Non è un caso che Dominick Fernow, meglio conosciuto come Prurient, si dedichi, da qualche anno a questa parte, al progetto black-metal Ash Pool, in coppia con Kris Lapke (Alberich, Furisubi, Northern Cross). Non è un caso perché il suo harsh-noise, spesso e volentieri, ha rasentato la forza bruta e il substrato esistenziale di quel genere (viene in mente, qui su due piedi, “Lust End”, brano capolavoro dell’ottimo “And Still, Wanting”).
“For Which He Plies the Lash” è il secondo disco del duo e segue “World Turns On Its Hinge”, uscito nel 2007. Meno ostico del suo predecessore, quest’ultimo lavoro si mantiene, comunque, su livelli mediocri (vabbe', “World Turns On Its Hinge” era, a tratti, dignitoso). Non bastano le urla feroci, non bastano le chitarre tirate per i capelli o gli allunghi a perdifiato: questo è un disco inutile, da cima a fondo. Che Prurient voglia prendersi una vacanza, ci sta. Ma che continui a farlo con roba così piatta e inconcludente, davvero non si capisce. Potrebbe dedicarsi alla pesca, per dire… Ma è solo un’idea.
Si diceva, quindi, di un suono meno abrasivo: chissà, forse i due stanno cercando di vendere qualche copia in più. Il fatto è che, per racimolare qualcosina, ci vorrebbero brani meno scontati di “Holocaust Temple” (che tenta anche qualche apertura innodica…), “A Sacrifice Consumed By Fire” e “Big Bang Black Metal” (quest’ultime, dalle sembianze thrash). Il tormento e la disperazione che Fernow e Lapke vorrebbero sputare in faccia all’ascoltatore (e che in “Porcelain Cancer Spear” presentano toni epici e in “White Dwarf Death Mask” si manifestano attraverso una progressione talmente ossessiva da rasentare uno stato di trance) risultano, purtroppo per loro, posticci.
Arrivati a “Dancing Death Masters”, dunque, la noia prende definitivamente il sopravvento. Le chitarre continuano a sfrecciare come dannate e la voce spiattella perversioni a ripetizione, ma la nostra pazienza ha ormai staccato la spina.
Poi non dite che non vi avevo avvisati…
(23/04/2010)


