OndaRock



 1. My Cabin  
 2. Probububbly  
 3. Middle of Nowhere  
 4. Dorothy (Dictaphone)  
 5. Right Next Door  
 6. Rolling Home  
 7. Married Creature  
 8. Ain't No Two Ways
 9. Mop and Broom  
10. Trees  
11. Lost Dogs  
12. Bottom-Class Middle-Feeding Top Hat Duet  
13. Left Bag  
14. Psycholology  
15. This Is Good  
16. Chequered Past



EMIT BLOCH

Dictaphones Vol. 1
(One Little Indian) 2010
folk
E’un pugno nello stomaco, l’album di Emit Bloch. Sgraziato, ostico, sporco e polveroso, la formula low-fi trascinata al suo limite, country song per sola voce, chitarra e armonica, registrate tra scatole di birra e pasti consumati in fretta su tavole consunte.

L’iniziale “My Cabin” enuncia le peculiarità dell’album senza alcun compromesso, le canzoni sono ricche di grinta e raramente oscure e delicate. Il suono, simile a quello di un bootleg o di una registrazione storica, è una scelta economica e stilistica che rasenta la provocazione. Solo dieci euro per affidare le canzoni di “Dictaphones Vol. 1” a un improbabile pubblico afflitto dal dubbio se tutta l’operazione non rasenti l’inganno.

Coinvolgente, ricco di splendide canzoni nella più pura tradizione folk anni 60, “Dictaphones Vol. 1” è puro genio compositivo spogliato da contaminazioni tecnologiche. Emit Bloch possiede una voce vibrante che sfronda le parole in una musicalità che sembra naturale, suoni e voce fluiscono con la stessa energia di una cascata.
Bloch è un abile chitarrista posseduto da una follia visionaria che contagia l’ascoltatore, è difficile resistere alla forza trascinante che trasuda dalle composizioni più vivaci, come "Rolling Home" o “Ain't No Two Ways”, ancor più complesso è non rendersi conto delle qualità dell’autore di fronte ai due episodi clou dell’album, ovvero la superba country-novel "Probububbly", che scivola come un racconto d’altri tempi, e la sublime poesia di "Dorothy (Dictaphone)" che accoglie banjo e voce femminile con delicatezza ed eleganza.
Sono invece primordiali e volutamente scanzonate le due saltellanti ballate “Mop And Broom” e “Bottom-Class Middle-Feeding Top Hat Duet”, frutto naturale della ricerca delle radici del folk americano.

La sensazione che l’autore usi l’estrema povertà tecnica per centrare il cuore armonico di canzoni dal fascino incerto è rafforzata dall’ascolto di brani come "Right Next Door" e “Psycholology”, che in altra guisa sarebbero incapaci di coinvolgere e stuzzicare. D’altro canto brani come “Middle Of Nowhere“ e “Married Creature” possiedono una forza lirica capace di sopravvivere a qualsiasi rilettura stilistica.

“Dictaphones Vol. 1” è un album privo di forzature, la sensazione di mistificazione scompare a ogni ascolto, la purezza e l’ingenuo candore di brani come “Trees” e “Lost Dogs” non troverebbero spazio in quella operazione stilistica furba e premeditata che alcuni critici ipotizzano.
L’unico sforzo che è richiesto all’ascoltatore è quello di rinunciare alla seduzione della tecnologia e di immergersi nell’ascolto di “Dictaphones Vol. 1” come se fosse frutto di un’intercettazione telefonica, solo che qui di scandaloso c’è solo la sensazione che questa voce del folk americano resti oggetto di culto per pochi impavidi.

(08/07/2010)