Israel Martinez

The Minutes

2013 (Aagoo) | ambient, avantgarde

Lo sperimentatore messicano elettroacustico Israel Martinez ha dimostrato di essere uno dei più valenti pupilli dell’”Ecole de Musique Concrete” degli ultimi anni in collezioni come “Cubensis” (2005, liberamente scaricabile) e “Nareah” (2009) e lunghi incubi come “Weekend” (2007). “The Minutes” è però la prima opera che lo impone al panorama internazionale, e lo showcase non potrebbe essere più perfetto e destabilizzante allo stesso tempo, una suite di un’ora a tecnica mista Throbbing Gristle-iana.

Attacca “Borrados”, 2 minuti di musique concrete e canto di strada; “Oblique Conjectures” lo approfondisce: un trambusto di fondo e un’elegia rarefatta e scomposta che dà voce a emozioni subliminali, ma è anche simbolo di vita tarpata non appena è investita da una valanga elettronica radioattiva. La lezione della “Dark Country Road” di Wiliam Fowler Collins è portata alle estreme conseguenze in meno della metà della sua durata.

Tuoni e pioggia imperversano un po’ ovunque, tanto che quasi tutta la suite sembra una lunga variazione su questo tema descrittivista. Gli episodi più allucinati sono proprio quelli che quasi giocano con quest’idea. Per esempio “Xiriah”: mentre una concertina cerca di intonare una ninnananna (in realtà solo una stridente non-armonia atonale), un nugolo di sub-frequenze cosmiche aumentano lo status allucinatorio, fino a un duetto tra tremori di martello pneumatico e uccellini cinguettanti. “Ojodeagua” è il più violento e disgiunto, da shock senza ritorno, generato da rombo inquietante in pianissimo, quindi annichilito da una sciabolata di rumore “a diluvio”, a fondersi in un suono di acqua corrente, infine crivellato da un altro tifone di distorsione.

Appena più “umane” sono “Tribonera”, sinfonia sempre più cacofonica di mitraglie elettroniche, carrarmati e una sorta di cinguettii tropicali, e “Lamira”, sibilo radioattivo che diventa caleidoscopio di dissonanze industriali, fino a un riverbero grandioso che amplifica la sensazione di panico e smarrimento. “Tabula Pacifico”, tra dissonanze e armonici da canto aborigeno e mantra spaziale senza parole, raggiunge una stasi finale ben lungi però dall’essere consolatoria. I più brevi e calmi interludi, come il quadretto concreto di “Sada” (brusio/rombo a intermittenza, rumori in uno spazio immenso contrapposti ai rumori di viandanti in primo piano) sembrano voler aumentare più che diminuire l’intensità sonica.

Ha un posticcio piglio documentaristico sulla socialità quartomondista, dell’immigrazione e dei migranti, in qualche modo riconoscibile e rassicurante. In realtà erige una sorta di terrificante astrazione naturalista, una “Creation Du Monde” di Bernard Parmegiani diventata distruzione, un viaggio sonico che compone e non mostra soltanto usando elementi perfettamente non-musicali e talvolta nemmeno acusticamente definiti, tonalmente alieni, un’orgia post-industriale, un affresco che va oltre l’idea di alienazione di qualsiasi era. Irrazionalità ed evocazione in un colpo solo. Concepito e composto interamente in Messico tra 2011 e 2012 (il massimo acutizzarsi della recessione nell’America Latina). Una cartolina, numerata, inclusa in ogni copia.

(06/12/2013)

  • Tracklist
  1. Borrados
  2. Oblique Conjectures
  3. Tribonera
  4. Lamira
  5. Sada
  6. Xiriah
  7. Bohemia
  8. Ojodeagua
  9. Tosho
  10. Tabula Pacifico
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