Minor Threat

Minor Threat

Viaggio oltre i confini dell'hardcore

di Tommaso Franci

I Minor Threat di Ian MacKaye sono stati tra i grandi protagonisti della stagione hardcore americana. Ma sono stati anche tra i primi a superare le frontiere del genere. E la loro lezione ha influenzato una miriade di band a venire, a cominciare dai fondamentali Fugazi

Nel 1980 l'hardcore californiano aveva già con Germs (1977-1980), Fear (1977), Misfits (1977-1983, pur basati nel New Jersey), Black Flag (1977-986), T.S.O.L. (1978), Dead Kennedys (1978-1987) e Circle Jerks (1979), istituzionalizzato le proprie leggi. Era nato nel 1977 con i Germs ("GI", 1979). I Germs avevano risemantizzato gli espedienti formali dei newyorkesi Ramones (1974, prima pubblicazione '76). Hardcore è suonare gli strumenti rock (chitarra, basso, batteria) nel modo più veloce e violento possibile, urlare a squarciagola bestemmie, offese e male parole, prendendo come unico appiglio di veridicità il nichilismo esistenziale. Il tutto in brani di un minuto. Il 1980 ha segnato la diaspora dell'hardcore.

Dopo il 1980 non si può parlare più di un hardcore, ma di tanti hardcore quanti sono i gruppi riconducibili al genere; gruppi costituenti, pressoché ciascuno, un sottogenere. Tale diaspora vale anche geograficamente. I Minor Threat (1980-1983), da Washington, Dc, l'hanno inaugurata. Diciott'anni, testa rasata, canto teppistico, rauco, oscuro, sgolato, Ian MacKaye (compagno d'infanzia di Henry Rollins prima che questi si trasferisse da Washington a Los Angeles dopo essere montato nel palco durante un concerto dei Black Flag e aver impugnato il microfono.) aveva messo su con il batterista anti-punk (dimezzava regolarmente tutti i tempi di questo genere) Jeff Nelson, i Teen Idles: durarono una stagione (1979-1980); lasciano l'Ep "Minor Disturbance".

I due continuano il loro progetto di rifondazione dall'interno dell'hardcore (di estremizzarne e potenziarne per quanto possibile le strutture) formando i Minor Threat. Li accompagnano un biondo con il caschetto e i grandi occhiali da vista a goccia, con l'aria tra il bambino-scienziato e il maniaco-paranoicamente-freddo, Brian Baker (ex Governement Issue, 1981-1989) al basso e Lyle Preslar, un giovane collegiale che non avrebbe stonato tra i mod inglesi, alla chitarra. I 4 stanno insieme 10 mesi nel 1981, in una vita comunitaria incentrata sul lavoro (registrazioni, concerti, prove); vita che è la trasposizione nell'età del nichilismo, depressione e alienazione di quelle comunità (ben più numerose) tutte peace & love di metà anni 60.

L'ideologia passa dal pacifismo all'indifferenza, dal sentimento e dal credo alla reificazione e all'impulso suicida. Dall'ideologia della rivoluzione sociale (in parte presente anche nell'anarchia punk) si passa all'asocialità, alla non-ideologia. Simbolizzando la solitudine, l'incomprensione e l'afasia perenni, i gruppi di giovani artisti negli anni 80 sostituiscono i molti componenti degli anni 60 con un numero di adepti strettamente indispensabile. Nel mezzo, c'erano stati i riflessivi quanto critici anni 70, anni che hanno caricato e caricato senza far scoppiare, giustificando così per contorsione l'inesauribile e inaudita violenza degli anni avvenire.

Il gruppo, quasi sempre di 4, doveva servire a formalizzare la componente esistenziale ed esperenziale; questo da sempre; e da sempre questa cambiava: nella storia s'era giunti però al punto del non-ritorno rappresentato dal "no alla vita". Per l'età, per l'epoca, per l'entusiasmo che innescavano nei numerosi quanto sentiti ed elitari concerti (basati, non come quelli metal o in parte anche punk, sul sadismo, ma sull'autodistruzione), questi 4 figli della medio-piccola borghesia (il discorso è per il Minor Threat, ma potrebbe valere per quasi tutti i gruppi hardcore dell'epoca), che si erano ritagliati una nicchia di espressione ed evasione, vollero fare tutto velocemente ed estremamente, come si conveniva alla sincerità della situazione.

Anti-divi (e in questo "anti" si comprenda anche l'esibizionismo della sofferenza) per eccellenza, giovani e spregiudicati per quanto originali e spontanei, i Minor Threat hanno avuto per la storia della musica l'importanza di segnare un saldo punto di riferimento per l'hardcore tutto, genere che sono riusciti a interpretare nelle sue dinamiche più profonde, estreme e artisticamente apprezzabili.

I brani hardcore durano un minuto. E in quel minuto dev'esserci tutto. Deve valere come e più di un quarto d'ora progressive. Per una semplice deduzione probabilistica, diviene quindi facile affermare che molti Ep hardcore sono meglio degli album. Anzi, che la dimensione che si conviene all'hardcore è l'Ep: un conto è fare 8 brani d'alto livello (e 8-10 brani è il numero degli album rock canonici, con durata a brano di 3 minuti di media), un conto farne 15 o 20 (in pratica due album rock in un colpo solo). Ciò va tenuto presente per comprendere il perché i Minor Threat, come la maggior parte dei gruppi hardcore, sono stati più se stessi negli Ep. Un'appendice al discorso può riguardare le esigenze di distribuzione che richiedono quasi sempre una lunghezza minima degli album: 16 brani hardcore coprono 15-20 minuti massimo; e allora diventa, pur inconsciamente, facile cadere nella tentazione del ritocco riempitivo qua e là, per allungare diluendo.

Nel 1981, per quella che sarà la storica Dischord Records, esce l'Ep Minor Threat: 8 brani, 9 minuti. Miglior lavoro dei Minor Threat e pietra miliare per l'hardcore tutto. La legge dei Germs viene applicata agli anni 80, gli anni del metal; il genere hardcore passa dallo sferragliare degli anni 70 (vedi Ramones) alla potenza e alla ferocia che lo condurranno al post-hardcore, riflessione calcolata e scorata, resa più lancinante dalla melodia o più alienante da suoni anti-estetici, del genere su se stesso.

I Minor Threat si pongono quindi come l'apice dell'hardcore e come il punto da cui partirà la parabola discendente (in termini di potenza ma non di qualità musicale) che porterà al post-hardcore. MacKaye è l'uomo protagonista e il simbolo di tutto questo. Il suo impegno principale dopo i Minor Threat saranno i Fugazi (dal 1987), il gruppo più importante del post-hardcore tutto, che tenterà di traghettare il genere fino al post-rock, fallendo peraltro quando si scontrerà col non-rock.

"Filler" è il capolavoro hardcore dei Minor Threat; non è un inno, l'hardcore non ne farà; nemmeno un brano memorabile per una qualche melodia, o ritornello scorato: è invece il brano manifesto dell'hardcore allo stesso tempo più evoluto e più "hardcore". Spingersi oltre sarà cessare di fare hardcore. Ed è quello che toccherà ai Fugazi (ma anche a tanti altri gruppi prima di loro; uno su tutti i troppo poco conosciuti Minutemen). Basso, batteria, voce, chitarra: tutto senza requie, tutto al limite della scordatura e della stecca, tra fraseggi di fermate e ripartenze, ma rigorosamente senza piani: tutto forte. Brani come questo farebbero ricredere tutte le centinaia di migliaia di adolescenti che ritengono di investire del tempo ascoltando Offspring, Rancid, Nofx o anche molto, ma molto peggio.

"I don't wanna hear it" non rallenta per nulla la tensione anche se (nell'ossessivo ripetere del titolo) assume un tono più cantilenato (e trash) anziché da arringa fulminante (e punk).

"Seeing red", come al solito, parte zoppicando e poi balena in una galleria di devastazioni sonore e vocali. La quintessenza dell'hardcore.

"Straight edge" è stata addirittura usata per designare il nome di un sottogenere hardcore che criticherebbe (a favore di un umanesimo generale) l'uso di droga e alcol, manifesto del punk, cioè dei Sex Pistols (disumanità). In realtà più "punk" di così non si può essere, criticando, offendendo, mal considerando anche se stessi e la propria o presunta categoria. Qualcosa di simile al "politically correct" lo facevano nello stesso tempo i Dead Kennedys con manifesti del tipo "Nazi Punks Fuck Off". Sempre in realtà, il "credo" dei Sex Pistols in quanto "non-credo", in quanto nichilismo, non considerava nemmeno se stesso e non poteva quindi elogiare alcunché, droghe, alcol e sadismo compresi; tali espedienti potevano al limite essere considerati come prove estreme per il raggiungimento del disprezzo del mondo. Dunque, a parità di non considerazione di uno stesso fenomeno (il male), si tratta casomai di vedere le differenze nella non-considerazione: più umaniste o compassionevoli, ma anche forse più introiettate, quelle dei Minor Threat; decisamente senza compromessi o ripensamenti, ma anche forse più programmate, quelle dei Sex Pistols.

"Small man, big mouth" giustamente persevera nel vortice di disperazione e violenza, non solo interiori ma anche fisiche, epidermiche. Sia per le strutture ritmiche, che assordantemente non danno respiro, sia per il canto teppistico di Mackaye (più potente e profondo di quello medio hardcore e più adulto di quello medio punk), questi brani costituiscono l'antecedente necessario, tra l'altro, anche per il metal da strada, per il metal-core di gruppi attivi negli anni 90 come i celebri Pantera; gruppi che hanno creato un sound (quello degli anni 90: il più potente mai raggiunto) semplicemente servendosi della escursione tonale ottenuta negli anni 80 grazie all'hardcore e all'heavy-metal, escursione non ulteriormente ampliabile.

"Screaming at a wall" mantiene le stesse velocità e intensità, quelle che consentono ai Minor Threat di allontanarsi e rinnegare le forme punk, a vantaggio di eccessi metallici molto accentuati: metallici, non metal; i tempi della sezione ritmica, la chitarra scordata, fanno di tutto per non essere metal, metal di cui pur raggiungono la violenza e la rumorosità.

"Bottled violence" consacra lo schema: recitazione onnipresente e perennemente al limite, con raggiungimento per "overkill" del fioco nel ritornello; batteria prima in progressione, poi in rullare ricorsivo nella parte centrale; chitarra sfilacciata, deflagrante, corale e allo stesso tempo granitica.

Si notino anche i titoli di questi brani; non solo il loro significato, ma anche la loro pronuncia: si otterrà quell'effetto tra il flagellante e il sopportante, tra l'autodistruzione e la difesa, tra il dolore e una velata compiacenza, necessaria per convivervi, che giungerà sino ai Faith No More del periodo-Patton.

"Minor Threat" è il brano relativamente più rilassato, più "college". Anche se la voce di MacKaye dà sempre il massimo, pur nella brevità dell'esecuzione, e in essa sta tutto il dolore del rimpianto o del rincrescimento doloroso per la caducità e l'inconsistenza di ogni cosa.

Dopo quest'Ep il gruppo, non a caso, si scioglie: quando di lì a poco si ripresenterà non andrà considerato, propriamente, hardcore. Nei lavori successivi, infatti, i Minor Threat (o MacKaye?) hanno progressivamente intiepidito, allungato, impreziosito, articolato il loro hardcore: cinque anni dopo, i Fugazi ne risulteranno come una conseguenza logica e naturale. Una mina vagante è l'interpretazione dell'importanza dei Minutemen nel processo: senza questi, i Fugazi non sono pensabili, ma in qualche misura i losangelesi jazz-core hanno avuto anche un qualche influsso sui "tardi" Minor Threat.

I Minor Threat con i Dead Kennedys e pochi altri hanno rifondato l'hardcore dall'interno traghettando il suono punk-garage di fine 70 in quello metal degli 80, che si dibatterà in varie forme sino a ripiegarsi nel post-hardcore. I Minor Threat sono l'anello fondamentale di questa catena.

In My Eyesè un Ep del 1981, con 4 brani, per 7 minuti. La comprensione di questo secondo atto, uscito quando il gruppo si era già sciolto, sta tutta nella lunghezza dei brani (doppia): ciò corrisponderà a una dimensione "post" che tuttavia si configura più come un naturale proseguimento che come un tradimento o cambio di rotta. I Minor Threat infatti, fin dai testi, non hanno mai avuto il nichilismo reazionario dei Circle Jerks, ad esempio: niente minacce, niente sadismo, niente rivoluzioni. In loro, insomma, la dimensione punk (nel senso storico del termine) è del tutto soffocata. E per questo sono eminentemente hardcore. I testi e i loro titoli partono già dal nichilismo e si propongono come una meditazione su di esso o come una sua inevitabile sopportazione. Da qui la scelta di vivere una vita che pur, per la sua inautenticità, si sente come una non-vita: è la presa d'atto di un'inevitabilità, è il dovere di vivere perché tanto non serve a nulla il contrario. E ciò senza compiacimento. Il fatto è che il non-punk del primo Ep era hardcore, il non-punk successivo sarà l'inizio della lunga strada verso il "post-hardcore".

"In My Eyes" dimostra come il gruppo tecnicamente sia migliorato. È un brano (sintomatico dell'Ep tutto) metà hardcore, metà riflessione sull'hardcore, nel ritornello "canzonatura" (e per questo orecchiabile: per essere strafottente). Questi Minor Threat sono tra i Dead Kennedys, i Descendents e i Minutemen: hanno lo spirito adolescenziale e il fascino commovente dei primi (il concetto del giovane a cui si permette tutto per via dell'età e del quale ci si stupisce quando si vede che con il passare del tempo non cambia, anzi inasprisce il proprio sentimento); la strafottenza dei secondi; l'arte-jazz dei terzi. Questi Minor Threat hanno in più i Minutemen.

"Out of step" è un hardcore zeppo di melodia volutamente infantile: l'assolo di chitarra, la melodia sono già non-hardcore; la violenza dell'esecuzione, la voce al limite, il finale urlato rimangono nell'ortodossia del genere.

"Guilty of being white" è uno dei brani più violenti del gruppo, e uno dei più Black Flag: per l'urlo iniziale, l'incedere corale, gli echi, il petulare di ogni strumento che sembra come voler a ogni secondo cambiar tempo o esplodere. In un'apparente confusione e anarchia, l'evidenza di ogni singolo strumento è massima (da qui la grandezza del gruppo).

Nel 1983, i Minor Threat si riformano e registrano il loro primo album, Out of Step: 8 brani, 17 minuti: è la prosecuzione del discorso. "Betray" potrebbe benissimo essere un brano dei Fugazi; ve ne sono tutti gli elementi: l'apocalisse adolescenziale, il simbolismo, il primigenio, gli strumenti (rigorosamente quelli rock) che suonano tra rock n' roll e ensemble cameristico, la voce di MacKaye tra una nenia atea e una filastrocca così atavica da considerarsi extraterrestre; la melodia infine, sempre caldeggiata, ma mai abbracciata totalmente, così da rendere ancor più lancinante il senso di disagio, alienazione, nevrosi. Per il genere, un capolavoro. E il genere non è l'hardcore.

"It follows" ritorna, a modo suo, alle cantilene punk, quelle con i coretti: ma lo fa in modo così deformato e tecnicamente perfetto quanto variegato da spogliarli dell'essenza (la goliardia). Finisce con un tenue fischio più zombie che cowboy: come dire che quando il malessere è interiore pesa maggiormente di quello esteriore, che diventa anzi come ingenuità (anche il look del gruppo segue questa linea: semplici vestiti trascurati, pantaloni strappati, camice, felpe: come tutti, niente più; come il look, così la musica, proprio per questa eterna normalità, rimarranno sempre attuali: come a dire che l'indifferenza è la verità).

"Think again" cambia ancora le forme di regole che sono pienamente quelle Fugazi: un altro capolavoro, fatto di passaggi basso-batteria da conservatorio, chitarre oscure e roventi per rinsaldare il tutto, battezzato da una voce coinvolgente tanto nelle strofe, mitragliate alla velocità della luce, come nei ritornelli, dove la melodia è raggiunta in extremis, a fine parola, come trascurata, come di sfuggita: e raffinatissimamente. Il finale poi è lasciato all'intervento di un basso che finisce per fare lo strumento solista con la chitarra che l'accompagna. E questo sarà nei Fugazi: sezione ritmica protagonista, chitarre a delineare i contorni dell'emergere vocalico.

"Look back and laugh", nella sua sofisticatezza primitiva, nel suo nucleare preistorico, conferma il fatto che questo è il migliore lavoro dei Minor Threat e il lavoro fondante per i Fugazi: conferma però anche che questo lavoro non è hardcore: essendo molto più evoluto, colto, complesso, concettuale. Non la chitarra elettrica che suona Mozart, ma Mozart che suona la chitarra elettrica. A brani come quelli di quest'album si ispireranno un po' tutti: e ne avranno tutte le ragioni. Dopo aver fatto ri-nascere, o approdare al suo stato definitivo e in parte invalicabile l'hardcore, i Minor Threat dettano le regole anche per il "post".

"Sob story" è un arrembaggio che va a scavare di nuovo (vedi il ritornello spastico) in certa demenzialità punk, per mostrare che fagocita anch'essa una seriosità espressione del tragico dell'esistere. Tragedia senza pubblico e tanto più disperata, dunque, perché non può né mostrarsi né così sfogarsi.

"No reason" presenta subito una sezione ritmica antitetica all'hardcore e vicina al jazz: la chitarra rimane l'unico baluardo del genere, e la voce di MacKaye è come se sciogliesse i suoi messaggeri di saggezza (basso e batteria: l'arte post-hardcore) chiamandoli alla carica con chitarre e voci delle più rumorose e potenti (l'hardcore, che fondamentalmente è questione esistenziale).

"Little friend" distende subito un tappeto che potrebbe essere, salvo gli eccessi d'accompagnamento di basso e batteria, hardcore, ma la chitarra rimane a cantare sparutamente (non accompagnata: la sezione ritmica prosegue la sua strada spietatamente) per quanto a più non posso, come una sirena tra le conflagrazioni cosmiche. L'urlo del cantante le dà manforte, ma come per spingerla al soffocamento.

"Out of step" ripropone, eleggendolo a manifesto, il brano del secondo Ep: ancora strati di basso e batteria, in un campo di battaglia parallelamente condiviso dalla chitarra e dalla voce, che ora mitragliano sino alla incomprensibilità e ora, ma sempre violentemente, sembrano indugiare in qualche aria più riflessiva.

Nel 1985 esce l'Ep Salad Days, che raccoglie tre brani registrati nel dicembre '83. "Salad days" inizia con bassi che promettono molto, ma continua con un hardcore mediocre né pieno né post; frammisti interventi acustici e gong. Il salto verso la dimensione Fugazi è ancora in parte prematuro.

"Good guys don't wear white" è un riadattamento dai Count Bishops (Inghilterra, 1977), più chiaro l'intento di raggiungere la dimensione-Fugazi; con una cover MacKaye può più agevolmente sperimentare sull'estetica dell'operazione.

"Stumped" è il capolavoro dell'Ep e un brano pienamente Fugazi. Incredibilmente evoluto per l'epoca (la media dell'epoca almeno): in una miniatura di un minuto e mezzo, riesce a dilatare i confini temporali per infondere effetti potenti e sincopati, eppur cameristici; la voce di MacKaye è come di chi ha vissuto molto e molto forte e ora può usare questo grande margine per confidarsi in una surrealistica armonia, lontana tanto dalla retorica quanto dal pop. Complesso quanto un garage-funk, questo pezzo (che molto deve al Pop Group, ma anche ai Clash) raggiunge la perfezione nella resa emotiva, concettuale ed estetica. Sembra una canzonetta, per l'incedere rocambolesco ed il tono non-curante, ma è un gioiello di calibrate architetture armoniche, melodiche e ritmiche.

La Complete Discography uscita nel 1988, oltre a tutto quanto su esposto, regala un paio di inediti fra cui una cover degli Wire ("12XU": e si noti cosa fanno i Minor Threat del garage-punk inglese, considerato un punto di riferimento dell'hardcore) e il capolavoro "Cashing In" (oltre tre minuti). Questo brano dice gran parte di ciò che sapranno dire non solo i Fugazi, ma anche gruppi come i Faith No More. Tralascia la trascinante tragicità di "Stumped" per un insieme di trovate dove una melodia tra il toccante (per l'amara autodistruzione) e il sarcastico (per la voluta ignoranza) convive con sofisticate evoluzioni strumentali: ancora hardcore e jazz, con un filo di punk melodico. Finisce, dopo una sublime coda strumentale, surrealisticamente e metafisicamente a cappella.

A parte i Fugazi (e non è poco...), dai Minor Threat non si originerà più nulla di apprezzabile. La diaspora nel 1983 porterà a un albero genealogico intricato e caratterizzato da una sorta di gelosia reciproca che porterà in pratica ciascun membro-fondatore del gruppo a prendere parte ai progetti riguardanti di volta in volta i singoli con altre "famiglie". In particolare, MacKaye vorrà essere onnipresente, come per proteggere o comandare i propri figli.

La ristretta comunità hardcore mostra così le sue possibilità di estendersi a macchia d'olio tra gruppi più o meno limitrofi, ma perde al contempo - fermo restando questo humus di conoscenze comunque un cemento importante - la propria ragione artistica fondativa, che, nel caso dei Minor Threat, verrà ritrovata solo nei Fugazi.

I Dag Nasty (1985-89) dovrebbero essere la più immediata continuazione del progetto Minor Threat. Vi prende parte attiva, come chitarrista, Brian Baker; MacKaye si occuperà della produzione, Nelson della grafica. Ma si tratta soltanto di un insipido, inutile, brutto neo-hardcore. Baker sarà nel periodo più mediocre dei Meatmen, e infine in quello ancora più mediocre dei Bad Religion (1995-2002), tentando di sostituire Brett Gurewitz..

Nelson sarà negli High Back Chairs (1989-1993).

Lyle Preslar sarà prima con Baker nei Meatmen, poi nel primo album dei metal-hardcore Samhain (1983-1990), l'incredibile band di Glenn Danzig post-Misfits.

Mackaye, sempre a Washington, darà vita agli Embrace (1985-86), quindi ai Fugazi (dal 1987).

Minor Threat

Viaggio oltre i confini dell'hardcore

di Tommaso Franci

I Minor Threat di Ian MacKaye sono stati tra i grandi protagonisti della stagione hardcore americana. Ma sono stati anche tra i primi a superare le frontiere del genere. E la loro lezione ha influenzato una miriade di band a venire, a cominciare dai fondamentali Fugazi
Minor Threat
Discografia
 Minor Threat EP (Dischord, 1981)

 

 In My Eyes EP (Dischord, 1981)

 

 Salad Days EP (Dischord, 1985)

 

Complete Discography (anthology, Dischord, 1988)

8

 Minor Threat Live (live, Dischord, 1998)

 

 Out Of Step (Dischord, 1998)

 

 Minor Threat (Dischord, 1998)

 

 First 2 (Dischord, 1998)

 

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