Eccolo. Ecco cos'è rimasto di quegli anni Ottanta. Un riciclaggio, una scopiazzatura, una noia. Quella di cui è portatore sano questo quartetto di Dublino, i Delorentos; e con loro tanti, troppi, e ancor di più loro simili. Il palmares classico è fatto di qualche data di apertura per i tizi e cai più fighi del mondo... o per gli Arctic Monkeys, colleghi illustri di effimera grazia ricevuta; di un paio di singoli uguali e/o di un paio di album uguali.
Che poi, tornando al caso di specie, almeno questi qui hanno la minima concezione di come si scriva una canzone: peccato gli venga piuttosto male; e peccato sia sempre la stessa ripetuta per dodici. Voce un po' british e un po' lamentosa, tanto Chris Martin (giusto perché è più facile imitare lui che Thom Yorke) e poca personalità. Solite chitarre wave, una brutta elettrica lucida e un suono inspessito: Echo & The Bunnymen senza lati oscuri; Franz Ferdinand con meno attitudine danza.
Motivetti e idee poco brillanti, e via dritti nel dimenticatoio: "Leave It On" è l'ennesima rilettura di "My Sharona"; "Stop" è il prevedibile momento di ballo; "Eyes Open" è la ballatona ferita. Quelle di "Do You Realise" e "Hands Off The Boy" sono due delle melodie da giovinastri scapigliati fra le più banali e fastidiose del genere. L'unico guizzo è "Eustace Street", che fa il verso ai Cure più pop.
Non ci sono molte altre parole per commentare; o meglio: ci sarebbero ma non è il caso. Tempo perso, quello necessario a una filippica che verrà presa per snobismo o per invidia quando invece è solo l'incazzatura nei confronti di chi vuole spacciare robaccia per musica di qualità. La differenza fra questo disco e uno di Jennifer Lopez è che a lei un paio di canzoni decenti le scrivono. Che qualcuno voglia continuare a produrre cose del genere ci può stare (anche perché una su cento è valida); noi, però, dovremmo iniziare a far finta che non esistano.
(17/04/2008)


