Caparezza

Caparezza

Fuori dal tunnel del rap

di Antonio Silvestri

Caparezza vive al confine della scena hip-hop, della quale rappresenta un unicum. È un personaggio complesso e un artista multiforme, che trova grande riscontro anche presso un pubblico che con l’hip-hop ha poca dimestichezza, o semplicemente non lo apprezza granché se non ha la sua firma

Aggiungi il vecchio me dentro il Club 27
Risorto nel 2000 e mi sembra evidente
Che fortuna fu la mia rovina
Ascolto roba new, è una robina
Il vuoto di una hit continua
In confronto Mikimix è Bob Dylan

La storia del pugliese classe 1973 Michele Salvemini, meglio conosciuto come Caparezza, è quella di chi vive al confine della scena hip-hop, della quale rappresenta un unicum. Durante una carriera ultraventennale, partita dal Festival di Sanremo con un altro nome d’arte e un altro stile, ha partecipato alla rinascita del genere in Italia, contribuendo a liberare la scena nostrana dalla manichea contrapposizione tra incorruttibili puristi e prezzolati pop-rapper mainstream, indicando una terza strada di commistione, creatività e conflittualità che, comunque, lo ha portato a un successo importante e duraturo.

Diventato famoso con il brano “Fuori dal tunnel” (2003), ha proseguito secondo una traiettoria ambiziosa, non priva di qualche eccesso retorico e qualche ampollosità strutturale, che lo ha visto confrontarsi con il concept-album e la rock-opera, senza abbandonare la voglia di trovare un riscontro più immediato presso il proprio pubblico, diventato nel tempo sempre più fedele e vasto.
Così Caparezza è quello della sigla di “Zelig Circus” e lo stesso che compare in un album-tributo al Quartetto Cetra; è quello che collabora al “V2-Day” di Beppe Grillo, di cui sposa per un periodo la polemica a tutto campo, e ospita Al Bano in un suo video; è quello che canta l’opposizione al sistema ma firma per la major Universal e va a registrare in California; è quello che accumula riferimenti intellettuali e rimandi cervellotici, ma che poi spunta fuori nelle serate con gli amici e si fa ballare con piacere e leggerezza.
Non ultimo, Caparezza è colui che sta proponendo una delle più credibili possibilità per il nostro hip-hop per fare il rapper in modo stimolante anche oltre i propri quarant’anni, sfruttando l’esperienza di vita per ricongiungersi all'introspezione del cantautorato.

È un personaggio complesso e un artista multiforme, che trova grande riscontro anche presso un pubblico che con l’hip-hop ha poca dimestichezza, o semplicemente non lo apprezza granché se non ha la firma di Michele Salvemini. Non è granché rilevante che Caparezza sia il titolare dell’album hip-hop dell’anno per questo o quello, se è anche l’unico o quasi che hanno ascoltato o recensito.
Proprio per questo, raccontarne la carriera da un punto di vista dell’ascoltatore di pop e rock finisce per ingigantire i meriti, finendo per considerare uniche soluzioni invece già praticate da altri, e guardarlo dal punto di vista dell’hip-hop rischia di perderne di vista l’eccezionalità, respingendo con disprezzo i prestiti da altre estetiche, stili e generi o accomunando tutto sotto termini ombrello come crossover.
Proveremo, dunque, a cambiare la lente della nostra analisi di volta in volta, per restituire una figura tridimensionale, che non sia appiattita sull’agiografia che molti appassionatissimi ascoltatori costruiscono commento dopo commento sul web, ma che neanche tolga a Caparezza un ruolo tutt’altro che trascurabile per il nostro hip-hop e le sue trasformazioni.

Gli inizi come Mikimix, mentre l’hip-hop italiano collassa su sé stesso.

caparezzacorpo1Michele Salvemini inizia la propria carriera, a Milano, come Mikimix, titolare di un pop-rap mieloso approdato anche al Festival di Sanremo, nella sezione “Nuove proposte” del 1997. Concorre con il brano “E la notte se ne va”, che sembra un’imitazione delle romanticherie dei Sottotono come “La mia coccinella”, ma con l’innocua estetica dei Gemelli DiVersi e senza i riferimenti g-funk, le produzioni di Big Fish piene di r’n’b o la voce calda di Tormento. Praticamente, un disastro.
La carriera come MikiMix è troncata sul nascere, dopo la pubblicazione del rap operistico “Vorrei che questo fosse il paradiso” (1998), che cita Xzibit e la sua “Paparazzi” (1996) nell’uso assai simile della “Pavane” di Gabriel Fauré.

Lascia alla storia, si fa per dire, due album: il pop-rap innocuo e triviale di Tengo duro (1996), che nella title track e in molti altri brani sembra un’imitazione degli Articolo 31 se non di Jovanotti (“L’inedito”), il più corrivo crossover reggae (“Donne in minigonna”) o il più appiccicoso melodico romantico (“Ti voglio meglio”); l’altrettanto dimenticabile secondo album La mia buona stella (1997), che peraltro rimesta molti dei brani già editi.

È evidente che questo Michele Salvemini si sta guardando ancora intorno, fra chi ha avuto un grande successo in Italia, per trovare un suo stile distinguibile in un mondo febbrilmente alla ricerca di nuove hit da dare in pasto al mercato, ora che il momento è propizio. D’altronde, è un periodo delicato per il nostro hip-hop. Il momento d’oro iniziato nel 1994, simbolicamente riassumibile nel capolavoro “SxM” dei Sangue Misto, ha visto confliggere underground mainstream, provocando guerre intestine in una scena in grande ampliamento ma comunque giovane e fragile dal punto di vista culturale ed economico. Il 1994 è però anche l’anno del “negativo” di “SxM”, ovvero il secondo album dei milanesi Articolo 31, “Messa di vespiri”: il compromesso con una forma più orecchiabile e immediata favorisce un successo ampio di pubblico e il vantaggio di essere nati e cresciuti in una città centrale per la scena italiana, come è il caso di Milano, insieme alla presenza sul palco di un istrione come J-Ax ha fatto il resto. Vende la quota ragguardevole di 140 mila copie, all’epoca un evento per un album che non sia pop o rock, ma causa anche il rifiuto della scena per la formazione, che comunque continuerà a mietere successi a lungo.

Nel 1994 anche Jovanotti, uno dei primi a fare qualcosa di assimilabile all’hip-hop in Italia, vende benissimo con “Lorenzo 1994”, l’album di “Penso positivo”, “Piove” e “Serenata rap”. Totalizza 600 mila copie, un vero trionfo commerciale. Dopo, si allontanerà da questi lidi musicali, rimanendo però un peso massimo del nostro pop.
Il messaggio che passa a seguito dell'exploit dei Novanta è che, per chi sa trovare la formula giusta, il compromesso buono per il grande pubblico, l’hip-hop è un modello ideale da cui partire per trovare il successo seguendo la moda del momento.
Il giovane Michele Salvemini, all'epoca un esordiente, rimane vittima di questo fraintendimento e della frenesia dell’industria di capitalizzare su una tendenza che viene vissuta come passeggera.
Non lo si può valutare, quindi, sapendo cosa è successo nei decenni successivi e argomentando in forza degli ascolti approfonditi propri delle retrospettive: a metà anni Novanta pochi avrebbero scommesso sul futuro del genere in Italia, rimasto schiacciato dalla sua stessa celebrità.
Col senno di poi, vista la sua storia personale e la propensione a una musica meticcia, che spesso dell’hip-hop prende soprattutto lo stile di canto rap rifiutandone il resto, il futuro Caparezza avrebbe potuto iniziare sulle orme di un classe 1971 come Luigi “Lou X” Martelli, anche lui meridionale e lontano dai giri più trendy, ma capace di raccontare un’altra Italia e di delineare un differente hip-hop, di ricerca e contaminazione, con il formidabile trittico “Dal basso” (1994), “A volte ritorno” (1995) e “La realtà, la lealtà e lo scontro” (1998).

Stando su nomi più noti al grande pubblico, un altro modello, questo seguito più da vicino e anche esplicitamente tributato dallo stesso Caparezza, sarà quello di Frankie Hi-NRG, non a caso un altro fuori dalle grandi città e dalle mode dell'industria musicale, con un vocabolario sterminato, una cultura tentacolare e una sensazionale abilità con il rap. Quest’ultimo è in stato di grazia su “La morte dei miracoli” (1997), un album che non rinuncia alla denuncia sociale, declinata però con meno irruenza e più severità, ammantata in un'amarezza che confina col disprezzo.
In questo tipo di riletture creative sarebbe rimasta celata la possibilità di far sopravvivere la fiamma del rap italiano anche dopo il fisiologico passaggio dell’entusiasmo iniziale della televisione, la radio, i giornali e (in misura assai minore) la critica.
Per la propria rinascita, Michele Salvemini partirà proprio da qui. Prima, però, dovrà trovarsi una nuova identità.

caparezzacorpo2Il terreno su cui si deve muovere all’altezza della fine del secolo è minato, così chi s’arrischia a proporre un compromesso anche originale fra ortodossia hip-hop e altri suoni, o anche nicchie culturali, finisce per essere trattato come un appestato dalla scena.
L’informazione generalista e il grande pubblico, poi, a fine anni Novanta si sono semplicemente stancati del rap italiano: neanche i titolari di molti bestseller riescono a riscontrare nuovi successi commerciali e fra i due millenni i soldi iniziano a mancare, le idee latitano e le soddisfazioni sono praticamente inesistenti.
In alcuni casi il pubblico rivaleggia, per dimensioni, con il numero di rapper che vorrebbero guadagnarsi un qualche posto nel panorama musicale: è evidente che non può avere molto futuro un mercato così ingolfato.

Il caso di Tommaso “Piotta” Zanello, un classe 1973 come Michele Salvemini, è paradigmatico: eletto mc dell'anno dalla rivista di settore "Aelle" nel 1998, quindi incoronato dal purismo hip-hop come astro nascente, diventa inaspettatamente celeberrimo con un pezzo pop-rap coloratissimo, deliziosamente kitsch e sgraziatamente romanaccio come il disco di platino "Supercafone" (1999), provocando un corto-circuito fra underground e nazional-popolare che tocca il nervo scoperto della contraddizione, presunta e tutta nostrana, fra rap di qualità e rap di successo.
Nonostante l’album “Comunque vada sarà un successo” (1998) sia uno dei più divertenti e originali dell’anno, almeno per il suo genere, viene disconosciuto dagli estimatori e Piotta faticherà poi a ritrovare un proprio linguaggio, rimanendo un rapper incompreso, vittima di pregiudizi e superficialità per il resto della carriera.
Vedremo che anche da questo rischio Michele Salvemini dovrà guardarsi, ma in un contesto nel tempo diventato più aperto alle nuove idee.

Il ritorno a Molfetta e la rinascita come Caparezza: i demo e “?!”

caparezzacorpo3Ritornato nella natìa Molfetta, si reinventa a livello stilistico e, dopo essersi fatto crescere capelli e pizzetto, si ribattezza Caparezza, inizialmente stilizzato come “CapaRezza” e traducibile, dal dialetto, come “testa riccia”. Produce nel suo garage alcuni demo, segnatamente Ricomincio da Capa (1998), Zappa (1999) e Con Caparezza… nella monnezza (1999), anche se su quest’ultimo solo tre brani sono interamente suoi, mentre agli altri partecipa come produttore mentre intervengono altri artisti pugliesi.
Infine esordisce con ?! (2000), nel pieno della crisi dell'hip-hop italiano, riprendendo e perfezionando 12 brani già presenti sui demo e aggiungendo due inediti. Usando il rap come strumento contundente, Caparezza trova la sua dimensione nell'aderire culturalmente più alle frange alternative e sinistrorse che all'ampio e trasversale pubblico dell'hip-hop da classifica, che ormai annega nei cliché o semplicemente si ancora ai successi del recente passato.
Scarta dalla grandeur autocompiaciuta dell'immaginario gangsta usando quel che rimane del rock, se non come sound come cultura, per trovare una sua voce inconfondibile, animata da un estro musicale imprevedibile.

In più, il nuovo Michele Salvemini veste i panni di un personaggio irritante, dal timbro acuto e penetrante, di carattere nevrotico e indole stravagante, d'animo polemico e d'umore spazientito, ben distante dai più diffusi party-animal entrati nella pop culture nostrana a cavallo della moda hip-hop. Quest'ultimo espediente, un doppio che si sovrappone all'individuo come una maschera che ne esagera alcuni tratti, è lo stesso di Eminem e del suo Slim Shady, e in Italia troverà una ulteriore declinazione nel fondamentale "Mr. Simpatia" (2004) di Fabri Fibra.

Questo esordio diverte e incuriosisce sin dalla stravagante introduzione, che così recita con il tono di un vecchio video promozionale:

Gentili ascoltatori, tecnici, registi e musicisti si stanno preparando per guidarvi alla scoperta della nuova e straordinaria tecnica del "suono a tre dimensioni" che si realizza con il 6 fasi superstereo

È l’inizio di un gioco con l’ascoltatore, che parte dal voler fortemente rinnegare il proprio passato come Mikimix, come chiarisce subito il rap-rock, ancora amatoriale nella produzione, di “Mea culpa”:

C'era chi mi spacciava dosi di business tossico
Mi credeva un pesce lesso dal lessico anoressico
Io scontato come il chili in Messico ci stavo
Non rischiavo, buono e bravo
Uno schiavo ritratto in un contratto controproducente

Nel resto della scaletta spiccano: la creatività lirica di "Tutto ciò che c'è", una delle prime dimostrazioni della sua sensazionale capacità di snocciolare testi con un flow preciso e veloce, infarciti peraltro di giochi di parole, cambi sostanziali di delivery e un’infinità di demenziali riferimenti a personaggi famosi (Cristina D’Avena che “duetta con i Prodigy”!); il Branduardi che spunta nella frenetica 2-step rappata de "La fitta sassaiola dell'ingiuria", un manifesto di un outsider fiero; la strana serenata-rap, con un ritornello da cantare e con un testo pieno di paragoni improbabili, di "Mi è impossibile".
È un Caparezza che mantiene un tono complessivamente leggero, nonostante le critiche alla società, e che diverte fino all’esilarante in “Chi c*zzo me lo fa fare”, che prende di mira le sottoculture giovanili. Allo stesso tempo, è già capace di sfoggiare virtuosismi linguistici, come in “Dindalè Dindalò”, puntando su velocità e chiarezza nella dizione.
Quelle che ancora sono immature sono soprattutto le produzioni, troppo spesso amatoriali e affidate allo stesso Caparezza, che a volte ha una mano molto pesante, come in “Uomini di molta fede”, o non riesce a essere granché originale, come in “Ti clonerò”.
Funzionano a metà anche i ritornelli, ganci melodici non sempre coerenti col brano, che a volte riescono a innalzare i pezzi e a renderli più facilmente ricordabili, altre volte mancano il bersaglio, per esempio nella già citata “Uomini di molta fede” o con i suoni cinematografici di “Il conflitto”.

?! è chiaramente un riflesso del periodo dei demo registrati in garage, ma un orecchio attento può già discernere le caratteristiche essenziali che renderanno Caparezza qualcosa di unico nel panorama hip-hop italiano, facendone un credibile erede del rapper calabrese Turi, di cui ricorda il mix di sarcasmo e parlantina ben riassunta su “Salviamo il salvabile” (2001), e del già citato Lou X. Questo non è stato che un (nuovo) inizio.

Un altro modo di fare hip-hop: “Verità supposte” e il successo

caparezzacorpo5Con il secondo disco Verità supposte (2003) Caparezza arriva al successo nazionale e confeziona uno degli album più creativi della rinascita del nostro hip-hop.
Assorbite varie ispirazioni musicali (il tango, il dancehall, l'elettronica, lo jodel), affinata la complessità dei testi e la ricercatezza metrica, e aumentato il peso della critica sociale e politica, è diventato erede anche di Frankie Hi-Nrg, altra figura periferica, non solo geograficamente, della scena.
Dal rap da classifica da cui è stato un tempo attratto, e che ha provato a praticare senza successo, Michele Salvemini fugge con disprezzo. Ben lontano dallo stile di un altro album fondamentale per la rinascita del nostro hip-hop come “Mi Fist” dei Club Dogo, sempre del 2003, Verità supposte se ne differenzia perché invece di analizzare la società all’altezza della strada, fotografando il marcio di una Milano decadente ed edonistica, preferisce abbracciare temi più ampi, sostituendo al neorealismo gangsta-funk del trio milanese riflessioni sul razzismo, il meridione, la violenza, l’industria musicale e del divertimento, la televisione spazzatura e la guerra.
Rispetto a un altro rapper fondamentale per il periodo, Fabri Fibra, questo Caparezza è meno psicanalitico o concentrato sui propri flussi di pensiero, interessato a parlare più del suo modo di vedere la realtà che di come lui ne sia parte integrante. Per tutti questi temi succitati Caparezza ha un’opinione forte, che articola con testi al contempo fruibili, stimolanti e ricercati. L'eccezione è "Dualismi", che incarna la sovrapposizione fra persona e personaggio con un dialogo schizofrenico.
La spassosa stravaganza bandistica di "Fuori dal tunnel" diventa un tormentone, suo malgrado, ma rimane uno dei brani essenziali del periodo, con il suo grandioso susseguirsi di creazioni nell’arrangiamento, l’appiccicoso ritornello cantilenante, il paradossale ossimoro di essere un brano irresistibilmente divertente e cantabile che bersaglia proprio (un certo tipo) di divertimento effimero, omologato, stereotipato. A livello metrico, è un intarsio affollato di rime interne, allitterazioni e assonanze che animano un continuo susseguirsi di giochi di parole. Fra i versi da ricordare troviamo passaggi come:

Sbuffo pensando a serate tipo del tipo: "Che facciamo?"
Io ho una Tipo di seconda mano
Che mi fa da pub, da disco e da divano
Sono qua, come un allodola questo è il mio ramo

L’inno anti-razzista "Vengo dalla Luna" e la polemica "Il secondo secondo me" sono altri brani imperdibili, per la loro capacità di dialogare con il linguaggio del rap-metal melodico tipo Linkin Park (la prima) e di superare il modello del dancehall animandolo con un testo freneticamente caustico, assortito di calembour creativi.
Altri brani sono viaggi ricchi di colpi di scena, anche a costo di collimare con il cartoonesco per gli arrangiamenti coloratissimi (“Dagli all’untore”, “Stango e sbronzo”, “La legge dell’ortica”, la velocissima “Giuda me”, lo jodel  di “Jodellavitanonhocapitouncazzo”).
Quando il messaggio arriva però senza che traspaia un intento anche ironico o sarcastico, e quando il testo tende a diventare una piccola lezione morale in rima, Caparezza si fa un po’ altezzoso, sopravvalutando la profondità di alcuni suoi messaggi. È il caso di “Nessuna razza”, un altro e molto minore brano contro il razzismo, o del pacifismo banalotto di “Follie preferenziali”, che nel ritornello canta:

Preferisco ammazzare il tempo
Preferisco sparare cazzate
Preferisco fare esplodere una moda
Preferisco morire d'amore
Preferisco caricare la sveglia
Preferisco puntare alla roulette
Preferisco il fuoco di un obiettivo
Preferisco che tu rimanga vivo

Non proprio un trattato sul pacifismo, converrete. Il personaggio di Caparezza, nato con dei tratti esasperati ed esagerati funziona di più, in quest'album, quando unisce al messaggio una forma esuberante, metricamente rocambolesca e formalmente sopra le righe. L'album si muove, a tratti pericolosamente, fra i clichè e la loro derisione, così che a tratti sembra, paradossalmente, criticare se stesso.
Proprio il singolo di maggiore successo, il già citato “Fuori dal tunnel”, riassume bene questo aspetto contraddittorio: è una anti-hit che è diventata un tormentone, nel quale la forma radiofonica ha prevalso sull’elaborato testo che l’accompagna.

caparezzacorpo7Verità supposte
 piace anche fuori dal mondo hip-hop e dei suoi ascoltatori abituali, perché integra i trucchi del rock da stadio, ammicca al nu metal, prende ispirazione dal rap-rock e rivitalizza il tutto in collage multistilistici frenetici. Della cultura hip-hop è rimasto ben poco, se non il fatto che Caparezza rappa con rara abilità.
Con le chitarre distorte, le basi elettroniche e i ritornelli pop, Verità supposte funge da buffet musicale: ognuno troverà qualcosa di suo gusto, e anche se alcune pietanze risulteranno familiari, la godibilità sta nella varietà e negli accostamenti inaspettati.
D’altronde, la ricchezza delle composizioni è su un altro pianeta rispetto a ?! e negli arrangiamenti troviamo adesso un rhodes, un wurlitzer, una clavietta, l’arpa malgascia, gli ottoni, gli archi e un pianoforte giocattolo, fra tanti altri strumenti.
Se l’esordio è praticamente un lavoro svolto in autonomia, qui intervengono numerosi musicisti e Carlo Ubaldo Rossi, esperto produttore che ha lavorato, fra gli altri, anche con 99 Posse, Africa Unite, Baustelle, Vinicio Capossela, Irene Grandi, Jovanotti, Ligabue, Litfiba, Gianna Nannini, Neffa, Negrita e Subsonica.
Verità supposte è premiato con un disco di platino, a riprova dell’efficacia commerciale di un album che critica aspramente proprio la musica che abita i piani alti della classifica. In questo equilibrismo fra messaggio e fruibilità sta la sua specialità. Ora non resta che far morire anche Caparezza. Più o meno.

L’album “postumo” di un cantante ancora in vita: “Habemus Capa” e la piena maturità

caparezzacorpo8Il presupposto del suo terzo album, Habemus Capa (2006), pubblicato con la major Emi, è la morte dello stesso Caparezza: un espediente per scattare dal rischio di appiattire la sua carriera sul modello dei successi già ottenuti, ma anche uno spunto per approcciarsi a una forma, pur molto lasca, di concept-album.
Se la creatività è rimasta quella di Verità supposte, la forma è stata ulteriormente perfezionata grazie ai contributi di polistrumentisti, cori, bande e persino un'orchestra. I testi, su cui un Caparezza scaricato dal peso di dover suonare vari strumenti e fungere da producer può concentrarsi ancora di più, sono sensazionali per densità, virtuosismi metrici e strabordante fantasia lessicale.
A livello stilistico, il rap-rock è ancora ben presente, seguendo un modello non esattamente ambizioso ma, in forza di arrangiamenti ricchi e di un rap funambolico, buono come compromesso atto a evitare brani logorroici: alle strofe cadenzate, eminentemente ritmiche, si contrappongono più melodici e corali ritornelli, che aiutano l'immediatezza e la digestione di muraglie di versi snocciolate spesso in modo frenetico.
Quando però i contenuti sono meno a fuoco, come in "Sono troppo stitico", viene da chiedersi se non si potesse accorciare una scaletta di 19 brani che comprende anche degli evitabili interludi.
"Annunciatemi al pubblico" è un ottimo bignami dell'album, un labirinto sintattico e lessicale speziato da stralci strumentali demenziali ed eterogenei e sospinto verso un ritornello per chitarre distorte e coro; c'è spazio persino per un assolo di chitarra così codificato da suonare come una (volontaria?) parodia.
L'operistica "Torna catalessi", con sognanti melodie di fiati, e l'ultra-kitsch spagnoleggiante "Dalla parte del toro" sono tappe di un pastiche tenuto assieme da una inesauribile capacità di giocare con le parole, mischiando ironia e critica sociopolitica.
Quest'ultima si fa più esplicita in "Inno verdano", un frenetico dance-hall che nei contenuti suona finanche didascalico, e in "The Auditels Family" e "Ti giri", una doppia arringa anti-televisione non particolarmente arguta ("Tiggì tiggì ti giri e ti incula", non proprio da Pulitzer).
Il rocambolesco flow di "Ninna nanna di Mazzarò", un delirante scioglilingua fra ricordi di Verga e rimandi al capitalismo sfrenato, è uno dei suoi vertici. Il virtuosismo nel virtuosismo è un intreccio di rime che apre la terza strofa, tutte imperniate sul suono "x": 

La mia donna bella donna pure in unisex
A letto siamo un Moulinex la metto a cuccia come Rex
Col mio Vicks Sinex vado spedito tipo FedEx
E vivo, momenti piccanti emulanti il Tex Mex
Ma in un multiplex vidi Mazzarò con due transex
Lui le disse: 'Ti porto ad Hollywood come il Frankie di Relax
Beviti un paio di Beck's e facciamo del sado sex'
E da quel giorno fu la mia ex, dura lex

Altrettanto delirante il collage di "Felici ma trimoni", animato da un flow flessuoso, coretti e stralci operistici, batterie drum'n'bass e un arsenale di dettagli sonori. Il singolo più pop, "La mia parte intollerante", montato su un beat ballabile, è spezzato da ritornelli radiofonici che girano infine verso un bercio finto-punk: è al limite della parodia, una conclusione a suo modo perfetta. Ci si diverte anche nel finto nonsense di "Titoli", un rock elettronico infarcito di slang finanziario. 

Ecco qui l'MC di Wall Street
Butta un BTP sull'LP col beat
Sono il big del MIB, negli slip ho un MiG
Col cheque to cheque, cheek to cheek
Come Bill qui si investe in bit
Punto sul .com e sul .it
Un tris di titoli e faccio il vip
Con un trip chic a Sharm el-Sheikh
Prosit per ogni profit
Io ne approfitto finché c'ho sprint

Nuovo disco d'oro, Habemus Capa è un Verità supposte con più mezzi e più coraggio. Questa strada, già battuta con successo, sembra ormai dover essere abbandonata e l'ispirazione arriva dalla dimensione meno autoironica e più retorica di Caparezza.
Invece di superare il collage vertiginoso di stili, infatti, l'artista pugliese lo replicherá ispirandosi a modelli ancora più frusti del crossover rap-rock che pratica da tempo. In preda a una certa nostalgia, guarda verso il prog rock e i suoi concept-album.

I primi pseudo-concept: "Le dimensioni del mio caos" e "Il sogno eretico"

Le dimensioni del mio caos (2008), primo album per la major Universal, celebra i quarant'anni del 1968, cita Jimi Hendrix e ammicca al pubblico rock come non mai in brani formulaici come "Ilaria condizionata" (ma cita gli Amon Düül) e il rap-metal di "Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti" (come fosse ancora in corso la "battaglia di Los Angeles").
Concepito come supporto musicale al suo libro "Saghe mentali", l'album è arricchito dai camei di molti famosi doppiatori italiani (Michele Kalamera, Pasquale Anselmo, Dario Penne e Christian Iansante) e di Cinzia Fiorato, giornalista Rai, nonché dalla partecipazione dei Ministri in "Ulisse (You Listen)".
Tutto suona meno vivace e ispirato, quando non si autocita come nell'arrembante "Abiura di me", e il concept suggerito da confezione e introduzione deraglia molto spesso, così per seguirlo adeguatamente serve attenzione e dedizione al fine di ricollegare una trama piena di colpi di scena ma non esattamente memorabile. La sovrastruttura dell'opera promette più di quanto arriva dall'ascolto, come capiterà anche in seguito nella carriera.
Il personaggio Caparezza sembra lasciare anche spazio alle riflessioni di Michele Salvemini ("Non mettere le mani in tasca", primo brano intimista della discografia) e anche quando vuole tornare a scherzare a modo suo con "Pimpami la storia"e "Cacca nello spazio" suona insolitamente seduto, con arrangiamenti più lineari e meno sfoggio di abilità con le rime.
Per trovare un brano all'altezza del suo meglio, bisogna arrivare al singolo taranta-rap-rock "Vieni a ballare in Puglia", capace di replicare l'equilibrio miracoloso fra messaggio e intrattenimento che fu di "Fuori dal tunnel". Anche questa volta il brano entra in circolazione persino nei luoghi del divertimento più effimero, ma adesso è da ingenui considerarlo un caso: questo è un successo cercato e ottenuto, che ottiene il disco di platino senza stupori. Il primo singolo, "Eroe (storia di Luigi delle Bicocche)", è invece impacchettato come un pop-rap strappalacrime, pericolosamente vicino al pietismo più patetico e retorico.

caparezzacorpo6Anche grazie a una costante attività live, l'album riscuote un buon successo. Il sogno eretico (2011) è ancora più impegnato, per non dire impegnativo, nel suo concept, disquisendo di problemi socio-politici in rima e inanellando riferimenti "alti". Nuovi inni come "Chi se ne frega della musica", una specie di cabaret ridanciano, non valgono i precedenti ma intrattengono. Meglio sparigliare le carte e abbracciare convintamente la nostalgia con il synth-pop un po' ruffiano di "Goodbye Malinconia" (con Tony Hadley) o tornare a beat veloci e ballabili con "La fine di Gaia", un rock elettronico da manuale, buono per fare saltare tutti ai concerti. C'è spazio pure per un reggae anti-berlusconiano come "Legalize The Premier" (con Alborosie), decisamente più facilone della "Ninna nanna di Mazzaró" ma meno retorico di "Non siete stato voi", che fa sembrare "Eroe" un motivetto disimpegnato.

Pur rimanendo impareggiabile nel lessico e densissimo nei riferimenti culturali, il rap sempre più pop-rock di Caparezza è finito parzialmente soffocato dall'autoreferenzialitá e dalla verbosità, diventando meno dirompente, divertente e innovativo, costretto a cercare nel passato le proprie ispirazioni. In tutto questo, però, arriva un colpo di coda del personaggio urticante creato a inizio carriera in "Kevin Spacey", l'ennesimo rap-rock ma animato da un'enorme serie di dettagli comici e soprattutto con un testo di soli spoiler: è il suo modo di essere malvagio, un nostrano Slim Shady goliardico e assordante.

Forte di un disco di platino per l'album Il sogno eretico, pubblica anche il live Esecuzione pubblica (2012): dal vivo, da sempre, è un mattatore eclettico e travolgente, con pochi paragoni in Italia, ma i documenti registrati non possono eguagliare l'esperienza diretta, assolutamente consigliata.
È questa l'occasione per spendere una parola su Diego Perrone, la fondamentale seconda voce e spalla di tanti concerti di Caparezza, un instancabile supporto alle animate serate di musica e spettacolo che Michele Salvemini imbastisce.
Perrone è fondamentale per rendere possibili in concerto i brani ascoltati in versione studio, fungendo al contempo da hype man.

Il consenso (quasi) unanime: la Targa Tenco, "Prisoner 709" e la metamorfosi di "Exuvia"

Il concept artistico Museica (2014), che comunque vince la Targa Tenco e ottiene il disco di platino, sembra eccedere nell'ambizione fino al cervellotico e al tronfio. Come dice lo stesso autore:

È un album ispirato al mondo dell'arte, l'audioguida delle mie visioni messe in mostra. Ogni brano di Museica prende spunto da un'opera pittorica che diventa pretesto per sviluppare un concetto. Non esiste dunque una traccia che possa rappresentare l'intero disco, perché non esiste un quadro che possa rappresentare l'intera galleria. In pratica questo album, più che ascoltato, va visitato.

Alla prova d'ascolto, poi, queste ispirazioni alte e capolavoriche sono spunti spesso pretestuosi per brani che, nonostante le dichiarazioni di un nuovo album d'esordio, riprendono uno stile ben conosciuto, a partire da "Avrai ragione tu (ritratto)", un nuovo rap-rock con momenti da cabaret, questa volta con satira anti-bolscevica, e proseguendo col rock elettronico di "Non me lo posso permettere", nuova critica sociale dal ritornello appiccicoso e il violino tzigano, e tante altre.
Nuovi numeri rap-metal come "Mica Van Gogh" e "Argenti vive" suonano attempati, nonostante la lucidata bro-step, e le novità sono variazioni su temi conosciuti: cambiano gli spunti stilistici ibridati con un rap sempre preciso e affilato, ma nei contenuti ormai molto riconoscibile, tanto da suonare prevedibile anche nel solito affastellarsi di riferimenti di cultura popolare.
Ci si diverte ("Giotto Beat", "Comunque Dada") ma è "China Town" a spiccare, un'atipica canzone d'amore che, ancora una volta, fa emergere la persona dietro il personaggio, con il delivery si fa più pacato ed emotivo e il testo che vira all'intimismo:

L'inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi
D'un tratto esplode come un crepitio di mortaretti
Come i martelletti della olivetti di Montanelli
Le canne a punta cariche di nero fumo, il vizio
Di chi stende il papiro come uno scriba egizio
Questo pezzo lo scrivo ma parla chiaro
Nell'inchiostro mi confondo tipo caccia al calamaro

È proprio questa introspezione, che domina anche "Fai da tela" (con Diego Perrone), uno psicodramma senza precedenti nella discografia, a segnare la strada per il futuro.

caparezzacorpo4L'album su sé stesso e sulla propria crisi creativa e personale, Prisoner 709 (2017), doppio platino e primo posto in classifica, è ancora più sfarzoso: registrato fra Molfetta e Los Angeles, conta ospiti di lusso (John De Leo, DMC e Max Gazzè) e una produzione piena di rock fornita da Chris Lord-Alge (Muse, Green Day, My Chemical Romance, U2, Eric Clapton e tanti altri), non proprio innovativa ma da professionisti consumati.
È finalmente un cambio di direzione sostanziale, con un fil rouge meno rocambolesco a dei contenuti più personali, che affrontano drammi personali e artistici.
È sempre piaciuto ai rocker ma quest'album lo consacra come un rapper ascoltato da chi non gradisce in generale l'hip-hop, fondamentalmente perché rompe i legami già laschi col genere per ammiccare persino al prog-rock ("Il testo che avrei voluto scrivere").
Come per Museica, i brani intimisti come "Una chiave", "Larsen" e "Prosopagnosia" spiccano sul resto, con la felice eccezione del doppio platino "Ti fa stare bene", un vivace singolo di rock ballabile ornato da un ritornello corale che esce dalla trappola della hit di critica sociale per qualcosa di più immediato e divertito.
A fine scaletta, di ben 16 brani, ci si potrebbe chiedere se tutti i pezzi, compreso l'electro-gospel di "L'infinto", fossero necessari nella versione finale o se una sfoltita avrebbe donato maggiore incisività o coesione all'album.

Prisoner 709 Live (2018) documenta la resa dal vivo in questo periodo, poco prima dello stop forzato causato dalla pandemia.

La conclusione di questo accidentato percorso di cambiamento, più volte ricercato ma mai raggiunto con pienezza e stabilità, arriva con Exuvia (2020), l'ideale dramma personale in cui la scena madre è l'uccisione del personaggio Caparezza per arrivare a una totale emancipazione artistica dal proprio passato. Finalmente i semi che pure si potevano già notare in Museica e Prisoner 709 danno i loro frutti.
Rimane, come in buona parte della propria carriera, una tendenza a impalcare sovrastrutture cervellotiche e concept che, nella loro ricchezza d'intenti e rimandi, richiedono il ricorso a note a margine, lettura di interviste e profonda conoscenza del vissuto dell'autore, ma se questi limiti in passato danneggiavano anche un ascolto meno guidato e informato, questa volta la scrittura intima e introspettiva basta a sé stessa, anche senza l'esegesi arzigogolata di ogni elemento dell'opera.
Il manifesto della rinascita "Fugadá", la malinconica "El Sendero" (feat. Mishel Domenssain), una più matura scesa a patti con il proprio passato ("Campione dei novanta") e una dolceamara riflessione sulla morte ("La certa") sono momenti centrali di un nuovo modo di declinare la propria creatività, con il rap aggiornato ai flow contemporanei (soprattutto con rimandi a Gemitaiz e MadMan), un uso del rock meno calligrafico, una scaletta avventurosa ma meno dispersiva.

Un unicum nel rap italiano

Avviato verso i cinquant'anni, Michele Salvemini si impone così come un credibile interprete di un rap cantautorale maturo, ancora oggi diverso e personale rispetto a molti altri colleghi.
Se all'arrivo degli anni Venti iniziano a imporsi alcuni autori nella scena nazionale ormai a proprio agio con un'evoluzione in senso autoriale dell'hip-hop, tout court o lato sensu, come Marracash o Dargen D'Amico, Caparezza con Exuvia trova la sua declinazione personale.
È l'approdo di una carriera articolata e non priva di ripensamenti, ma nondimeno è un traguardo importante per l'autore e per chi apprezza la sua musica. Forse Michele Salvemini è davvero uscito dal tunnel del proprio personaggio, finalmente. 

Caparezza

Fuori dal tunnel del rap

di Antonio Silvestri

Caparezza vive al confine della scena hip-hop, della quale rappresenta un unicum. È un personaggio complesso e un artista multiforme, che trova grande riscontro anche presso un pubblico che con l’hip-hop ha poca dimestichezza, o semplicemente non lo apprezza granché se non ha la sua firma
Caparezza
Discografia
 MIKIMIX
  
 Tengo duro (Sony, 1996)
 La mia buona stella (Sony, 1997)
  
 CAPAREZZA
  
 ?! (Extra Labels, 2000)
Verità supposte (Extra Labels, 2003)
Habemus Capa (Emi, 2006)
 Le dimensioni del mio caos (Emi, 2008)
 Il sogno eretico (Universal, 2011)
Epocalisse: Capalogia da ?! al caos (antologia, Emi, 2011)
 Esecuzione pubblica (live, Universal, 2012)
 Museica (Universal, 2014)
 Prisoner 709 (Universal, 2017)
 Prisoner 709 Live (live, Universal, 2018)
Exuvia (Polydor, Universal Music, 2021)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

CAPAREZZA

Exuvia

(2021 - Polydor, Universal Music)
La complessa metamorfosi dell'artista pugliese, che prova a riconciliarsi con il proprio passato

CAPAREZZA

Le dimensioni del mio caos

(2008 - Universal)
Lo pseudo-concept del rapper pugliese all'insegna del "grillismo"

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