27/10/2011

Death In June

Carlito's Way, Retorbido (PV)


di Federico Gennari
Death In June

Death In June 1981-2011: il trentennale della band storica inglese è stato celebrato con un tour europeo di vaste proporzioni, tra cui due date in Italia; in particolare la data in Nord Italia, la cui notizia è arrivata un po' dopo l'annuncio quella di Roma, che venne annunciata (e paventata) come l'unica nel nostro paese, e anzi ultima in assoluto per chi avesse voluto vedere i DiJ dal vivo. Infatti Douglas P., a età avanzata e dopo innumerevoli dischi, successi, polemiche ed esibizioni, ha deciso di porre fine almeno alla parte dal vivo della sua creatura.
Questo ha portato sollievo a chi non pensava di spostarsi e scompiglio per chi, appassionato, già si era fiondato sulla data di Roma, ma alla fine il giorno è arrivato.

Retorbido è un paesino sperduto (?) alle porte di Voghera, a ben 90 chilometri dalla più raggiungibile Milano e il Carlito's Way un simpatico pub che si dà anche ai concerti. L'area adibita è un po' piccola per tenere la calca (400 biglietti limitati fin dall'annuncio) e il palco certamente non è da grande evento (10 centimetri in più avrebbero di certo giovato alla visuale) ma l'acustica è davvero buona.
Tempi stretti per via della natura del locale stesso: inizia il trittico Vurgart, Fire+Ice, DiJ a ridosso dell'orario di cena, tempi di sicuro normali a livello europeo ma decisamente scomodi per chi lavora e abita nei grossi centri abitati, tutti decisamente lontani (c'è chi si è spostato dall'Emilia, e anche dalla Svizzera); il preambolo per giustificare il mio arrivo a Fire+Ice già iniziati, e quindi un giudizio non dell'esibizione in toto.

Capitanati da Ian Read, storico collaboratore di Pearce a fine anni 80, eminente capo di una "setta" esoterica inglese di concezione moderna/sincretica - gli Illuminati of Thanateros, i curiosi possono leggere su Wikipedia - e folksinger a tempo perso, il cantautore britannico non ha mai raggiunto vette di notorietà, ma di sicuro un discreto manipolo di apprezzatori. Minimale, ma di elevata sensibilità, il folk di Ian Read in studio è colorato di piccoli contributi di flauto, e violino o altro, mentre dal vivo è stato giusto accompagnato da qualche percussione sparsa e una chitarra acustica.
In questo caso la voce stentorea di Read non è riuscita a far amalgamare bene gli ingredienti, e il risultato è stato abbastanza piatto, di sicuro molto inferiore al potenziale che il progetto ha sempre avuto.

La formula di Doug non è poi molto differente, e sul palco si presentano in immancabile mimetica e maschera lui e John Murphy (uno dei percussionisti più presenti della grey/brown area, dagli SPK ai suoi Knifeladder), che però opta per il bianco anziché la mimesi marrone.
I primi tre pezzi, tra cui l'esordio di "Till All Living Flesh Is Burn", sono versioni a sola voce e percussione pesante, con giusto i campanelli, piccole campane tubolari e una base con ulteriori voci campionate da film a dare un tocco extra.
L'atmosfera è abbastanza sperimentale, ma sarà l'unico momento in cui verranno usate le basi (chissà perché no, poi); senza un vero gruppo alle spalle (vera debolezza, secondo me, per i DiJ) il concerto sarà totalmente in acustico (come da anni a questa parte invero) e la scelta sarà quella di arrangiamenti acustici abbastanza diversi dagli originali in studio, per la delusione di alcuni e la gioia di altri. Il vantaggio di P. rispetto altri è il poter gestire chitarra e voce assieme, infondendo una sincronia e un'energia che altrimenti manca a tante formazioni neofolk dal vivo; inoltre quasi tutti i pezzi verranno suonati accelerati, dando un ritmo molto diverso dal tocco sensuale e malinconico del neofolk.

Alla fine ci si ritrova in un concerto rock più che folk, e invece del chansonnier maledetto abbiamo un P. allegro, in ottima forma (cosa che a Roma si dice non sia stato, rendendo non solo più breve il concerto, ma anche meno interessante e non privo di problemi tecnici). Una performance che rende i suoi grandi classici (più o meno tutti presenti: "She Said Destroy", "To Drown A Rose", "Runes And Men" - con il testo leggermente cambiato, e invece di "Drinking German wine" dice "Italian" - "Luther's Army", "Giddy Giddy Carousel", "Rose Cloud Of Holocaust", "Symbols Of Sun", "Little Black Angel", come "Before Christ And Murder Love", "Kameradenschaft", "Death Of West", assieme ai più recenti "Peaceful Snow", dall'ultimo album, e "All Pigs Must Die") delle rivisitazioni energiche, rese più coinvolgenti di quanto non riuscirebbero gli intimisti originali suonati in mezzo a un folla pressata e rumorosa, grazie al ritmo sostenuto di Murphy, tra tamburi, batterie e gong.

Pur trattandosi di versioni acustiche molto scarne - e, ribadisco, credo sia questo il punto più criticato dai detrattori - il coinvolgimento è pieno e, inoltre, la buona resa sonora dà un gran contributo in questi casi, tra volume e acustica, spostando l'atmosfera da solenne e tragica cui molti associano la visione guerresca dei DiJ (a proposito, gente in divisa o simili non era presente tra il pubblico) a quella ironica, energica e anche sentimentale che in genere non viene molto notata.
Chiude la serata "C'est Un Rève", un trionfo di percussioni e di accalorato tripudio, e non manca il tocco di originalità con la frase "Ou est Klaus Barbie? Ou est Gheddafì? Dans le coeur noir! liberté c'est un rève...", aggiornando l'ipocrisia occidentale di chi convive con personaggi negativi, e sottolineando come questi siano in realtà sempre in mezzo a noi e come, anzi, esista sempre la possibilità che ognuno di noi ne nasconda uno (quindi non solo una valenza politica ma anche personale, come spesso accade coi testi dei DiJ).

La piccola folla radunata sembra essere stata veramente entusiasta del concerto, sebbene non siano mancate le persone con opinione contraria, e pure nettamente opposta; ad esempio, la velocizzazione dei brani è stata anche sentita come "facciamo in fretta che andiamo presto a casa", ma dall'altra parte è stato possibile avere un gran numero di pezzi in ben quasi due ore di concerto e due bis decisamente accalorati.
Viste tutte le polemiche che hanno investito Pearce soprattutto negli ultimi anni, io direi che il gran numero di soddisfatti sia molto più importante, perché essi mostrano che la capacità dell'uomo artista in realtà non sia finita come si dice.

Per chi fosse interessato, ecco il blog ufficiale del tour, con dettaglio di ogni data:
http://dij30.blogspot.com/

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