Matthew E. White

Big Inner

2012 (Spacebomb) | psych-soul, jazz-blues, country

Pur possedendo delle caratteristiche originali ben definite, l'idea del progetto “Big Inner”, esordio di Matthew E. White, è ambiziosa e molto lontana dalla concettualità cantautorale. Le sue sono infatti strutture sonore che non germogliano da giri armonici di chitarra acustica, ma da una consapevolezza più ampia della interazione tra strumenti, voci e flussi orchestrali, che pescano tanto dal soul quanto dalla psichedelia.
Matthew è cresciuto ascoltando Chuck Berry e i Beach Boys, studiando jazz al college e incrociando la musica di Thelonious Monk e John Coltrane. E' poi l'incontro con il trombettista Steven Bernstein che ha stimolato la sua curiosità verso l'arrangiamento e la soul music, così l'autore, pur proseguendo le sue sperimentazioni col gruppo jazz dei Fight The Bull, ha scoperto il fascino della musica di Allen Toussaint, Curtis Mayfield, Randy Newman e della Band.

Realizzato per la sua etichetta Spacebomb, l'album “Big Inner” è un album ricco di una spiritualità universale: la simpatia per il collettivo soul-psichedelico The Rotary Connection, e la sua adesione a una comunità di musicisti che opera ai confini delle grandi metropoli, rende infatti palese lo spirito libero del musicista.
E i sette giorni di registrazione richiesti, per un disco prevalentemente acustico (unica eccezione la chitarra e il basso dello stesso Matthew), dimostrano pienamente questa libertà: l'iniziale “One Of These Days” apre con otto fiati, cori gospel-soul e ben tre sezioni ritmiche, ma il tono dimesso rimanda ai Lambchop e a Van Morrison, la dolcezza quasi dark contrasta il giocoso refrain country e il crescendo pulsante dei fiati raggiunge l’estasi mistica.

La paura che a tal meraviglia corrisponda comunque una discontinuità creativa viene subito cancellata: il blues stile Stax/Motown di “Gone Away”, che accompagna il racconto dell’incidente stradale in cui è morto il cugino, ha la forza mesmerica di un classico evergreen, in converso il funk swingante e ricco di brio di “Steady Pace” suona come la fanfara della spensieratezza e della gaiezza spirituale.
Così, tra arrangiamenti orchestrali degni di Randy Newman e Van Dyke Parks, e coralità figlie di Allen Toussaint e della scuola di New Orleans, l’album scopre tessiture subliminali sotto un minimalismo sapiente. La voce per altro si fa sottile come un bisbiglio, senza mai diventare un falsetto, mentre jazz e psichedelia restano costantemente in agguato per stravolgere le strutture soul e funky (si ascolti “Hot Toddies”). Non è inoltre difficile intravedere dietro le morbide ritmiche di “Will You Love Me” un leggero profumo di reggae e musica caraibica, tutto assemblato con uno spirito lo-fi che non è figlio della cultura indie ma della sacralità della grande tradizione americana.

Quel che è certo, è che non c’è spazio per dubbi o incertezze in “Big Inner”: la catarsi finale di “Brazos” scorre come un film in bianco e nero, omaggiando Jorge Ben e tutti gli esploratori dell’universalità della musica, la quale trova in Matthew E. White il mentore più autorevole per entrare nel Terzo Millennio.

(27/03/2013)



  • Tracklist
  1. One of These Days
  2. Big Love
  3. Will You Love Me
  4. Gone Away
  5. Steady Pace
  6. Hot Toddies
  7. Brazos


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