Viene dal Devonshire una delle novità più interessanti e originali del panorama indie inglese, che non ha forse raccolto appieno, proprio in virtù della sua atipicità, l’attenzione e i consensi che meritava. Si chiamano Rumbe Strips e uno dei principali punti di forza del loro esordio risiede senza dubbio nel ricorso più che insistito ai fiati, i quali costutuiscono il perno dei loro variegatissimi e vivaci arrangiamenti. Di per sé questa scelta si rivela piuttosto controcorrente, soprattutto in un contesto altamente conservatore (nella forme e negli stili) come il cosiddetto indie ma il risultato sulla lunga distanza paga quasi sempre, vista l’immediata riconoscibilità e l’insospettata gradevolezza che i pezzi assumono sin dai primi minuti dell’ascolto, grazie ai cospicui inserti di trombe, tromboni e sassofoni.
La musica che ne deriva tende ad assumere un retrogusto suburbano e, per così dire, “Too Tone” (il cui lascito è tenuto ben presente) senza essere però troppo apertamente ska (a mancare del tutto è la pulsazione molle e lineare tipica dei ritmi caraibici) e i principali referenti vanno cercati soprattutto nei Madness (per l’approccio schiamazzante e burlone) e, in modo particolare, nei Dexys Mindnight Runners, gruppo fondamentale per la storia del pop britannico, che oggi si tende (grazie anche ad alcune opportune ristampe) a rivalutare ma che forse non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita. La scelta di mettersi sulle tracce di uno dei grandi eccentrici e perdenti della storia del pop come Kevin Rowland, facendo tesoro dei suoi insegnamenti, depone certo a favore di questo gruppo che riesce così a far convivere in modo credibile nelle proprie partiture il calore e l’energia del soul con l’indole più sguaiata del rock stradaiolo.
I primi tre pezzi (rispettivamente “No Soul”, “Alarm Clock” e “Building A Boat”) conquistano con prepotenza e irrefrenabile passione l’attenzione dell’ascoltatore schiaffeggiandone per bene le orecchie a suon di colpi di sassofono e rasoiate di tromba. Da qui in poi il ritmo fondamentalmente non cala più e si ha quasi l’impressione di venire trascinati dentro il turbine di un’orchestrina da strada caracollante tra grovigli inestricabili di ottoni squillanti e generosi colpi di grancassa.
Più che un gruppo, questi Rumbe Strips sembrano una squadriglia di bersaglieri strombazzanti alla carica, e infatti tutte le canzoni (si ascoltino soprattutto “Girls And Boy In Love” o “Time”) vengono suonate come se i musicisti stessero correndo all’inseguimento di un assalto immaginario.
Quello che rimane è un canzoniere brioso, con arrangiamenti solidi e sempre ben curati, all’insegna della spensieratezza e del buon umore, per un disco forse un po’ troppo uniforme e prolisso, ma al tempo stesso fischiettabile, caotico, zingaresco e ipercinetico come tutti i dischi di una band giovane all’esordio dovrebbe essere.
12/02/2008