Tenhi

Saivo

2011 (Prophecy) | neofolk

"Un mito riguardante il mondo di Saivo è che uno vi entra attraverso un anfratto sul fondo di un lago. Per me un aspetto di Saivo è che può essere letto come una metafora dei Tenhi: mentre suono e faccio della musica posso tuffarmi verso il fondo e trovare un nuovo paesaggio per l'immaginazione, nel quale i vincoli della vita quotidiana non valgono"
Ilmari Issakainen

Saivo, ovvero "il mondo dove la morte vive". La straordinaria mitologia dei Tenhi, forse la band principe del neofolk, si arricchisce di un altro capitolo, a ben cinque anni dalla loro ultima pubblicazione, "Maaäet". Nel frattempo dal gruppo finlandese si è staccata una delle sue costole, il chitarrista Illka Salminen, che aveva fondato, nel lontano 1996, i Tenhi insieme a Tyko Saarikko. Non è un mistero, però, e la stessa band lo fa sapere, che Salminen fosse un mero esecutore di quanto creato da Saarikko e dal terzo componente fisso del progetto, il polistrumentista Ilmari Issakainen, entrato nel gruppo a breve distanza dalla sua formazione.
La lunga attesa per l'uscita di "Saivo" è festeggiata inoltre da una riedizione completa della produzione dei Tenhi da parte della Prophecy Records, nella quale si trova anche quell'"Airut: Aamujen" che costituisce la prima parte della saga che "Saivo" chiude idealmente.

A volte guardare il mondo, o una parte di esso, dall'esterno può rivelare cose che l'occhio ormai abituato a certe forme e colori non sa più distinguere. Quella del neofolk è, un po' come il metal, una delle nicchie per antonomasia - che, certo, i Tenhi hanno contribuito e ancora contribuiscono a estendere, ma pur sempre una nicchia. Per chi lo guarda dal di fuori, può apparire uno dei generi più inclini al caricaturale, al grottesco, col suo fare austero, a volte persino marziale, l'orgoglioso rifiuto dell'inglese che porta le gutturali lingue nordiche a disegnare l'immaginario di un passato, in fondo, del tutto di finzione.
In questo mondo (come in altri, com'è ovvio; probabilmente tutti, se vogliamo), nel quale la miopia e l'autoreferenzialità paiono essere dietro l'angolo, gli sciamani Tenhi sono riusciti invece a creare qualcosa di estremamente personale, rendendolo inoltre appetibile a un pubblico ben più vasto di quello che possono vantare le altre band importanti del movimento.

Ed è significativo che "Saivo", forse il lavoro più spiccatamente neofolk del gruppo, meno contaminato (almeno all'apparenza) da frequentazioni con sonorità contemporanee, riesca ancora nel miracolo. L'austerità si fa addirittura sacralità nel coro funebre di "Saaten Soutu"; ogni nota del disco, spesso silenzioso e impassibile, ma acceso da repentini moti di oscuro furore, brilla di un acume spirituale che sfugge a classificazioni estemporanee e recinti, mostrando la caratura universale dell'ispirazione di Saarikko e Issakainen.
In "Saivo" tutto, infatti, è misurato, forse vi sono alcune delle tracce più minimaliste della carriera dei Tenhi (la grazia reverente degli arpeggi glaciali di "Surunuotta"), ma è un silenzio che riempie gli spazi e permette ai rari interventi percussivi di deflagrare con un'intensità plasticamente "naturale", ad esempio nelle folate traboccanti di fervore di "Haaksi".

È il prog, qui, ad ammiccare agli ascoltatori, così come nei cambi di tempo improvvisi di "Pojan Kiiski", in cui è ancora il coro a lanciare le escursioni strumentali del gruppo verso le piane del permafrost e le punte innevate delle ascetiche conifere finlandesi. Il miracolo dei Tenhi, affine, nella sua realizzazione pratica, a quello dei Sigur Ros (della cui ricetta i Nostri detengono almeno una parte di paternità) e sostanzialmente mai raggiunto dalle band di casa nostra, è quello di usare la tradizione in modo abbastanza consapevole da riuscire con essa a toccare le corde del mondo contemporaneo, dalla nostalgia per il mondo naturale che permea la poetica del gruppo alla mitizzazione del passato di un presente confuso.
Rischiano, anche, i Tenhi, nell'espressività diretta, quasi solare, jonsiana insomma di "Savoie", ballata maestosa, dai toni epici, che diventa un intermezzo quasi straniante nell'incedere del disco, di certo emozionante ma difficilmente emotivo; forse più di tutte le tracce mostra i segni, nel bene e nel male, della commistione di moderno e ancestrale della musica del gruppo finlandese.

Ma è il brivido dell'evocazione sciamanica di tracce come "Vuoksi" a conferire al disco il suo fascino, nella solitudine risonante dell'arpeggio di chitarra che si moltiplica brulicante nel riverbero di contrabbasso e nel volatile accenno di violino, a riprodurre con grande senso estetico quella malinconia che non è somma delle esperienze soggettive ma vera e propria attitudine contemplativa e di aspirazione a Qualcosa. Da quest'ultimo, che pare insondabile, innominabile, nel paganesimo dei Tenhi, fatto di una religiosità istintiva e senza volto, proviene la solennità di "Pauluu Joelle", traccia, ancora, in cui gli archi illuminano a fasci la scena, e il bellissimo coro polifonico di "Sees", che svanisce lentamente al cospetto di un'invisibile manifestazione.

Questo è, insomma, un assaggio dell'ispirata venerazione presente in questo "Saivo", opera che, pur essendo probabilmente la meno "rock" del gruppo finlandese, non smette di sorprendere per attualità: basti guardare al numero di band di estrazione anglosassone in area "chamber-etcetera" che tentano di evocare in musica il mondo naturale, riuscendovi solo in modo molto parziale rispetto alle oscure agnizioni dei Tenhi (stupendo il "portale dimensionale" dei dieci minuti di "Siniset Runot").
Alziamo i boccali, dunque: lunga vita a Tyko Saarikko e Ilmari Issakainen.

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(12/12/2011)



  • Tracklist
  1. Saivon Kimallus
  2. Pojan Kiiski
  3. Uloin
  4. Pienet Purot
  5. Saaten Soutu
  6. Haaksi
  7. Surunuotta
  8. Savoie
  9. Vuoksi
  10. Paulu Joelle
  11. Sees
  12. Siniset Runot
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