Cavolo, mi sono detto: questi Saves The Day hanno venduto oltre mezzo milione di copie, hanno avuto l’onore di suonare con Green Day, Weezer e Blink 182 e hanno appena pubblicato un nuovo disco, il loro quinto per la precisione. Quale migliore occasione per tastare il loro stato di salute, allora. Peccato, però, che dalle mie parti siamo abituati a diffidare e, il più delle volte, le cose finiscono per confermare i nostri timori.
Questi ragazzi del New Jersey ci danno dentro, fanno bene il loro compitino, ma la sensazione che siano l’ennesima band senza un’anima e senza personalità è più forte di qualsiasi slogan trionfalistico e di qualsiasi numero di dischi venduti. Fosse per quello, poi, non staremmo nemmeno qui a raccontarci queste quattro fregnacce, ma, al massimo, leggeremmo statistiche e indici di borsa. Indie-rock con spazzi di emo-core , la musica dei Saves The Day svela proprio nell’iniziale “Head For The Hills” il suo nuovo corso. Sgambettano, accelerano (“The End”), fanno i virtual-sensuali, a tratti sembrano quasi una britpop band, in verità. Con un piglio più hard intavolano sciccose strutturazioni (“Shattered”) oppure farneticano frenetici, con tutto l’armamentario d’ordinanza, stacchi inclusi (“Say You’ll Never Leave”).
Non poteva, poi, mancare la solita power-ballad in perenne, quasi estenuante ricerca di punti di fuga (“Eulogy”). Siamo pur sempre alla fiera dell’ovvio, non dimentichiamocelo. E, allora, non meravigliamoci nemmeno dell’omaggio indiretto o diretto (chissà…) a certi Pennywise d’annata, che poi, a ben guardare, sono proprio dei Green Day belli e buoni (“Dying Day”). Chissà quante band suonano questa roba negli scantinati di mezzo mondo! Chissà quante di loro provano o avranno provato a fare cosine laccate come “34”, mentre, di sfuggita, ripetono una stanca lezione di punk-pop dozzinale (“Diseased”).
Poi, giusto per staccare un po’ la spina, si cimenteranno, magari, con quelle ballate che i diabetici dovrebbero assolutamente evitare (“Don’t Know Why”), lavorando, nel tempo libero, con delle variazioni sui cliché (la title-track ). Siamo alle solite: molto fumo e pochissimo arrosto. “Bones” e “Delusional” fanno di tutto, ma proprio di tutto per non sfruttare appieno la loro occasione. E che cosa possiamo dire, quindi, se non che sapevamo pure come sarebbe andata a finire: “Hell Is Here”. Ovvero, il frullatore delle soluzioni che abbiamo avuto modo di segnalare, con un pizzico di quella retorica e di quel moralismo che ci fanno venire voglia di prenderci un pò di riposo dal mondo.
02/06/2006