Tra le realizzazioni di questo 2003, che oramai volge quasi al termine, il lavoro degli OSI (acronimo di Office of Strategic Influence) uscito per l’etichetta Insideout, ci ha colpito favorevolmente.
Si tratta del sodalizio tra Jim Matheos (Fates Warning), Kevin Moore (Chroma Key, ex-
Dream Theater), Mike Portnoy (Dream Theater, Transatlantic) con la compartecipazione di Steve Wilson (
Porcupine Tree) e Sean Malone (Gordian Knot).
Un cd la cui particolarità campeggia anche nel
booklet realizzato come un passaporto, con visti in ingresso e in uscita.
Nel complesso si tratta di un buon disco, ricco e denso di riferimenti e ispirazioni. Certo, probabilmente manca di autentica originalità. Ma, di questi tempi, è forse il caso di rinunciare alla ricerca di un tratto originale a tutti i costi e non è poi così delittuoso il ricorso a campionamenti, ispirazioni e rumors marcatamente
floydiani (plagio? Tribute?) se e quando il tutto si traduce in uno sviluppo suonato con stile, classe e talento, caratteristiche che ai Nostri non mancano.
Il pezzo d’attacco “The New Math (what he said)”, solo strumentale, si muove lungo una scia post-psychedelic, con assonanze molto
Pink Floyd che pervadono il brano e incursioni-escursioni sul modello
Emerson, Lake & Palmer o
Yes.
La seconda traccia, che dà il titolo all’album, è il seguito ideale della precedente e, allo sviluppo armonico, si aggiunge il cantato. In “When You’re Ready” riecheggiano atmosfere post-psichedeliche.
Si torna sul crinale più progressive, d’ispirazione molto “One of these days”, con “Horseshoes and B-52’s” (il cd contiene anche il videoclip per PC), dove s’immergono mani e piedi in un sound d’altri tempi, ereditato dalla migliore tradizione rock dell’era Settanta.
Una virata su ritmica e sonorità molto Real World è quella che troviamo lungo “Head”.
“Hello, Helicopter!” si muove di nuovo sul versante delle nobili ballate anni 70 con, in apertura, un sample tratto da Radio for Peace International.
Si arriva così ad un pezzo prodigioso e tiratissimo “Shutdown”, concepito come una suite in due tempi, dove emerge tutta la potenza espressiva di questa band-project, che oscilla tra paesaggi di puro rock visionario e ipnotico e passaggi più
heavy, accompagnati dalla voce di Steven Wilson (negli altri brani canta Moore). Anche qui un sample di Robert Ashley “Automatic Writing”.
L’ottava traccia “Dirt From A Holy Place” richiama suoni ambient che sfociano in una esplosione prog, giocata tra keyboards, guitar & drums.
“Memory Daydreams Lapses” e “Standby (looks like rain)” chiudono questo disco di
prog-rock,
prog-
metal (ma ha davvero senso tutto questo fiorire di definizioni?) in chiave più
soft e sempre molto
Seventies.