Avevamo detto di Sublime Frequencies in occasione del bellissimo disco compilativo dedicato all’eroe del pop siriano Omar Souleyman. Tocca tornarci su, ma con estremo piacere, perché l’etichetta di Alan Bishop è un cantiere in costante work in progress, con uscite sempre degne di nota o quantomeno curiose.
Stavolta abbiamo deciso di orientare i riflettori su un’altra compilation dal fascino esoterico, “Music Of Nat Pwe: Folk And Pop Music Of Myanmar Vol. 3”. Orbene, vi risparmio discorsi sulla controversie passate riguardanti l’utilizzo del nome Myamar/Burma, basti sapere che stiamo parlando della Birmania, paese tristemente balzato all’onore delle cronache proprio in questi giorni.
Ma qui discorriamo di musica, di conseguenza giusto due parole sulla genesi culturale dei cosiddetti Nat Pwe.
Dunque, pare che in Birmania molte persone credano agli spiriti Nat, figure storiche morte in modo violento, e che avrebbero il potere di aiutare, ma anche devastare, la vita di chiunque le riconosca.
Il Pwe è una cerimonia propiziatoria officiata allo scopo di tenere tranquilli i Nat e ottenere il loro favore nelle cose terrene. Così tra medium (i kadaw), trance mistiche, corpi posseduti e costumi dai colori sgargianti, i Nat Pwe, etnograficamente parlando, si iscrivono nel lotto delle performance culturali, intese come modalità di autoriflessione e identificazione. La raccolta in questione ne riprende alcuni, testimoniandone le modalità estetico/sonore.
Allora saltano all’orecchio affinità con i Gamelan indonesiani, rispetto ai quali suonano appena appena più grezzi, immediati o fors’anche spontanei. Hanno di certo un retrogusto maggiormente pop, e ciò nell’utilizzo di forme circolari, o meglio ricorsive (rituali per l’appunto), pur nel pieno arbitrio in cui agisce la parte strumentale, che infatti muove secondo modalità totalmente free form.
Strutture libere quindi, realizzate senza intenzioni preventive, ma seguendo unicamente l’elemento istintuale. Da questo bisognerebbe partire per una riflessione seria su ciò che da noi s’intende per “improvvisazione”. Alla prossima puntata, però.
Qui mi piace sottolineare ancora una volta il forte senso di straniamento indotto dall’ascolto di modalità espressive tanto aliene all’orecchio occidentale. Si badi, non è semplice folklore, ma l’essenza di un popolo che, attraverso il rito e la capacità trascendentale della musica, si rigenera di continuo.
25/10/2007