Dawn Richard

Blackheart

2015 (Our Dawn Entertainment) | avant-electronica, prog-electro-r&b

Constatare che l'intero mondo ti sta precipitando addosso. Perdere a un tratto l'appoggio creativo e i riferimenti di una vita intera. Vedere i tuoi progetti troncati ancor prima che riescano a prendere una forma. Cercare di raccattare infine i cocci della tua precedente esistenza, e renderti conto che l'esplosione che l'ha trasformata per sempre non potrà in alcun modo restituirti anche soltanto il simulacro di ciò che stato. A riguardare indietro, in questi due anni esatti intercorsi tra “Goldenheart” e “Blackheart”, rispettivamente primo e secondo atto di una trilogia esplicitamente dichiarata sin dall'incipit, Dawn Richard ha ben poco per cui sorridere; niente però come la sensazione di sconfitta, sa dare lo sprone, lo stimolo necessario a riscattarsi, a rimettere in discussione se stessi e il proprio modo di pensare la vita, le relazioni, l'arte.
Una banalità? A dirsi lo è senz'altro, ma ad ascoltare (e riascoltare, ancora, e ancora, e ancora) questo nuovo progetto della cantante/produttrice di New Orleans, appare evidente come la voglia di rialzarsi, di tagliare i ponti con un passato se non scomodo, quantomeno tutt'altro che edificante, si sia riversata totalmente nelle trame ibride e scoscese di un prodotto magnetico e destabilizzante, che per densità contenutistica e tenore sperimentale sembra veramente rispecchiare i tratti turbolenti di questo ultimo biennio di vita. Quando metterci il sangue nel proprio lavoro forse non è proprio una metafora.

Prescindendo però dal discorso meramente biografico, il riscatto di Miss Richard, al netto dei pregiudizi che si possono avere per la crescita ipertrofica nelle quotazioni di quanto gravita attorno a r&b e dintorni, è tutt'altro che lavoro pronto ad allinearsi alla ricerca delle ultime briciole rimaste, tutt'altro che disco disposto a scendere a compromessi con chicchessia. Non aspettatevi insomma qualcosa sul modello di FKA twigs o anche dell'emergente (e validissima) Tinashe: la sostanza di cui si compone il cuore nero e pulsante di Dawn è di tutt'altra natura, sfugge a catalogazioni di ogni sorta, vive in un microcosmo che tracima e macina influenze e le risputa in un sound avveniristico, metamorfico, in una parola unico.
Assoldato alla causa il losangelino Noisecastle III, collaboratore esclusivo del disco, rinunciando quasi del tutto a elementi acustici a favore di un'elettronica totalizzante, che però non carbura praticamente mai in direzione dancefloor, “Blackheart” è opera che si evidenzia per la produzione assoluta mattatrice, per una fantasiosità nella gestione e nell'utilizzo che attualmente proprio non ha pari, e che avrà molta difficoltà anche soltanto a essere avvicinata, perlomeno nel prossimo futuro. Il segreto? Impossibile definirlo in poche parole, ma indubbiamente il suo privilegiare con analoga cura timbri e composizione, il suo rifuggire ogni forma di linearità a favore di un ventaglio espressivo in autentica scia progressiva, la matrice free-form che impatta su ritmi e tessiture melodiche fino a farli disintegrare, può essere un buonissimo punto di partenza per cominciare a inquadrarla. Il risultato finale, e cioè i brani stessi, parlano infine per lei, e con un'esplosività che ha letteralmente dell'alieno.

Si prenda come primo esempio “Blow”, brano di lancio e sintomatico della tendenza decostruttiva del lavoro: nonostante i tribalismi d'attacco, la ritmica possente e una linea di canto che potrebbe lasciar pensare a una melodia nel senso classico del termine, basta davvero poco perché il tutto venga scientemente sbalestrato, perché ogni ipotesi pop venga fatta saltare in aria tra brulicanti fraseggi di tastiera, scale vocali dal retrogusto arabico e spigoli trap, che di fatto rendono il ritornello tanto irriconoscibile quanto la struttura portante, perlomeno di primo acchito. Non cercateli comunque gli uncini, i refrain assassini: l'approccio liquido, totalmente slegato dalle logiche più modaiole, impatta prepotentemente su certe dinamiche consolidate, di fatto privandole della loro funzione, e riconvertendole in qualcosa di diverso.
Non che non esistano avvicinamenti a pattern più immediati: “Phoenix”, con la sua ex-compagna di brigata nelle Danity Kane Aundrea Fimbres, potrebbe funzionare come nuovo singolo se non fosse per una base che con disinvoltura riesce a mettere d'accordo dubstep, trance vocale e atmosfere da soul-ballad, di fatto precludendone ogni ingresso in classifica. Lo stesso dicasi per “Warriors”, probabilmente il brano che più spinge in una convinta direzione r&b, ma di fatto ne annulla ogni affinità, intrinseca o meno che sia, svaporando in una tavolozza impressionista dai tratti placidi, lunari, prima che attorno al potente declamare della Richard si accalchi un beat serpeggiante, perfetto controsterzo exotic-tech che ben implementa la sorniona fluidità dell'attacco. In un modo o nell'altro, le scelte espressive non ricadono mai a favore dell'immediatezza nella fruibilità.

Quando poi Dawn decide di spingere ulteriormente sul pedale della sperimentazione, utilizzando lo studio non soltanto come strumento, ma come fucina alchemica dalle infinite possibilità, è lì che il paragone con chiunque altro smette di avere il benché minimo senso. Trovare qualcuno che in questi tempi dalla mentalità singolo-centrica ti piazza giusto dopo l'intro un collage schizoide come “Calypso”, house ricombinante in preda a deliri electro, increspature glitch, vocoder impazziti e addirittura barlumi di canto vero e proprio è impresa non ardua, ma del tutto inutile. Allo stesso modo, non vi è ragione nel tentare di individuare casi analoghi ad “Adderall / Sold (Outerlude)”, suite urban-prog capace di far inerpicare la Richard tra tre e più movimenti diversi, affidati a strutture che comunque sanno amalgamarsi senza la minima forzatura.
Ed è questo, al di là di ogni disorientamento che la ricchezza sonica può inizialmente provocare, il miglior dono che “Blackheart” sa portare con sé. Con le tracce a costruire un unico mix, in perfetta ottemperanza alla matrice progressiva del disco, e con la voce, caldissima anche quando filtrata meccanicamente (senza esagerazioni, questo va detto) di Dawn, a fare da collante anche nelle più inattese delle situazioni, il lavoro vanta una coerenza intima e una logica nella composizione che fugano ben presto dubbi circa una sua eventuale dispersività, che lasciano scorgere uno studio anche nella stessa tracklist (dosata alla perfezione negli umori) tutt'altro che affidato al caso. Sarà scontato quanto si vuole, eppure mai come in questa situazione abbandonarsi all'ascolto è quanto di più suggerito per poter “accedere” ai tesori di questo scrigno nero come la pece.

Il riscatto di Dawn Richard non poteva insomma consumarsi in maniera più efficace e ragionata. In netta tendenza anti-mainstream, con il solo supporto delle sue capacità e delle idee accumulate nell'arco di queste due turbolente stagioni, la Nostra non soltanto dà lezioni di stile a mezzo mondo, ma si pone come primo tassello irrinunciabile di questo 2015.
Disco per pochi? Chi può dirlo? Di certo, la sfida è stata lanciata.

(31/01/2015)

  • Tracklist
  1. Noir (Intro)
  2. Calypso
  3. Blow
  4. Billie Jean
  5. Adderall / Sold (Outerlude)
  6. Swim Free
  7. Titans (Interlude)
  8. Warriors
  9. Projection
  10. Castles
  11. Phoenix (ft. Aundrea Fimbres)
  12. Choices (Interlude)
  13. The Deep
  14. Blackheart (Outro)
  15. Tide (vinyl edition only)




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