Poche chiacchiere. Vengono da Montreal, Canada. Suonano rumore.
Adorano farsi fotografare nudi. Sono pazzi, probabilmente. Sono in quattro e
hanno nomi strani. Tre uomini a spartirsi chitarra, basso e batteria e una donna
che, più che cantare, blatera frasi sconnesse Dicono di voler esaltare lo
spirito, ma intanto martoriano il corpo. Quello del rock. Un nome, il loro,
fatto apposta per infastidire i benpensanti. Manco ce ne fosse bisogno!
Basterebbe da solo qualche secondo di questo loro micidiale Ep. Un corridoio
senza fondo. Una camera degli orrori. Vederli dal vivo, e poi morire. Cartoline
dall'inferno.
La prima, "Spit Tastes Like Metal": sputacchi metal-blues e fuochi di sbarramento. Lo
spirito punk che non se ne è mai andato. Un cancro bello e buono. Disgustosi,
violenti e distruttivi. Spastiche mitragliate beefheartiane. "Chinese
Roulette", per l'appunto. Un gioco pericoloso. Confusione e benedizione. I
feedback che dipingono lo spazio con l'acido. Pulviscoli radioattivi e
presagi negativi ("We Multiply"). E poi, corri corri, la mente che arriva fino a
Glenn Branca, alle sue nevrosi massimaliste, al suo lucido disegno rock,
claustrofobico e austero ("The Hat Collector"). Un momento di inattesa
distensione, quest'ultimo, che è quasi una chiamata alle armi, un preparare il
terreno per il fulmineo incipit grind-core di "Vampire King", presto
mandato alla deriva in uno spaventoso maelstrom di chitarre sfregiate,
urla e detonazioni. La furia assassina dei Napalm Death e l'azzanno
free-noise dei Dead C.
Un connubio insano, tanto che l'incipit di "Panty Mind" risulta quasi spiazzante
con il suo farsesco e demenziale umore poppy. Ma è solo una strizzatina
d'occhio, perché quelli che seguono sono secondi di pura
confusione-esasperazione.
C'è poco da stare tranquilli, insomma. Questi
ragazzi spaccano il culo. Che il rock sia anche e forse soprattutto questo
fantomatico auto-dilaniarsi compiaciuto ed ebete, chi può dubitarne? Muro contro
muro. E chi s'è visto s'è visto! Tutti gli strumenti - voce inclusa - suonano
dannatamente esagitati, costretti a fare gli straordinari. Suonano altezzosi,
"heavy", tormentati, viscerali. Fuori controllo. Come il basso in modulazione
che alza il sipario sulla lunghissima e terminale (in tutti i sensi…) "Some
Sexual Drawings", accesa da distorsioni sibilanti e paranoiche. C'è da
sorridere, tanta è la tenerezza di un tamburello che timidamente tenta di farsi
strada in questa incredibile frattura armonica che balugina da un fondo
lontanissimo. Roba che, al confronto, moltissime delle noise-band in
circolazione fanno cover di jingle pubblicitari. E, se l'unico difetto è quello
di risultare ancora un pochino acerba, di certo questa è musica talmente
mostruosa e vitale da farci venire voglia di spaccare vetri con le mani.


