Nadine Shah

Love Your Dum And Mad

2013 (Apollo) | songwriter, dark-blues

Pur privo di una lettera per rendere palese l'affascinante inversione di iniziali (originariamente doveva esserci una “b” in fondo a “Dum”) il titolo del lavoro ben sottolinea l'arditezza, l'estro che permea l'arte di Nadine Shah, cantautrice e pianista britannica. Il suo infatti è un debutto che pur relegato ancora a uno status di culto underground, sta lentamente sottoponendo la firmataria all'attenzione di un pubblico crescente, conquistato da un approccio vocale idiosincratico e tagliente, ma soprattutto da un'attitudine compositiva tra le più ricercate e sagaci in circolazione.
Un'attitudine da ricercare fin dalle origini della giovane songstress: con una madre proveniente dai freddi pungenti della Norvegia, e un padre pakistano, che l'ha avviata ai canti tradizionali della propria terra, non sorprende come gli umori musicali della Nostra siano stati avviati sin dal nascere a un sincretismo estetico e sonoro che raggruppa tutte le pulsioni, le diverse pieghe dell'indole creativa della signorina di Whitburn, artefice di un incantesimo tra i più complessi e ammalianti degli ultimi tempi.

E' infatti tra il grigio del rimpianto e il rosso vivo della passione più pura, in tutte le sfumature che intercorrono tra i due, che si svolgono le undici storie raccontate nelle canzoni di “Love Your Dum And Mad”, canzoni in cui tormento e rimorso la fanno da padrone, attorno a idee quali perdita e sconfitta, che ricorrono lungo tutto il corso della scaletta. La profonda malinconia per una giovinezza lasciata scorrere inesorabilmente via (“To Be A Young Man”), funeree dediche a persone care, prematuramente scomparse (“Dreary Town”, amarissimo valzer-ricordo di un suo ex suicidatosi, composto due giorni dopo il misfatto), narcolettiche riflessioni di ordinaria quotidianità ed emarginazione (la superlativa “Floating”, felice ossimoro musicale realizzato attraverso l'innaturale calma apparente del tappeto minimale di sfondo): la Shah non teme i propri demoni, non li respinge, anzi li richiama a sé, come buoni amici per far fronte all'oscurità circostante.
E non vi è dubbio, questo è un esorcismo che riprende da vicino le atmosfere gotiche di quel “To Bring You My Love”, che catapultò PJ Harvey nell'empireo delle icone anni Novanta. La stessa musicista non ha negato gli evidenti debiti verso Polly Jean (basti ascoltare la già citata “To Be A Young Man”, folk-rock fosco e battagliero, per intravedere tra i suoi meandri il ricordo dell'indimenticabile “Send His Love To Me”), ma la sua arte, provvista di una maturità invidiabile, si spinge ben oltre nel discorso, seguendo traiettorie che scavano ancora più nel profondo di un dolore che pare infinito.

Facendo leva su pochissimi elementi, tutti imperniati grosso modo sulle fugaci impressioni del pianoforte della Nostra (specialmente nella seconda metà del disco, superato il giro di boa dello sconfortante blues sintetico “All I Want”), la Shah costruisce, provvida di un'ispirazione centratissima, sortilegi in cui la scrittura, obliqua e sinistra, rifulge in tutta la sua potenza. Potenza peraltro accentuata da quel contralto sensualmente tormentato, che già è valso (meritati) accostamenti alla Diamanda Galàs interprete. Accostamenti che l'autrice sfrutta già dall'incipit: gli striduli clangori che introducono all'intenso lamento a titolo “Aching Bones”, con la voce meravigliosa mutaforma, ora rantolo sommesso ora da blues-woman di stazza, avviano senza troppi complimenti a un'angoscia che anche giunti in fondo, nella ballata cameristica “Winter Reigns”, non è riuscita a dissolversi del tutto.
Come potrebbe d'altronde, quando ha visto il diavolo annidarsi nelle crepe dei muri (“The Devil”)? È possibile dissiparla, se il peso della memoria ha annichilito ogni prospettiva per il futuro (“Remember”)? A queste domande Nadine Shah forse non cerca risposte definitive, e forse le sue non sono nemmeno domande vere e proprie. Anche in questa dimensione fortemente accorata e irrisolta, dove l'unica strada percorribile sembra quella dell'eterno pentimento, trova però dimora la bellezza: minacciosa, tenebrosa, mai accomodante, eppure accecante, se accolta col giusto spirito. A voi spetta scoprirla adesso.

(01/09/2013)

  • Tracklist
  1. Aching Bones
  2. To Be A Young Man
  3. Runaway
  4. The Devil
  5. Floating
  6. All I Want
  7. Used It All
  8. Dreary Town
  9. Remember
  10. Filthy Game
  11. Winter Reigns




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