Pittrice, originaria del Wisconsin, figlia adottiva dei nuovi circoli pre war-folk newyorkesi, Matteah Baim inaugura la sua carriera solista nel 2007, dopo la breve parentesi Metallic Falcons (in duetto con la Cocorosie Sierra Casady), dando vita a uno dei lavori più intensi del firmamento cantautorale a tinte rosa degli ultimi anni, “Death Of Sun”. Un affresco pastorale denso di venature acide, incrocio subliminale di psichedelia grezza e weird folk di primissima scelta, adagiato su scale ritmiche riconducibili ai sentieri sacri delle suadenti poetesse folcloristiche dei primi Settanta, a scuotere l’intera cerchia di estimatori dell’esotismo musicale dai tratti rigorosamente femminei, nipote diretto del flower power e parente stretto del movimento intimista/femminista dell’Oregon. Un album che seduce gran parte della critica e degli addetti ai lavori, e che proietta Matteah Baim tra le giovani promesse del folk mondiale.
Due anni trascorsi tra Chicago e New York, spesso seguita da una fitta schiera di musicisti del calibro di Robert “Lichens” Lowe (Tv On The Radio, 90 Day Men), Hisham Akira Bharoocha (ex-batterista dei Black Dice), Leyna Marika Papach e Rob Doran (Pit Er Pat), e la Baim riappare nuovamente sulle calde scene indipendenti, partorendo la sua seconda fatica, “Laughing Boy”, ispirata (e commossa) dalla lettura del celebre libro di Oliver La Farge sui nativi americani (dal quale ruberà il titolo). Con esso, l’autrice americana perfeziona ulteriormente quel suo personale percorso musicale, costantemente condito da visioni ancestrali, esasperato da sfumature orchestrali mai invasive. Difatti, in “Laughing Boy” la spiritualità è estratta dal cilindro con pacatezza angelica, mentre la melodia affonda lieve su morbidi tappeti acustici.
Il dado è tratto con elegante parsimonia e la temperanza melodica riempie ogni zona d’ombra. Fin dai primi accordi, tutto è ampiamente scandito seguendo una formula d’intenti prossima sia ai profondi turbamenti di Sybille Baier, sia alle oscure conformazioni di Patty Waters.
In sostanza, siamo dinanzi a un’opera maiuscola, dove poesia e musica corrono in parallelo.
A condurci verso le praterie del disco, è un violino angelico e tremolante. La liturgia estatica di “Pagoda” proietta l’anima verso paesaggi celesti. L’ugola vellutata della Baim e le timide cadenze percussive anestetizzano tatto e udito. L’ipnosi è tutta da ricercare nella perizia strumentale e artistica della giovane autrice statunitense, capace di inscenare un vero e proprio mantra ritmico/riflessivo in “He Turned My Mind Around”, o di danzare vocalmente come una musa d’altri tempi, senza ricorrere necessariamente ai falsetti di turno, sorretta da carezzevoli violini e wah-wah sbarazzino ("Birthdays"). “Bird Of Prey” è l’omaggio appena sussurrato alla poetica di Jim Morrison, mentre “Wildness” segue linee melodiche imperscrutabili, e sembra suggerire appieno l’inafferrabilità compositiva della Baim, sfuggendo a qualsiasi forma di fruibilità, volutamente compressa in un walzer repentino di oscurantismo “pop”.
L’attitudine a "defilarsi", senza apparentemente stupire, è di casa, come saggiamente mostrato nell'ambiguità umorale di “Black Heads” e nei due minuti frizzanti di “Orange Juice Guitar”. E’ Robert Lowe, invece, a firmare la bellissima “Monkey Chat”, sorta di ballata mistica strutturata secondo le ricette weird (?) del folk contemporaneo. Mentre “Big Cat” scroscia come un piccolo ruscello di collina, in un trotto di violini lacrimanti e arpeggi malinconici, con la Baim perennemente "distaccata", avulsa da acuti e alzate di tono. Il sipario cala sotto gli applausi andalusi di “Temple Dogs”, in una danza acida di chitarre e tamburi in levare.
“Laughing Boy” conferma "semplicemente" la bontà artistica e l’estro immacolato di Matteah Baim. Un inno alla raffinatezza e al potere terapeutico della quiete pastorale.
(28/05/2009)


