Trascinato dal singolo “Voodoo Science”, in rotazione sulle frequenze di Bbc Radio 1, il terzo album dei Demob Happy è uscito con il titolo “Divine Machines” alla fine dello scorso anno. La band originaria di Newcastle, subito trasferitasi a Brighton, ha progressivamente arricchito l’infrastruttura stoner con tonalità più orecchiabili, in stile beatlesiano. In compagnia del frontman Matthew Marcantonio, che ha recentemente collaborato con il nostro Caparezza, ripercorriamo la storia del gruppo inglese, che si è esibito di recente anche in Italia (a Milano e Bologna, 26 e 27 settembre).
La vostra avventura sonica parte a Newcastle, per poi muoversi verso Brighton. Perché la scelta di muoversi verso sud?
In quel momento non c'era molto da fare nella scena musicale di Newcastle ed eravamo giovani uomini che volevano lasciare la loro città natale e vedere il mondo.
Tra i commenti al video ufficiale del singolo “Succubus” (2014), c’è chi ha trovato vibrazioni da band come Rated R, Kyuss e Queens Of The Stone Age. Possiamo dire che rientrano nelle vostre prime influenze musicali?
Sì, certamente. I Queens Of The Stone Age hanno rappresentato una parte enorme del mio risveglio musicale nel lato oscuro del rock'n'roll. Sono ancora di sicuro una delle mie band preferite.
Nell’ottobre 2015 avete pubblicato il vostro album di debutto, “Dream Soda”. Parte con atmosfere anni 90, quasi Nirvana. “Underneath Your Tree” sembra davvero portare indietro l’ascoltatore di tre decadi. Come è stato concepito il disco?
Erano solo le canzoni che avevamo in quel momento, niente di più in realtà. Non ci siamo mai considerati una band grunge e nessuno di noi è un grande fan dei Nirvana, soprattutto non io. Mi sono piaciute alcune delle loro canzoni, ma penso che il motivo per cui la gente pensa che suoni grunge è perché volevamo fare canzoni come quelle dei Beatles ma con chitarre pesanti. Era il nostro primo album, la prima volta che registravamo qualcosa, ed era solo un esperimento.
Maggio 2017. Il vostro singolo “Dead Dreamers” spopola su PES 19 mostrando un lato più orecchiabile. Come è stato lavorare con il produttore Tom Dalgety?
E’ una canzone molto figa! E’ stato grande lavorare con Tom e da quel momento ci sono state diverse collaborazioni con lui.
Secondo album. "Holy Doom" (2018). In canzoni come "Be Your Man", tessiture stoner si mescolano con melodie più beatlesiane. Ma l’energia che vi contraddistingue rimane intatta in canzoni come "Loosen It". Come è cresciuta la band in questi tre anni?
Cerchiamo costantemente di andare avanti ed evolverci, non vorrei mai continuare a fare la stessa cosa o diventare prevedibile. Questo probabilmente ci fa male e ci aiuta, ma preferisco continuare a muoverci piuttosto che restare fermi.
Come è andato il tour con Jack White? Potete raccontarci qualche aneddoto?
E’ stato bellissimo. Ci ha chiesto di salire sul palco con lui nell’ultima notte a Edimburgo, ed è stato un onore per noi. E’ una persona gentile, è stato un piacere.
Come è nata la collaborazione con Caparezza? Molti ascoltatori italiani vi hanno di fatto conosciuti in questo modo.
Caparezza mi ha contattato a un certo punto durante il lockdown e mi ha chiesto se potevo farlo. Ho detto di sì, perché è fantastico, e basta. È un ragazzo davvero simpatico e mi è piaciuto esibirmi con lui. Sono felice che sempre più italiani scoprano la nostra musica. Mio padre era italiano, quindi ho trascorso molto tempo nel vostro paese e voglio trascorrere più tempo lì.
Il singolo uscito lo scorso settembre, "Sweet & Sour America", parla degli States. "Belle persone piene di spazzatura aspettano lentamente dietro la curva". Qual è il tuo punto di vista sul paese a stelle e strisce?
Amo l'America, sono persone meravigliose, ma sono costantemente attaccate dalle industrie alimentari e sanitarie più tossiche e corrotte del mondo, il che rende difficile vivere una vita sana, e ci sono molte vittime. Ma è un paese che adoro e ci tornerò sempre.
Il terzo album, "Divine Machines", ha ricevuto ottimi riscontri. Soprattutto il singolo "Voodoo Science", trasmesso su Bbc Radio 1. "Hades, Baby" ha un ritmo che oserei definire apocalittico. Prima di salire sui palcoscenici italiani, a che punto sei arrivato nel tuo percorso sonoro?
Grazie! Eravamo al punto in cui non avevamo paura di dire o fare qualunque tipo di musica. Stiamo semplicemente aggiungendo sempre più colori alla nostra tavolozza, così lo spettacolo dal vivo può essere ancora più eclettico, e penso che i nostri fan ci supportino in questo viaggio.