YUICHIRO FUJIMOTO - Kinoe

2005 (Audio dregs)
avantgarde

Piccoli suoni per istanti preziosi. Minuscole particelle

timbriche adatte a giornate sporcate da nuvole grigie. Questa l’essenza del

disco. Spumosi pulviscoli di polvere screziano una manciata di canzoni.

Yuichiro Fujimoto fin dalla prima adolescenza è rimasto affascinato e

attratto dalle arti visive/sonore. Studia musica nel suo complesso, ma non

apprende mai le nozioni per suonare uno strumento specifico. Nei momenti liberi

s’ingegna per catturare e congelare istanti sonori, scampoli di freschezza,

aneliti di scintillante perfezione.

Cresciuto sotto l’ala

dell’artista-tutto-fare norvegese Kim Hiorthøy, compone piccoli bozzetti nei

suoi primi anni d’attività, che vengono racchiusi in quel gioiellino del nuovo

millennio che è “Komorebi”. Straordinaria capacità di cesellare spaccati di pop

deviato. Estrema fantasia e capacità di uscire dagli stilemi del genere. Esordio

luccicante. L’etichetta che licenzia il disco è la coraggiosa Smalltown

Supersound, straordinaria realtà della musica altra d’oggi giorno.

A

distanza di un anno esce “Kinoe” su Audio Dregs.

Bolle d’aria stratificata

veleggiano un cielo statico, praline di zuccherosa dolcezza spumeggiano nello

spazio, trasparenti linee circolari raffigurano disegni d’infantile ingenuità.

“Kinoe” ha le sembianze di una stanza vuota. Rumori di sottofondo riescono a

spezzare un ammorbante silenzio d’intensità fuori dal comune. Una stanza sola.

Solitaria. Rannicchiarsi nell’angolo più scabroso e iniziare a vaneggiare un

paesaggio immacolato. Orizzonti di timida felicità. Spazi infiniti di celestiale

bellezza. Colori, sfumature, particolari, aneliti, luce, buio,

genesi.

Dopo i 20 secondi di rumorosa intimità di “In The Groove” il

tragitto inizia con “Drawing Of Stars”. Titolo fu mai più adatto. Scintillante

xilofono con cadenza regolare si presenta e con tocchi di delicatezza angelica

disegna le stelle. Sparse in cielo. Disordinate e sfavillanti. Minimali fraseggi

di organo trattato con un segno marcato effigiano un cielo scuro e orrendo.

Sporadici accordi di chitarra completano l’opera rendendola perfetta e

perfettibile allo stesso tempo. Sul finire il rumore più puro satura lo spazio

sonoro e non si percepisce altro che il sentore di una catastrofe interstellare.

Sei minuti in cui la pace regna con fermezza assoluta.

La successiva

“After Rain” lascia senza parole. Ancora uno xilofono (e cosa sennò?) disegna

ricami ritmici di visionarietà terrena. Note si incontrano, sbattono,

ricircolano, fluiscono, combattono. Con lo scorrere dei secondi la base

s’imbastardisce con rigurgiti digitali. Intorno al baricentro del pezzo c’inonda

una centrifuga di bleep. Casuali animaletti timbrici zampettano ovunque

nella nostra mente. Saltellanti esseri rimbalzano per le pareti immaginarie come

una pallina di un flipper proveniente da Marte. Tutto ciò dura soltanto 4

minuti, ma vorremmo che non finisse mai.

L’introduzione di “Morning

Dance” lascia presagire un pezzo un pochetto più movimentato. Percussioni in

sottofondo a mo’ d’accompagnamento e una fisarmonica in primo piano impegnata a

ricamare una sinuosa linea sonora.

Intorno al minuto uno schiocco di

lacerante intensità interrompe tutto. Entriamo in un tunnel buio e infinito.

Aria asfissiante e spazio compresso. Ora, la fisarmonica è lenta, scorbutica e

stanca. Un sottofondo di noise elettronici attraversano la nostra mente come un

coltello affilato taglia un pezzo di burro. Sporadiche acusticità variegate

impreziosiscono. Una suite per viaggi bui in una città situata in un

isola deserta dove il sole è oscurato.

Intermezzo di registrazioni

ambientali provenienti da un negozio di animali in “Cook Doodle Doo Is Music”.

Sentiamo scimmie, uccelli e tutto ciò che la vostra fantasia faunistica possa

immaginare. Immacolati fraseggi di chitarra ri-compaiono puntualmente.

Bozzetto ultra-lo-fi per solo xilofono in “Kid Play. Mom Nap”. Altra

gemma appartata e deliziosa.

Si sente una penna marchiare a fuoco i propri

segni su un foglio nella successiva “Without Mabataki”. Con il lento trascorrere

dei secondi un’anima sonora si intromette e inizia a infettare i piccoli rumori

concreti. Completa (e)stasi. Fa capolino quasi d’incanto un pattern

elettro-(so)nico. Chitarre processate e spolpate iniziano a saturare la

struttura. Polvere analogica proveniente dal terreno di un pianeta fuori da ogni

sistema solare. Il nostro scrittore continua imperterrito a sporcare il suo

piano di lavoro. Termina la propria opera in un complesso intrecciarsi di

pattern ritmici. Ornamenti sonori per pittori spaziali.

Malinconica e straziante suite pianistica per esseri malati in

“Listen to Grandpa’s Youth”. Note minimali e sornione faticano a prendere il

largo con sicurezza. Un cuore d’altre epoche sanguina ininterrotto davanti a

questi 4 minuti. Menti romantiche sogneranno un futuro migliore all’udire tanta

pienezza. Rumori d’acqua purissima screziano il procedere, sul finire. Colonna

sonora per una notte da amare e odiare contemporaneamente. Tormentandosi davanti

ai propri errori e debolezze.

In punta di piedi e sorniona inizia la

successiva “Harmony”. Svariati minuti di melodie spartane e povere. Uno

strumento a corde utilizzato per decantare le parole dell’anima. Semplice,

preciso, senza pretese. Al minuto due è catastrofe. Gli stessi suoni ingenui e

sinceri di prima vengono depredati da una macchina. Riprocessare un suono tanto

puro per renderlo macabro e scabroso. Sporadici scrosci di noise spumoso

avvelenano. Un organo proveniente dallo spazio interstellare sale di tono e

sovrasta ogni altro suono portando al completo rumore. Cristallino, pungente,

invadente. Reiterazione prolungata che sa di perfezione.

I sensi si

riposano in un dolce cullare di xilofono da ninna e percussione essenziale nel

minuto abbondante di “Sunday Music Club”. Un suono scarno pieno di senso. Il

paradosso sta tutto qua.

Capolavoro di cristalline fattezze, poco dopo. “An

Octave Of Shells” è l’immersione in un mare profondo e oscuro. Sfrigolante

luccicare di un synth analogico, scoordinate note di piano alieno tratteggiano

un fondale infinito, movimentati rumori aumentano una pressione già a livelli

insostenibili. Gelo, solitudine, orizzonti, sensazioni.

Spaccato di

originalità compositiva, ancora palesata, nella penultima “Forest’s Name”.

Composizione completamente basata ancora su quella fisarmonica tanto odiata e

maltrattata in precedenza. Qua il suono esce sano e puro. Ancora il tanto amato

xilofono torna a fare la sua parte e, insieme a campanellini di vario genere,

orna e impreziosisce. Nessun trattamento estraneo. Limpido luccicare e

incontaminato vociare di strumenti classici.

Conclusione affidata a quei due

minuti scarsi di “Old Bird Tape”. Lasciarsi andare al flemmatico andamento di

una chitarra a bassa fedeltà, ammirare lo strarnazzare scomposto di un’armonica

fuori posto e fuori luogo. Ma proprio per questo ammirevole.

Terminando

il racconto, si può parlare di un disco sognante e intoccabile. Una gemma dalla

perfezione chimica. Un quadro dai colori e tratti immaginifici. Una donna dal

corpo scultoreo. Un’opera da scoprire, amare e consumare.

30/04/2026

Tracklist

  1. 1. In The Grove
  2. 2. Drawing of Stars
  3. 3. After Rain
  4. 4. Morning Dance
  5. 5. Cook Doodle Doo Is Music
  6. 6. Kid Play. Mom Pap
  7. 7. Without Mabataki
  8. 8. Listen to Grandpa's Youth
  9. 9. Harmony
  10. 10. Sunday Music Club
  11. 11. An Octave Of Shells
  12. 12. Forest's Name
  13. 13. Old Bird Tape

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