28/01/2012

Ben Frost

Chiesa Evangelica Metodista, Roma


di Alberto Asquini
Ben Frost

Parli di droni e ti figuri davanti litanie scure, profonde, impenetrabili. Salvo poi scoprire l'esistenza di scie anche molto più dolci e soavi o, al contrario, cattive e feroci. Se Ben Frost si assesti sulla prima linea, sulla seconda o sulla terza, non sono mai riuscito davvero a capirlo a fondo. Riuscirebbe a essere dolce negli istanti più impetuosi, quanto tenebroso nei momenti più quieti. Una Chiesa Evangelica Metodista, le sue vetrate verticali, un soffitto altissimo offrono l'occasione di percepirlo questo tutto, questo disegno chiaroscuro che apre il suono a qualcosa che va ben oltre la percezione.

L'Australia gli diede i natali, l'Islanda lo ha reso quel che è. Lo sguardo severo là dietro le macchine, la barba bionda da uomo del nord e una chitarra ciondolante a mezz'aria, quasi lasciata a sé stessa. E un pubblico foltissimo, più educato e rispettoso di ogni più rosea previsione. O forse era solo merito di una musica, di un flusso senza interruzioni che ti pietrifica, che ti estranea rispetto a quel che hai attorno, che ti fa alzare lo sguardo in alto, cercando di capire cosa ci sia oltre quel tetto, oltre il cielo e le stelle.

Lupi ululanti in apertura, un suono che ingrossa le sue fila harsh in un moto orrorifico e brutale e che vira nel volgere di breve tempo in un drone impetuoso e imponente, come mai sentiti: tremavo io, tremavo nel petto, stridevano le vetrate, vibravano muri e restituivano alle macchine il suono che queste stavano rilasciando. In un continuo dare e avere si consumava una empatia tanto comunitaria nell'espansione del suono, quanto intima e privata per ciascuno. E allora eccolo, un beat profondo e secco stagliarsi ancora una volta su drones lievissimi e glaciali, elevarsi ora improvvisamente, ora con perizia e pazienza. E ancora l'etereo scorrere di scie sotterranee, con la chitarra che accenna qualche accordo che allunga le sue note, le fa strisciare sul pavimento ghiacciato e le eleva in quell'antro. I rimbombi, fantastici, si moltiplicano.

Ma non cambia il risultato, non cambia nulla. Con tutti lì fermi, chi con le macchine fotografiche, chi agitando il capo, chi immobile. Tutti lì, in un vero rito pagano. Alla fine, in un incontro di nature, flebile si spegne la messa, in un battito ottudente che muore in un isolazionismo silente. Lunghi capelli rossi davanti a me come fila d'un canto, occhi socchiusi e un volto che ora s'abbassava, ora s'alzava. Innamorarsi è un attimo, vedere la tua vita e il tuo universo lì, altrettanto.

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