Preziosissimo debutto questo
self-titled dei Woman, giovanissimo quartetto di stanza a Calgary, Canada, composto dai fratelli Patrick e Matthew Flegel, Michael Wallace e Christopher Reimer. Registrato e prodotto – spesso con un approccio anticonvenzionale: parti di chitarra suonate in una stazione ferroviaria, un brano registrato a fianco di un fiume ghiacciato – dal concittadino
Chad Van Galeen (autore di un paio di dischi di timido cantautorato su SubPop) e prontamente stampato dai tipi della Jagjaguwar, questo agile dischetto presenta un gruppo che seppure alle prime armi si mostra per nulla imbarazzato nel condensare in poco meno di mezz’ora le influenze musicali più disparate, mescolando con assoluta nonchalance memorie di certa oscura
wave inglese, modi sbilenchi cari a tanto
lo-fi pop a stelle e strisce sino agli estremismi, spesso sin troppo di maniera, di tanti
noiser d’oggi.
Tutti elementi che si fondono compiutamente nelle dieci tracce di cui il disco è composto: a cominciare dall’inaugurale “Cameras”, fulmineo numero che tra intrecci vocali e ritmo incalzante cela – ma nemmeno troppo – il debito nei confronti degli indimenticati Swell Maps. In modo non dissimile avviene in “Lawncare”, che stavolta, con la sua sezione ritmica marziale eppure dinamica e chitarre tesissime rievoca cupezze
Killing Joke e fantasmi This Heat prima di sfaldarsi nel finale in un mantra
à-la Black Dice. Movenze sommesse, all’opposto, in “Woodbine”, straniante esercizio di
drone minimali ed estatici che rarefanno i toni e introducono alla successiva “Black Rice” che, come d’altra parte “Upstairs”, si rivela perfetto esercizio di pop in
mid-tempo, procedendo sghemba e celando tra le pieghe echi
pavementiani e in pari misura
barrettiani.
A onor del vero spesso nell’incedere ricordano gli indimenticati e ahimé misconosciuti
Monroe Mustang, salvo trasfigurarne narcolessi e riferimenti a certa
slow-psichedelia di scuola texana (si pensi al contingente di gruppi Trance Syndicate) in strutture pop assai più immediate e fruibili. E d’altra parte certe tracce si discostano piuttosto nettamente dal modello di cui sopra, su tutte “Shaking Hand” – probabilmente il vertice del disco –
tour de force chitarristico che se da un lato aggiorna all’oggi gli incastri strumentali di un disco come “Discipline” dei
King Crimson, dall’altra drammatizza e acutizza sonorità
Joan of Arc. Non di meno avviene nell’interlocutoria “January 8th” e ancor più nella finale “Flashlights”, che fonde compiutamente, e invero piuttosto peculiarmente, nevrosi post-rock e cacofonie dei primissimi
Sonic Youth.
Insomma, un disco godibilissimo tant’è fresco e smaliziato nel condensare, a suo modo, almeno tre decenni di pop e sperimentazioni wave/noise.