Mike Cooper

White Shadows In The South Seas

2013 (Room40) | tropical-psichedelia

Un cantautore blues in ragtime. Un pescatore. Un avanguardista di Heidelberg. Un attivista anti-capitale. Uno studioso di ornitologia e cultura hawaiiana. Forme e percorsi di cui un mortale particolarmente brillante farebbe esperienza più o meno in tre vite diverse. Vissuti che invece capita si ammassino nell’incredibile storia di un solo uomo: nel caso in analisi, di Mike Cooper.

Promettente menestrello british-blues (ristampati nel 2006 i suoi primissimi lavori) dall’ideale artistico poco ortodosso, troppo poco ortodosso per sopravvivere in un ambiente tutto sommato conservatore e in balia dei fatturati discografici: Cooper si auto-esiliò sdegnato dal music business per reinventarsi pescatore e pescivendolo in un villaggio spagnolo. Il suo nome riemerse poi misteriosamente solo alcuni anni dopo, nella “dotta” tedesca Heidelberg, a girare con compagnie di musicisti, poeti e teatranti, in cui ebbe occasione di riprendere ed affinare il suo discorso musicale, ormai deviato decisamente verso l’avanguardia e la world music, complici anche le spedizioni-ricerca nel Pacifico per un lavoro radiofonico italo-australiano.
Quindi il ritorno all’attività discografica, tramite una label di sua fondazione, la Hipshot, con il trittico “Island Songs”, “Rayon Hula” e “Tu Fuego”, audaci esperimenti tra rebetika, folk hawaiiano, ambient e free jazz.

Primo lavoro propriamente detto in sette anni e decimo solista nel suo curriculum, “White Shadows In The South Seas” porta avanti la tortuosa saga di Cooper, fresco di trasloco romano, innestando con decisione la marcia psichedelica.
Ci ritroviamo così inghiottiti nelle ombre di una vegetazione sinistra, sensualmente e tristemente tropicale, con le associazioni mentali, vaganti tra flora, fauna e nostalgie musicali, come unica bussola possibile.
Stilisticamente l’album (ispirato all'omonimo film muto) è una combinazione bizzarra tra gli studi chitarristici hawaiiani in slack key, numeri jazz intercalati in lontananza (lo Zorn di “The Gift” è una delle ombre bianche ad agitarsi) e ottenebramenti sottoforma di field recording, carpiti da pappagalli e fenomeni atmosferici non meglio identificati, continuamente rimestati, accelerati o rivoltati a mo’ di droni. Il risultato è quindi lontano dall’essere una serena divagazione esotica, tant’è fitta la cappa bigia che incombe per tutta la durata - la copertina lo spiega del resto a chiare lettere.
Allo stesso modo però “White Shadow” non ha molto a che spartire con il darkume: più che inquietudini, a trascinarsi è piuttosto uno stato d’animo crepuscolare, mediamente alticcio, più vicino al sogno e alla surrealtà, fra tappeti irrimediabilmente “concreti”, visioni di diverse intensità, talvolta melanconiche, altre volte lussurreggianti o persino ballabili ("White Shadows") e traditional polinesiani che rispuntano a tradimento (“Po Mahina”, “Hilo Hanakahi”).

Ritorno di classe per Mike Cooper, per nulla accomodato nella senilità e nel virtuosismo, un altro importante approdo consegnato al compimento di quarantacinque anni di singolarissima carriera.
Spegnete pure le luci e aprite il vostro tracciato tra la polvere e il calore esalati da questi tropici.

(18/03/2013)

  • Tracklist
  1. Dr. Derelict
  2. Beached
  3. White Shadows
  4. Po Mahina
  5. Night Flower Tapu
  6. Each Day At Dusk
  7. What Cares Paradise
  8. A White Shadow Passes
  9. Lung Collapse
  10. The Ordeal
  11. Tiki Tampoo
  12. Hilo Hanakahi
  13. Tapu Lifted
  14. Jalan Sam Heng
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