Damian Harris, in arte Midfield General, noto per aver fondato l’etichetta che ha lanciato Fatboy Slim (la Skint Records), non lasciava traccia discografica di sé dal lontano 2000 con “Generalisation”. Conosciuto come uno degli uomini più affabili del business pop inglese, vanta una rinomata carriera come dj e remixer che dura ormai da molto tempo: il tocco usato nei locali di tutta l’Inghilterra ha fatto ballare miriadi di folle bisognose di svago danzereccio. Fondatore del Big Beach Boutique a Brighton, ha viaggiato per tutto il mondo suonando i suoi dischi preferiti e sdoganando un suono fluido (al tempo fu chiamato big beat), strana mistura fra leftfield-pop, hip-hop, stralci cinematici, house e techno.
Nonostante questa anima errante, il musicista che era in lui ha iniziato a prendere decisamente piede, fino a costringerlo all’isolamento a Parigi, dove si è trasferito per abbreviare i tempi d'uscita del suo nuovo album. Trovata la pace necessaria per radunare le idee, Damian è riuscito a completare “General Disarray”. Calderone di ficcante vivacità, l’album si fa apprezzare sia per i singoli episodi (l’irresistibile grime di “Disco Sirens”, cantata dalla metà femminile dei Bumblebeez) sia per la complessiva varietà: si possono trovare strumentali notturni e cinematografici (flussi electro anomali in “137 Piano”, melodie da night-club alternativo per “Dennis And My Sister”) o episodi electro-pop infettati (da dieci e lode la progressione di “Bass Mechanic”, meccaniche robotiche in “Seed Distribution”).
L’influenza del trip-hop è sempre stata forte su entrambe le metà di Damien (artista e distributore), al punto da indirizzare le sue scelte gestionali e compositive. Attraverso l’aiuto dell’attore Ralph Brown, reinterpreta uno sketch radio in cui viene narrato il viaggio di un ragazzo con colonna sonora malinconica in sottofondo (“Teddy Bear”), la voce di Pat Stalworth in “Loving Laughter” viene decomposta con un corredo di liquidi accordi di chitarra. L’omogeneità con cui la materia viene presa in considerazione mostra esperienza e controllo. In entrambe le canzoni sono presenti elementi del celebre suono di Bristol, ma sempre distanti da quello stereotipo. Un paio di macigni urticanti vicini all’electro-clash più grezzo (flussi chitarristici anomali in “Love Thy Self”, ritmi plastici e seducenti per “On The Road”) conducono alla parte finale, in cui spicca “Error”, perfetto esercizio di cut-up stilistico.
Condotto da mente sapiente e navigata, “General Disarray” racchiude suoni elettronici d’alta scuola, impasta tendenze e recupera un gusto genuino per la composizione squisitamente variegata e frizzante.
(26/01/2009)


