12/07/2011

Mogwai

Spaziale Festival, Torino


di Marco Florio
Mogwai

Ai torinesi sembrerà di essere in India, ultimamente. Tasso di umidità alle stelle, asfalto bollente e notti insonni sfiniscono ormai da giorni i rassegnati abitanti, anche se poi ogni tanto piove, uno si aspetterebbe il classico temporale estivo ma "temporale estivo" è ben più che un eufemismo: capita che in pochi minuti il cielo riversi sulla città una quantità d'acqua che basterebbe a dissetare uno stato dell'Africa per una settimana. E così, quando verso le 20 di martedì 12 luglio mi avvio verso lo Spazio 211, luogo ormai di culto che ospita da anni i migliori concerti indie di Torino, basta uno sguardo all'insù per rassegnarmi all'idea che anche ai Mogwai, ospiti del capoluogo sabaudo dopo una lunga assenza, toccherà in sorte un concerto bagnato. Nuvoloni grigi e carichi di infausti presagi si addensano sullo Spaziale Festival 2011.

 

Intorno alle 21,30 gli addetti tolgono i teli che coprono strumenti, spie e amplificatori: del temuto monsone quotidiano per ora non c'è traccia, anche se l'aria odora di pioggia, oltre che degli effluvi tipici di ogni live che si rispetti. Il concerto può iniziare regolarmente.

La band si materializza sul palco intorno alle 22. Dopo una breve presentazione ("Siamo i Mogwai da Glasgow" - per chi fosse capitato qui per caso) si comincia con il brano che apre il loro ultimo disco, "Hardcore Will Never Die, But You Will"; non c'è dubbio, pochi gruppi al mondo scelgono con altrettanta ironia titoli di album e canzoni, come ben sanno i fan della band scozzese.

Dalle prime note ho la sensazione che la resa degli strumenti, e in particolare della batteria, non sia perfetta, e per un gruppo come i Mogwai questo è tutt'altro che un dettaglio, penso con un po' di apprensione. Chiedo conforto ai vicini ma non c'è conferma alla mia tesi, anche se poi le prime variazioni dinamiche di "White Noise", brano tra i più festanti di tutto il loro repertorio, fanno passare in secondo piano il dettaglio acustico. E poi, quando dopo qualche minuto si passa a "Rano Pano", con una folta schiera di chitarristi, ufficiali e non, a introdurre il brano in divertente sequenza, mi sembra che qualcosa sia cambiato in meglio, e l'attacco della batteria è decisamente, finalmente, quello che ci si aspetta.

E intanto fanno due brani del nuovo album (su due); che "Hardcore Will Never Die, But You Will" sarà il grande protagonista del concerto se l'aspettano tutti e in fondo è giusto, come ben sanno anche quelli, e sono tanti, che "i vecchi dischi sono sempre i migliori", e potendo chiederebbero ai loro beniamini di suonare solo brani che hanno almeno dieci anni.

 

"I'm Jim Morrison, I'm Dead", che invece sta nel loro penultimo disco ("The Hawk is Howling") rende molto meglio dal vivo rispetto alla versione in studio: dall'intro à la Sakamoto fino alla fine la sensazione è che la cura spasmodica del dettaglio, che qualcuno scambia per nordica freddezza, si sposi alla perfezione con il piacere incondizionato e sconfinato dell'esibizione live, una specie di paradosso che i Mogwai riescono a sbrogliare come pochi altri gruppi al mondo. Che poi il loro ultimo disco sia anche il più solare lo conferma "Death Rays", brano in fondo assai classico, ma con quegli accordi in maggiore della tastiera di Barry Burns e le successive tripudianti esplosioni chitarristiche che sembrano voler dire ai presenti che la vita è bella, nonostante tutto. Qualcuno alza le braccia, saturo di felicità, qualcun altro, forse, starà pensando che prima o poi toccherà anche a lui. C'è molta gratitudine, tra i presenti.

 

Con "Killing All The Flies" si torna ai tempi, nemmeno tanto lontani, di "Happy Songs For Happy People": il vocoder dialoga in modo impeccabile con le chitarre incendiarie di Stuart Braithwaite e John Cummings, in uno dei format più riconoscibili del gruppo, che ancora in pochi, a dire il vero, si sono spinti a imitare. In "San Pedro", invece, protagonista indiscusso è il duo basso-batteria, che martella un quattro quarti lineare eppure irresistibile, tanto da scatenare chi tra i presenti vorrebbe in quel momento essere al posto del batterista Martin Culloch a sfogare le proprie frustrazioni - o a sbandierare la propria euforia - picchiando sul rullante come un forsennato. In molti dei loro album, a pensarci bene, c'è un brano che suona più o meno così, basti pensare a "Batcat" o a "Glasgow Mega-Snake".

Dopo la breve sbornia rock, c'è spazio per i più romantici, che il languido strumentale di "Haunted by a Freak" manda letteralmente in visibilio.

 

"Mexican Gran Prix" è un altro brano serrato che mette a dura prova timpani e corde, mentre ascoltando le non imprescindibili "You're Lionel Ritchie" e "New Paths To Helicon" penso, per la prima e unica volta durante il concerto, ai brani che sono rimasti fuori dalla scaletta ("Like Herod" su tutte, ma anche "Glasgow Mega-Snake" e "Scotland's Shame"). Ma ci sta, alzi la mano chi è uscito una volta nella vita da un live senza pensare alle canzoni che avrebbe voluto ascoltare al posto di qualcuna di quelle che ha ascoltato.

Ci si avvia al finale con un brano vecchio di dieci anni, "2 Rights Make 1 Wrong", che anche nella dimensione live conserva un fondo di smaccata malinconia, altro tratto caratteristico della band, seppur spesso nascosto dai fasti rumoristi, con quel finale lisergico un po' alla Stereolab che sembra in realtà non finire mai.

I saluti di rito precedono "Batcat", ennesimo irresistibile diluvio chitarristico, scandito da una sezione ritmica possente con la solita, metronomica precisione: restare fermi è impossibile, anche se nella musica dei Mogwai manca del tutto qualsiasi suggestione dance(reccia).

 

Al rientro sul palco il chitarrista John Cummings si arrampica sul palchetto della batteria e per i quattro minuti di "Auto Rock" picchierà come un forsennato sui piatti con le bacchette di feltro, illuminato da una luce rossa e vagamente sinistra che irradia verso l'alto, in linea con l'andamento marziale del brano: è una delle poche concessioni "scenografiche" della serata, perché di virtuosismi, tecnici e scenici, i Mogwai non hanno bisogno per esaltarsi ed esaltare il pubblico.

Si chiude in bellezza con "Mogwai Fear Satan", il brano che concludeva "Young Team": era il 1997 e in tanti, ascoltandolo, pensarono allora ai Mogwai come ai My Bloody Valentine del nuovo millennio. Si sarebbero ricreduti, ma senza rimpianti.

Mentre il brano va lentamente dissolvendosi in un oceano di feedback, i musicisti salutano ed escono di scena, uno alla volta. L'ultimo è Stuart Braithwaite, che ringrazia e se ne va dopo aver appoggiato a terra la chitarra e sistemato ad arte volumi e distorsori, così che quella coda di rumori e liquidi riverberi ci accompagni ancora per qualche minuto, prima dello stop.

 

Nessuno, nel frattempo, si è più ricordato di guardare in alto: il miracolo è compiuto, è mezzanotte e non una goccia d'acqua è scesa a disturbare la festa. Il temporale arriverà solo a notte fonda.

Setlist
  1. White Noise
  2. Rano Pano
  3. I'm Jim Morrison, I'm Dead
  4. Death Rays
  5. Killing All The Flies
  6. San Pedro
  7. Hunted By A Freak
  8. Mexican Grand Prix
  9. You're Lionel Richie
  10. New Paths To Helicon
  11. 2 Rights Make 1 Wrong
  12. Batcat
  13. Auto Rock
  14. Mogwai Fear Satan
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