Produrre un album pop confezionandolo in un abito impeccabile non è a mio avviso più un pregio: è un elemento indispensabile, che oggi possiamo, con la tecnologia e l’esperienza, anzi, dobbiamo, dare per scontato. “Don’t judge a book by its cover” dice un vecchio adagio anglosassone, non giudicare un libro dalla sua copertina.
Questo album è prodotto con maestria e si avvale nel brano migliore, “Nature Of Things”, addirittura della chitarra del grande Ry Cooder il cui figlio, il percussionista Joachim, qui figura come co-produttore, musicista, e mente dietro al progetto.
I due, tra l’altro, fanno parte della poderosa band Hello Stranger, con base a Los Angeles, nella quale Joachim si è rivelato non solo grande percussionista, ma anche batterista dal solido drumming.
Che dire della voce cristallina di Juliette, che a volte sembra versare argento scintillante nelle orecchie dell’ascoltatore come nel raffinato pop cinematico, da title track “bondiana”, di “The Big Middle”, brano sostenuto da un piano Rhodes in sincopato vibrato? Voce bellissima e versatile, Juliette è riconosciuta regina del Keytar (tastiere portatili usate a tracolla come chitarre, da cui il neologismo che fonde keyboard e guitar), grazie ai tanti concerti che tiene prevalentemente nella sua Los Angeles.
“Wait Until Spring”, altra perla di questo album, è un brano strumentale, che potrebbe ricordare la Cinematic Orchestra, veramente insinuante, intelligente. Anche l’opening track “Hearts”, vagamente world, con didgeridoo a raccontare con voce uggiosa, parla linguaggi contemporanei con grazia, cori gospel ed elettronica, qui usata con la cura di spezia preziosa.
Poi si tratta di pop intelligente e ben confezionato, come “Your Ghost”, che rimanda al sound britannico di qualche anno fa, o “Overcome”, che ancora vede la chitarra di Ry Cooder sfaccettare diamanti di traslucida bellezza, oppure “All Your Days”, con layers di voce a sovrapporre io narranti in ipnotico incedere sui synth e le percussioni di Joachim. “Everything I Love”, dall’incantevole incipit, rivela però un songwriting ancora un po’ acerbo, e il pop troppo 80s e commerciale della title track delude non poco.
Peccato, una leggera pressione sull’acceleratore avrebbe davvero potuto produrre un piccolo capolavoro.
22/04/2009