Il fascino immutabile della musica soul, della musica funky e della psichedelia rigorosamente seventies continua a imperversare nell'incontenibile microcosmo Stones Throw. Stavolta è il trio Stepkids a fungere da detonatore negli studi della label losangelina, seguendo di pochi mesi lo "straccia classifiche" Aloe Blacc. Pare quindi rafforzarsi il sospetto che l'immacolata "rivisitazione" di suoni e percorsi post motowniani inizi seriamente a incarnare ben più qualche isolata coincidenza.
Ecco presentarsi dunque il più classico dei dualismi critici, ovverosia benedire a occhi chiusi cotanta sfrontatezza, lasciandosi semplicemente cullare dalle rapaci e avvolgenti melodie, o pretendere ad ogni costo nuove idee da anteporre al richiamo di quella veemente nostalgia che in casi come questo sopprime qualsivoglia congiunzione tra presente e passato?
Ovviamente non esiste oggettiva risposta a tale inquietante interrogativo. Se non altro è lecito procedere con ardita cautela nei meandri dell'omonimo esordio di questi simpatici tre strumentisti e goliardici cantori, già noti come turnisti doc dei circuiti r'n'b della East Coast, magari cercando di capire dove finisce l'omaggio incondizionato ai padrini del passato e dove in qualche modo possa trasparire una certa personalità.
Se volessimo comunque quantificare i paralleli a cui la mente è soggetta per tutta la durata dell'album, avremmo già abbondantemente consumato la tastiera. Parliament, Bee Gees, Hendrix, passando per Sly Stone e Stevie Wonder. Ghetto e anima. Funky e falsetti a iosa. Pezzi come "Brain Ninja" e "Suburban Dream" avrebbero di certo scalato qualsiasi classifica del pianeta a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. "Legend In My Own Mind" è invece la ballata corale dall'ampio respiro soul, capace di penetrare nei cuori e nelle anime di tutti coloro che rimpiangono con una certa forza quegli anni.
Non c'è tregua e i tre mostrano una naturale propensione per i bassi birichini e i colori forti ("Santos And Ken"). Ma non solo. C'è tutto il romanticismo di questo mondo nella folcloristica "La La", mentre "Wonderfox" mescola follia Gong e il Brian Jackson più ispirato, così come la broadwayana e sognante "Cup Half Full" esula da qualsiasi modernità, rispedendoci per un attimo nella contea di Westchester.
Shadows On Behalf
14/01/2012