Il nome, sconosciuto ai più, è ispirato a un film di Nagisa Oshima; la musica è assimilabile all'industrial marziale e orchestrale, l'approccio non lontano da quello di Nurse With Wound, o Boyd Rice, ma con un appeal "cinematografico" unico e personalissimo; il cervello dietro tutto ciò è quello di Darrin Verhagen, australiano di Melbourne, dove insegna al Royal Institut Of Technology e compone colonne sonore per teatro, danza, film, videogame e quant'altro.
Soprattutto, però, il prof. Verhagen è attivo, sebbene pressoché ignorato, nel mercato discografico fin dai primi anni Novanta con una serie di album (la maggior parte a nome Shinjuku Thief, ma anche usando altri pseudonimi o il suo vero nome) realmente all'avanguardia per originalità e ricercatezza.
Muovendosi sul confine tra gotico, ambient, classica e industrial, ma non appartenendo in realtà a nessuno dei suddetti generi, Verhagen ha saputo creare autentici capolavori come "The Witch Hunter" (1995) e "Medea" (2003).
"Sacred Fury" è il suo primo lavoro pubblicato da una label internazionale (i precedenti erano tutti usciti su Dorobo, l'etichetta personale dell'artista), la svedese Fin de Siècle, e si compone di 16 brevi frammenti orchestrali sui quali Verhagen lavora di mixer con certosina precisione: scultore di suono abile a lucidare e rivestire di eleganza e mistero i suoi mosaici musicali, spesso soffocanti e austeri, a volte anche estremamente violenti, l'australiano diluisce, deforma, distorce le trame e le armonie della sua "gothic-orchestra" per ottenere vere "immagini sonore", al servizio di un concept che stavolta è incentrato sul tema della guerra.
L'album si snoda lungo traiettorie che come al solito esplorano delicatezza e terrore senza mai sbilanciarsi troppo dall'una o dall'altra parte: la prima parte è quella comunque più tesa e feroce, partendo da un delicato "Prologue" e lasciando spazio ai bombardamenti e alle urla (e ai silenzi) agghiaccianti di "Lesion", alle frequenze distruttive di "Rupture", ai clangori di "Black Rope Hell" e alla danza demoniaca di "Burning Heat".
Nel finale, invece, le atmosfere si distendono e sulle macerie ancora calde ecco che nascono suggestivi quadretti ambientali come "Reverie", e adagi da camera come le magnifiche "Balm" e "Suture" (che pure si conclude con uno schiaffo di fulminea violenza).
E a fare da spartiacque, l'incalzante title-track, con le sue accelerazioni sinfoniche.
Ma i singoli brevi, o brevissimi, episodi pur contenendo spunti geniali, contano meno della loro somma conclusiva.
"Sacred Fury" è un corpo unico, un flusso evocativo, suggerisce spazi da esplorare, visioni a cui dare corpo e vita.
Ed è l'album nel quale Verhagen riassume le sue sperimentazioni e condensa tutto il suo arsenale di compositore e produttore.
"Sacred Fury" non è il suo lavoro migliore, ma può essere un ottimo punto di partenza se si vuole conoscere l'opera di questo artista eclettico, originale e colpevolmente sconosciuto.
30/04/2026