I cugini transalpini si sono sempre contraddistinti dal resto del vecchio continente per l’utilizzo regale e smanioso dell’elemento sonoro. I loro modelli di cantautorato chic e di pop ultramelodico sono seminali, basti pensare alla belle epoque del pop francese degli anni 60, alla voce sublime di Edith Piaf, all’espressionismo teatrale di Jacques Brel, passando per le fascinose grazie tonali (e non solo) di Françoise Hardy, senza scomodare poeti e chansonnier di primissimo livello, come Georges Brassens o il mito di Gainsbourg, per rendersi conto della vastità e della caratura del patrimonio francese.
Tuttavia, con il passare degli anni, molte cose sono cambiate, lì, dall’altra parte delle Alpi: mentre le produzioni pop continuavano a impreziosire classifiche e passerelle, munite di un’intrigante orecchiabilità, l’istinto rivoluzionario insito nel dna dell’intellighenzia studentesca (e non) esortava le piccole comunità indipendenti a sperimentare costantemente nuove forme musicali, inclinando l’attenzione della critica verso altre tipologie d’ascolto, altre digressioni sonore.
Oggi che l’importazione pop dal vecchio confine è pressoché di stallo, gli Holden hanno ben pensato di riproporre un graduale ritorno alle origini, aggiungendo all’eleganza sopraffina del vecchio modello, voluminose emissioni di svariata natura tecnica: dal jazz-lounge di matrice coconutiana (“Madrid”), alle delizie matematiche in formula Air, deviando, all’occorrenza, verso cristallizzazioni orchestrali in stile Autour De Lucie; mostrando, in alcuni tratti, la viscerale passione per i turbamenti adolescenziali di matrice salingeriana (l’atmosfera tediosa di “Charlie, Rosie et Moi”).
Due album di pregevole fattura: “L’arrierè – Monde” (1999) e “Pedrolira” (2001), ed ecco arrivare quello che in genere è inteso come “disco della maturazione”, la sommatoria definitiva e compiuta della loro arte.
Anche stavolta, come per i due dischi precedenti, Uwe Schmidt (oggi noto come Senor Coconut, in passato: Atom Heart, Flanger, Lisa Carbon Trio, Lassigue Bendthaus) impreziosisce il lavoro dei cinque Holden con elementi di musica electro-latina, vibrafono, marimba, collage digitali dal gusto esotico. Addentrandoci in “Chevrotine” notiamo, peraltro, una discreta idiosincrasia del quintetto verso passaggi sperimentali, per questo canzoni come “Sur Le Pavè” vengono ripulite da code percussive e da esplorazioni neo-kraut , ancora in voga da quelle parti.
C’è sempre una componente nichilista nel suono degli Holden, quasi come se l’anima soul del loro intento avesse deciso di nascondersi in un guscio di carta bianca, trascrivendo solo al suo interno le proprie riflessioni (“Les Cigales”).
Le canzoni in “Chevrotine” sono malinconiche colombe che volano sul cielo di Parigi, cercano di raggiungere le zone più calde della città o restano sospese su di un vecchio traliccio urbano, in attesa che qualche buon parigino presti loro attenzione, distraendosi per pochi istanti dal tran tran incessante della metropoli. Il pop rarefatto e sommerso che caratterizza il giro armonico di “L’Orage” è il richiamo gentile di questo contesto idealizzato, con Jean-Louis Murat ospite del gruppo. Il vento autunnale che soffia su “Comme Un Fille”, il battito portisheadiano che sospinge “L’Essentiel”, la fanciullesca “Ce Que Je Suis” sono altri piccoli tasselli da aggiungere al gradevole intarsio acustico di “Chevrotine”; un disco squisitamente pop, la vecchia chanson che utilizza strumentazioni ed eleganze odierne, rivendicando con garbo e galateo melodico l’essenza del suo intramontabile fascino.
14/02/2007