Dall’inizio di questo decennio fino ad oggi, tutta la discografia del collagista e compositore estone Misha Mishajashvili si è caratterizzata per il ricchissimo contenuto di campioni d’epoca tesi a documentare e in qualche modo raccontare il regime sovietico e la sua lunga agonia, nonché la sua inevitabile impronta sul presente dell’ex-unione, in una de- e ri-contestualizzazione che nel corso del tempo si è fatta sempre più oscura e angosciosa, per quanto non priva di alcuni brevissimi lampi di distensione emotiva.
Laddove nelle prime prove le registrazioni erano ben più pervasive e immerse in un mare di riferimenti folk e dark-ambient, opportunamente sgranati e disturbati da una cupa cappa lo-fi, in “2017”, ma ancor di più nel più recente “2018” il sound sviluppato dal musicista, ribattezzato come “sovietcore” (a cui fa compagnia anche la dicitura “stalincore”), si è indurito in maniera decisa, inserendo nella mescola consistenti riferimenti dub, industrial e hip-hop in un impasto illbient che accentua i tratti più oscuri della proposta e ricopre pressoché ogni brano di un’atmosfera tossica e opprimente.
Il disegno sonoro è decisamente quello ideale per il mondo in pieno disfacimento rappresentato da Mishajashvili per l’occasione, un mondo malsano, dai contorni apocalittici, che lascia ben poco spazio ad ogni tipo di speranza. Nonostante l’inquadramento tutt’altro che edificante, l’ascolto tuttavia non cede a spente strategie emotive, lasciando per quanto possibile libertà di valutazione e approccio: in questo sta anche parte della forza del lavoro.
Distribuito, come di consueto per il musicista estone, a partire dal primo dell’anno, senza troppe spiegazioni ad accompagnarne la pubblicazione, il lavoro toglie alcune delle variabili compositive che avevano interessato l’album precedente per una maggiore compattezza nella progressione dei singoli episodi, ferma restando una certa pluralità timbrica che li lascia respirare. I campioni, da sempre elemento fondante nella poetica di Mishajashvili, qui mostrano la loro solita versatilità e ampiezza di sguardo, ripescando vecchie danze tradizionali, proclami propagandistici, incitamenti militari e rari riferimenti alla lirica e alla liturgia.
Ben più che in passato, però, i frammenti di vita sovietica fungono più da proemio, e volendo anche da chiusura dei vari brani, piuttosto che da ossatura principale, tendenzialmente affidata ai cacofonici e sgranatissimi pattern illbient che sovrastano ogni cosa, riducendo il resto a una poltiglia quasi indistinguibile di suoni, di cui rimane giusto l’impressione generale. Difficile scegliere un momento particolare rispetto agli altri, dacché il disco, al di fuori di rare eccezioni, fa della compattezza un suo assoluto punto di forza, per quanto le registrazioni e le intersezioni con i massicci beat hip-hop (provenienti quasi da vecchi ghettoblaster disfatti) di volta in volta presentino una combinazione, un approccio al ritmo, una qualche sfumatura atmosferica o addirittura una diversità nella pulizia che rende l’ascolto ben più avvincente di una successione di pezzi copiati in carta carbone. Sono però quelle stesse eccezioni ad avvincere e a costituire la vera chiave di volta per un disco che non coinvolge soltanto attraverso il suo particolare fascino concettuale.
Laddove la sporcizia rumorista e l’imponente martellamento di base concedono un attimo di tregua, Mishajashvili si dimostra valente interprete ambient, collagista e compositore di buon intuito e di discreta sensibilità timbrica, capace di incanalare le sue peculiari istantanee sovietiche in piccoli quadretti attraverso cui esaltarne il portato storico/d’epoca, senza banalizzazioni nostalgiche di alcun tipo. Per quanto permanga tutta l’oscurità, la coltre fuligginosa e tenebrosa che si riflette nel tono militare della copertina, episodi come “месть Иезекииля” (la vendetta di Ezechiele), con i suoi lontani echi ecclesiastici e annunci politici inseriti all’interno di un trattatissimo alveo neoclassico, o i frammenti di vecchi minuetti nelle atmosfere di inizio Novecento di “остатки” (rimasugli, per l’appunto), trattati quasi come se fossero le uniche testimonianze del passato in un mondo post-apocalittico, sanno esaltare la forte impronta comunicativa e la versatilità di contesto dei campioni in un prisma di sensazioni e umori, che in certi momenti pare quasi fornire una prospettiva diversa (meno funerea?) allo scenario mesto messo in piedi dall’estone. Per valutare se il percorso intrapreso dal musicista si rivelerà in futuro ancora più tragico o concederà qualche momento di tregua, occorrerà aspettare il prossimo primo gennaio. Al di là dei possibili sviluppi, una simile colonna sonora a un’intera epoca storica rimane un progetto di rara singolarità.