nei lustri a venire, come di una singolare commistione musicale come poche ne esistono oggigiorno. Intanto ce li godiamo in questa forma ridotta all'osso, con il solo Alexei Moon Casselle aka Crescent Moon alle rime, e dietro i macchinari e ai beat l'enigmatico Anatomy, che sembra fuoriuscito dai punker californiani Rocket from the Crypt, con quel suo look così tardo 50’s.

Partono con un paio di pezzi dal loro nuovo album, “Ecce Beast”, uscito nei primi giorni del 2009: il singolo "14th St. Ritual” , ricco di fiati tenuti per i capelli, e la noir-song degna di un racconto di Raymond Chandler dall'inequivocabile titolo "The Big Sleep”, insomma meglio non si poteva partire. Si prosegue poi con l'ottima, nuova e saltellante "Walk on Water”, e si intreccia il tutto, tra una battuta e l'altra del singer col numeroso pubblico del Locomotiv, con i pezzi dei due album precedenti. Una cattivissima e tirata versione di "Dirty Hands”; a grande richiesta la strepitosa jazzy-marcetta di "Moonshine”, col suo testo così esistenzialista e misantropo, una nervosa "Spider's Eyes”, tutte tratte dall'album manifesto “The Careless Flame”, uscito nel 2006, lavoro che confermava i nostri tra i migliori interpreti di una rinata sensibilità per le parole applicate ai suoni della più varia estrazione, un connubio felice come pochi altri in questo preciso momento storico, nel quale le band faticano a proporre una credibile proposta musicale.

Il pubblico continua a infervorarsi, e non poco, per una versione karaoke-tutti in coro di "Vultures”, e per la hardcore song "7-8-9”, dove sembra di sentire le chitarre dei Minor Threat che duettano con il fantasma dei Public Enemy, passando per l'ottima, fumosa "Good Intentions”, tutti brani tratti dal primo omonimo lavoro.
La sorpresa è la totale assenza di partner per Crescent Moon, e infatti , stremato e senza fiato, il nostro si stanca notevolmente nel cantare le sofferenti liriche. Evidentemente c'è stato un rimpasto all'interno del gruppo che però sembra non avere minimamente scalfito l'ispirazione e il risultato finale. La proposta rimane cattiva, penetrante, ed è curioso notare tra il pubblico anche look metallari, gente che ascolta cose come quelle dei Sunn O))) o degli Earth, drone-metal dello spirito; come la musica dei Kill the Vultures, rap-music venata di jazz e di basi ritmiche dallo spessore fisico e spirituale non indifferente. Come se gli Unsane o gli Swans smettessero di usare le chitarre e d'un tratto si buttassero a capofitto nella musica hip-hop. Suonerebbero esattamente così: ottundenti, fumosi, newyorkesi nell'anima, definitivamente apocalittici. Come la versione di "Beasts Of Burden”, magnifica prova metal-metropolitana che chiude il set, nel breve bis di commiato che chiude degnamente una esibizione viva, sublime, finalmente vera e senza filtri o spocchie di sorta.

Uno dei concerti più belli di questo maledetto e freddissimo inizio d'anno.
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