Gregor Samsa

Rest

2008 (The Kora) | slowcore

Due anni fa, l’apprezzato “55:12” aveva segnalato i Gregor Samsa per la capacità di allontanarsi con obliqua passionalità dagli ormai asfittici assiomi del post-rock romantico e orchestrale, matrice originaria che pur aveva caratterizzato le loro prime opere, sotto forma di due Ep e di un mini album.
Adesso la band, originaria della Virginia e facente capo alla coppia Nikki King e Champ Bennett, ritorna trasformata nel suo assetto e nella sua fisionomia artistica: la formazione, trasferitasi a New York, si è allargata fino a diventare un vero e proprio collettivo di una dozzina di musicisti, non più meri collaboratori, ma parte integrante dell’elaborazione del nuovo album, che pone con decisione l’accento sullo sviluppo delle dilatazioni e dei rallentamenti che già arricchivano “55:12” di suggestioni slowcore e sinuosi retaggi psichedelici.

Come il suo stesso titolo sembra voler suggerire, “Rest” è un lavoro incentrato su soffuse lentezze orchestrali, frutto da un lato dell’ampia strumentazione impiegata – comprendente pianoforte, vibrafono, celesta, clarino e il fondamentale contributo degli archi – e dall’altro della più attiva partecipazione, in termini di scrittura e anche di interpretazione, di Rick Alverson, mente e anima degli Spokane.
E proprio all’estrema lentezza e al peculiare ambient-core di quella band i Gregor Samsa sembrano tendere con decisione nelle nove, intensissime tracce di “Rest”, lungo le quali svaniscono del tutto le residue scorie post-rock, dissolte in un torpore ovattato e dolcissimo, ove alle chitarre si sostituisce un’impeccabile impostazione cameristica, a tratti non così distante da accenni di “modern classical”, espressi dal lento stillare di note del pianoforte.

Benché l’album inclini in maniera molto netta alle sospensioni temporali e alla narcosi ritmica, lo slowcore da camera dei Gregor Samsa presenta pronunciati caratteri distintivi, in grado di svincolarlo dal lusinghiero quanto scontato accostamento ai Low. Se, infatti, un’analogia con la band di Duluth può ravvisarsi in talune lentezze claustrofobiche e in una certa insistenza sull’iterazione incrementale dei suoni, l’album presenta una struttura personale e sorprendentemente complessa, come dimostrano le innumerevoli variazioni disseminate appena oltre la superficie di brani che solo un ascolto frettoloso potrebbe far apparire statici e monotoni.
Su un substrato costituito in prevalenza da sparse note di pianoforte e incorniciato da arrangiamenti d’archi emozionali e notturni, la band inserisce di volta in volta vocalizzi evanescenti e melodie più definite, che culminano in vere e proprie canzoni, in bilico tra la sognante solennità dell’intreccio vocale da brividi di “Ain Leuh” e le reminiscenze distorsive di “First Mile, Last Mile”, unico brano in cui affiora una breve impennata elettrica.
In questa varietà di sensazioni e nella loro abile combinazione, risiede l’essenza più apprezzabile di un lavoro ricchissimo di delicate sfumature e pregevoli spunti melodici. I Gregor Samsa riescono, infatti, con straordinaria naturalezza a tradurre in forma semplice e toccante esili armonie che spaziano dallo spettrale minimalismo di “Rendered Yards” – cammeo di sola voce, vibrafono e pianoforte – all’angosciosa ossessività di “Abutting, Dismantling” e persino alle tinte goticheggianti del violino dell’incantata “Pseudonyms”.

L’habitus sonoro dei brani non risulta tuttavia mai opprimente, tanto che anche i loro momenti più cupi vengono agevolmente dipanati da aperture orchestrali e da un lieve romanticismo di fondo, sempre molto sobrio e privo di cedimenti a prevedibili derive dallo studiato impatto emotivo. Al contrario, l’effetto avvolgente della musica dei Gregor Samsa si coniuga qui con un rigore compositivo che sullo scheletrico ambient-core di base innesta trame finissime di voci angeliche, sussurri impalpabili ed occasionali interferenze originate dal synth e da discreti field recordings.
Il tutto viene compendiato alla perfezione nel brano collocato al centro del lavoro, quasi a costituirne l’ideale chiave di volta: “Jeroen Van Aken” è un sogno ad occhi aperti lungo oltre otto minuti, costellato da pennellate policrome e da continue ripartenze, tra melodie eteree, crescendo stranianti e intermezzi di maggiore concretezza. Proprio qui si manifesta nella sua compiutezza l’avvenuta transizione stilistica della band e al tempo stesso la vibrante espressività della sua musica; tanto da potersi arguire che alla dedica di questo brano sia sotteso un parallelismo tra la liberazione dal peccato attraverso l’arte, che ispirava l’opera del pittore fiammingo del XV secolo richiamato dal suo titolo, e le qualità anestetiche della musica dei Gregor Samsa, mille miglia distante dalla frenesia del reale, dagli ascolti “mordi e fuggi” e in grado di trasportare in una dimensione atemporale, semplicemente carezzando corde nascoste con l’emozionalità di una calma apparente ma in realtà scossa da innumerevoli palpiti sotterranei.

(01/05/2008)

  • Tracklist
  1. The Adolescent
  2. Ain Leuh
  3. Abutting, Dismantling
  4. Company
  5. Jeroen Van Aken
  6. Rendered Yards
  7. Pseudonyms
  8. First Mile, Last Mile
  9. Du Meine Leise
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