Dargen D'Amico

Dargen D'Amico

Variazioni sul tema dell'hip-hop italiano

di Antonio Silvestri

L'imprevedibile carriera del grande irregolare del rap italiano, passato dall'hardcore-hip-hop alle sperimentazioni astratte, fino al cantautorato e al pop più kitsch

Il più astratto e imprevedibile dei rapper italiani è il milanese di origini siciliane Dargen D'Amico, in passato conosciuto come Corvo d'Argento e registrato all'anagrafe nel 1980 come Jacopo D'Amico. Incarna, con il suo stile poliedrico ed eterogeneo, incorreggibilmente irregolare, tutta una serie di declinazioni della musica hip-hop intesa in senso ampio, con la quale gioca con la spontaneità di un bambino e con l’acume di uno sperimentatore. Difficile trovare qualcuno che, da solo, possa anche solo paragonarsi alle sue mutevolezza ed eclettismo, tanto che nella sua lunga carriera ha attraversato la scena rap nostrana in lungo e in largo, con importanti momenti di traiettorie esorbitanti dai confini stilistici del genere.
La sua carriera ha il pregio di essere in continua evoluzione, l'opera incompleta e ambiziosa di un musicista che sembra sempre alla ricerca di un nuovo linguaggio con cui comunicare, più efficace ed efficiente. I suoi primi due album hanno scardinato le certezze della scena italiana sfruttando soluzioni molto variegate, spesso etichettabili come sperimentali, sia a livello musicale che linguistico, e meritano a posteriori di essere riconosciuti per i due album dirompenti che molti fra i contemporanei ignorarono.

Sacre scuole: quando Dargen D’Amico ha rischiato di essere il quarto Club Dogo

Da dove partire, dunque, per raccontare la carriera ultraventennale di Jacopo D'Amico? Da un librogame, cioè un tipo di opera narrativa popolare nei fu anni Ottanta, che, invece di essere letta linearmente dall'inizio alla fine, permette al lettore di partecipare attivamente alla storia, decidendo tra alcune possibili alternative che modificano lo svolgimento della trama. Il libro di nostro interesse si chiama “Il mistero del corvo d'argento” (1991), dal quale il nostro Jacopo prende spunto per il proprio primo nome da rapper, Corvo D’Argento. Quando inizia a muovere i primi passi nel mondo dell’hip-hop, grazie alle prime sfide di freestyle nella nativa Milano e ad alcune collaborazioni con veterani come Chief e Dj Enzo, conosce due rapper destinati a fare, anche loro, la storia del nostro rap. Si tratta di Cosimo Fini, meglio conosciuto come Gué Pequeno, e Francesco Vigorelli, diventato celebre come Jake La Furia. Il lettore che non sia a digiuno di rime italiane avrà riconosciuto in questi due nomi i volti ben conosciuti di due Club Dogo, ma anche dei celebrati artisti solisti. Prima dell’esperienza del seminale “Mi Fist” (2003), però, i due insieme al nostro Corvo D’Argento pubblicano un lavoro breve ma diventato nel tempo di culto come 3 MC’s al cubo (1999), attribuito a Sacre Scuole.

Si tratta di una prima occasione per apprezzare le doti tecniche dei tre, che hanno esordito in un periodo particolarmente buio per la scena nazionale. Al centro di una crisi discografica, dovuta alla sovraesposizione commerciale del nostro hip-hop sul finire del millennio, l’unico lavoro targato Sacre Scuole sembra la proverbiale boccata d’aria fresca: ancora ancorato all’hardcore-hip-hop novantiano, ma con una spinta creativa che già suggerisce quello che sarà il sound del decennio successivo. Ne sono ottime testimonianze le dinamiche “Sul filo del rasoio”, “Tempo critico”, “ Chiamati in causa tribunale" (feat. Chief & Solo Zippo) e soprattutto il primo gioiello di Jacopo D’Amico, il fiume di parole di “Salvation Army Pt.1”.
Peccato che questo primo sussulto sia destinato a rimanere l’unica, più sostanziosa, testimonianza del genio di Jacopo D’Amico per molto tempo, con l’importante eccezione di una comparsata nel già citato “Mi Fist”, più precisamente nell’extrabeat da capogiro di “Tana 2000”, contenente una delle strofe più iconiche del nostro rap.

Musica senza musicisti: la rifondazione dell’hip-hop italiano

La lunga attesa è ricompensata dal sensazionale esordio solista, adesso col nome Dargen D’Amico, opportunamente intitolato Musica senza musicisti (2006), che in quasi 80 minuti mostra in modo compiuto le sue doti da assoluto fuoriclasse, forte dell'estro di chi non riesce a stare all'interno delle regole e le piega a suo piacimento fino a stravolgerle. Non a caso, per pubblicarlo utilizza l’etichetta indipendente da lui fondata, la Giada Mesi, come a voler ribadire che non esiste un vero mercato per certa musica. Jacopo scrive i testi, rappa da par suo ed è anche il principale producer dei 24 brani in scaletta, facendo di quest’esordio un raro caso di hip-hop autoriale; laddove i colleghi impiegano ghostwriter, team di produttori e lunghi elenchi di collaboratori, lui si muove quasi completamente in autonomia, unico uomo al comando di un'operazione di rifondazione.
L’eccezionale e innovativo abstract-hip-hop che segna la distanza dal resto della scena è quello del secondo brano “Signora del lago o musica senza musicisti”, un pezzo rumoroso e ruvido, glitchy e sensuale, nonché arricchito da un refrain malinconico e da un testo labirintico, aperto da un’introduzione parlata che funge da manifesto estetico: “Bisogna dire la verità sulla propria musica/ Questa non è una musica da luogo di cultura/ Col posto a sedere non cedibile/ Questa è musica da giovani, capisci?/ Ascolti con le cuffiette, tra te e te/ Questa è musica senza musicisti”. Sempre in questo brano si descrive con arguzia la natura molteplice dell’opera, artigianale e sofisticata, tradizionale ma anche innovativa: “Può ascoltarla l'intera famiglia, dal padre/ Fissato con Gaber e i quadri alla figlia/ Fissata con la gabber e la pastiglia”. Come più volte dimostrerà durante la lunga carriera, tutto questo non manca di una certa ironia sorniona, come suggerisce la conclusione: “La ascolti dove vuoi, quando vuoi/ È una musica… i giovanotti si ascoltano questa musica/ Te la ascolti tra te e te, mentre fai altre cose, più cose insieme…/ È poco impegnativa, è la sua peculiarità/ Questa è musica senza musicisti, capisci?”.
“Ricollocamento di un operaio” si muove tra gorgheggi sintetici costruendo un dialogo surreale in un contesto musicale ansiogeno, gestito da più "voci" a interpretare vari interlocutori ma tutte affidate allo stesso Dargen D’Amico. “La fedina penale” fa deflagrare il beat fino a renderlo appena riconoscibile, mentre la voce snocciola rime su rime ad alto tasso ormonale con l’illogica logicità tipica della libera associazione d’idee: “Sono come Battiato, baby, a guardarne le membra non sembra/ E in realtà quando vi do spingo come l'animale”. "Variazioni sul tema Via Lessona" è un torrente di rime che immergono l'hardcore-hip-hop in un bagno acido.
Anche quando si accennano forme più canoniche di musica hip-hop, si alterna comunque il cantato-rappato con lunghi momenti strumentali, a compensare la tipica verbosità che affligge spesso il genere, o il testo diventa un mero elenco senza verbi e sintassi, come il curioso tributo toponomastico di “Zafferano vulcano siciliano”. E sono proprio alcuni esercizi strumentali, insieme a quelli sulla destrutturazione linguistica e ritmica e il collage da flusso di coscienza, ad aumentare la caratura dell'opera elevandola al livello dei grandi album italiani del periodo, non solo limitatamente all'ambito hip-hop: il magma elettronico dell'introduzione in primis, e poi la frenesia di “Bobby’s Back To Houston” che in coppia con la successiva e cinematica “Salendo sempre più (dentro te)” totalizza oltre nove minuti con la voce ridotta a mero contorno, mentre “Domenica Messina” ingloba suoni industrial e glitch in un epilettico scratchare hip-hop e “Ciccio (fammi una canna)” usa registrazioni di un mercato rionale per farne un affresco elettronico mediterraneo.
Alcuni episodi sono semplicemente diversi dal già variegato insieme di brani in scaletta, com’è il caso della breve e tesa “La linea della vita risulta occupata”, che ricorda persino i Massimo Volume con il suo recitato drammatico e onirico, il punk-rap disordinato di "Salv Army III", il trip-hop di "Lunedì mestieri" o ancora di “The Sleepy Molotov (analità universale)”, che è quasi un divertissement pseudo-filosofico per voce all’elio: tre esempi, fra i tanti possibili, per suggerire l'ampiezza delle soluzioni adottate dall'autore per ri-mappare l'hip-hop nostrano.
Più che subire gli stereotipi del genere, Dargen D'Amico li rilegge e stravolge in un brano bislacco quale “Commo una troia”, esercizio dal testo maschilista che diventa un'inaspettata confessione intimista e che, inoltre, si apre con un elaborato esercizio di hip-hop strumentale pieno di rifrazioni elettroniche. Dal delivery strascicato e ubriaco ai prestiti dialettali, passando per l'interpretazione libera del ritmo, è facile scorgere in questo brano un sabotaggio, dall'interno, dei cliché del rap, atto a sovvertirne gli equilibri e stravolgerne i punti di riferimento. Il finale è un plot-twist da manuale: "E tratti il tuo migliore amico come un cane/ Sì, mi tratti come una troia/ Chi le racconta a mia madre che ho già speso tutto/ Vivo con una troia, voglio sposarmi una troia/ Darò un figlio a una troia e sarò felice con lei?/ Chi le racconta a mia madre che amo una troia?".
Non è un caso che proprio questo brano sarà d'ispirazione per un altro irregolare, appartenente però alla generazione successiva, come il Tedua di "Purple".

L'intera opera, evitando la monotonia  e variando gli stili in modo continuo e sorprendente, si afferma come un lavoro di importanza fondamentale per la nascita di una nuova scuola hip-hop italiana, che supera la sudditanza ai modelli statunitensi e che si riallaccia, senza particolari imbarazzi, alla nostra tradizione cantautorale: non è un caso che lo stesso autore si sia definito "cantautorap", e che egli stesso abbia indicato un altro irregolare come Lucio Dalla come un modello di riferimento. All'altezza del 2006 il collegamento fra i due mondi poteva forse sembrare azzardato, ma tre lustri dopo l'idea di fondere rap e songwriter sarebbe diventata uno degli assi portanti del nostro pop-rap.
Questo zibaldone, densamente glossato e ampiamente sviluppato, di un altro hip-hop possibile si sorregge su un'eccezionale padronanza del linguaggio e dei suoi espedienti retorico-musicali, del delivery e flow, delle più irregolari soluzioni metriche, di incastri, rime e assonanze che è paragonabile a quella dei maestri del genere. Neanche a dirlo, il tutto non desta granché l’attenzione del grande pubblico, tanto da far temere che Dargen D’Amico possa arretrare verso uno stile più potabile nell’immediato futuro. Da vero irregolare, rimane a lungo incompreso o più semplicemente poco conosciuto.

Di vizi di forma virtù: un coraggioso raddoppio

Nel 2007 partecipa come compositore e collaboratore ad alcuni brani dell'album “Figli del caos”, degli amici Two Fingerz. Quando torna alla carriera solista, invece di ridurre le proprie ambizioni rilancia, anzi raddoppia: Di vizi di forma virtù (2008) si presenta ancora più imponente, un colossale doppio album che si ferma dopo ben due ore, per un totale vertiginoso di addirittura 35 brani. Nessuno ha mai tentato un'opera simile nell'hip-hop italiano e anche in futuro sarà difficile trovare delle pietre di paragone. Nel complesso l'opera è strabordante di contenuti e idee, in cui nulla è davvero trascurabile, anche al netto della tendenza a disperdere le molte energie creative su tanti fronti differenti.
C'è un generale avvicinamento a una forma musicale più canonica, comunque ancora assai elaborata e personale, ma adesso priva di alcune delle stravaganze che potevano rendere ostico l'esordio. Se in quel lavoro si è fatta tabula rasa del sound di inizio millennio, rimappando completamente le possibilità del nostro hip-hop in un’ottica astratta ed elettronica, questa volta si utilizzano gli strumenti di Musica senza musicisti per allargare la rilettura e la sperimentazione anche ad ambiti più cantautorali e pop.
La sfilata di brani meritevoli d’attenzione è assai nutrita: il brano ammiccante da Snoop Dogg di “SMS alla Madonna”, che traspone a modo suo lo swag del rapper americano in un bislacco romanticismo al solito benedetto dalla creatività nei testi ("Ho fatto pelle contro pelle con compagne acerbe/ Poi tramutatesi in modelle/ Con loro ho mentito sul mio valore/ Avrei fatto di tutto pur d'arrossarne il candore/ Sognandolo fino a perdere la testa/ E a scrivere canzoni ben peggio di questa/ Fino a rinnegare il bum bum cha/ A rinnegare il mio nome, a invidiare quello di Jerry Calà"); l’elettro-rap scuro e spigoloso di “Low cash”, che chiude in una ossessiva ripetizione ("Sono così pochi questi dindi che li guardo/ Da vicino, li sorveglio come bimbi, perdo/ Tempo a dare un nome ed un cognome ad ogni soldo"); un nuovo manifesto abstract come “Tra la noia e il valzer”, anche verbalmente torrenziale e dalla produzione frenetica; la filastrocca ipnotica e amara di “Al Meccano”, che rimane su un modello pop-rap nonostante una forza centrifuga lo spinga ripetutamente fuori strada; l'elettro-rap strampalato su problemi di torcicollo di “Alì il thailandese”; l’atipica musica da club con riflessioni e tappeti atmosferici di “Anche se dite no” (feat. Two Fingers) con i suoi deliranti spoken-word a spezzare la cassa dritta ("Assieme valichiamo confini scoscesi/ Alfabetizziamo paesi con le gesta dei primi francesi/ Tieniti le capitali, dammi gli animali e paesi/ E l'amore di catanesi, more come cinesi/ Lasciami a piedi nel tacco dello stivale/ Spacchi naturali, è vertigine/ Tieniti stivale, tacco, spacco vertiginoso e vita infinita/ Sono un poeta, la mia morte sarà l'origine"); l’imprevisto inno al buono pasto di “Tike Restoran”, che unisce esercizi linguistici a un ritmo da rave.
Il secondo disco non è da meno, e regala: il soul con propaggini di gospel destrutturato di “Ci ricamo sopra”, con l'ugola di Daniele Vit; il flow chirurgico di “Limitato dal poeta”, orientaleggiante e psichedelica ("Limitarsi a vicenda è la vicenda dell'uomo con Dio"); il manifesto che elude il ritmo della title track ("Gli spiego che la morte è la fine, il sogno è l'inizio"); l'ipnotico refrain di “Origami love”; la critica musicale per citazioni e ritmi complessi del suo capolavoro “Come l'Italia e San Marino”, con un testo da vertigine per incastri, riferimenti e content (non senza ironia: "E se dico copulare al posto di scopare/ Dirà che il cd è sperimentale"); l'assordante strumentale acido di “Mar do alvo”; l'anti-pop di “Un grande pregio delle boy band”, insieme alla demenziale "La banana frullata" i due momenti più frivoli; il cubismo ritmico de “Il cielo dei ricchi”, convulso e disorientante; l'esercizio ballabile per vocoder di “I Love You But It Hurts”, vicino al più emotivo e robotico dei Kanye West.

Dargen D'Amico lavora variando i ritmi, intrecciando gli stili, rendendo spesso più "reali" e meno stereotipati i testi, giocando con il linguaggio, con le strutture, con le citazioni, con i richiami tipici del post-moderno, con le citazioni da
rave e da discoteca, con le critiche sociali e musicali. Non ultimo, scherza su se stesso, diventando parodia di un rapper e poi tornando nelle vesti del filosofo urbano, del ragazzo esaltato, del latin-lover fallito e così via. Se Musica senza musicisti ne ha definito lo stile, Di vizi di forma virtù ne conferma la statura come uno dei più importanti rapper nazionali.
Più partecipata la produzione, con
Crookers e Roofio dei Two Fingers a dare un sostanziale contributo. Aumentati anche i colleghi con cui spartire il microfono, compreso un Emiliano Pepe destinato a diventare un fedele compagno d'avventura. In ogni caso, poco cambia in termini di autorialità: è anche questo un lavoro, come l'esordio, in cui la peculiarità artistica di Dargen D'Amico traspare da ogni brano e ogni dettaglio.

CD’ e Nostalgia Instantanea: cantautorato, pop e stato ipnagogico

CD'
(2011), che unisce due Ep del 2010 e aggiunge alcuni inediti, vira verso un suono più cantautorale ed emotivo, anche decisamente più vicino al sound radiofonico ("Odio volare"; "Bere una cosa"; "Nessuno parla più" con Fabri Fibra e Danti) o addirittura al ballabile estivo più corrivo ("Ma dove vai (Veronica)"; "Orga(ni)smo (uni)cellulare") e alla tamarrata da discoteca ("Mi piacciono le donne").
Il tema che accomuna i brani non stimola esattamente l'originalità, trattandosi dell'amore, ma comunque non mancano alcuni momenti da ricordare. È il caso di "Briciole colorate", che si apre con una musica cinematica e propone un rap-spoken-word fantasioso, anche se è fiaccato da una certa prolissità. I quasi 7 minuti di "Perché non sai mai (quel che ti capita)" rappresentano un altro momento ricordevole, un mutante mix di musica ballabile, rap e spoken-word che rievoca la forma libera dei primi due album, citata anche dalla movimentata "Un Dio a parte (un poeta e un po' no)", che contiene i versi “È musica più leggera della musica pesante/ Ma è più pesante della musica leggera/ Ho costruito un ingresso principesco/ Ma lo senti dall’odore che è cartongesso/ Ho costruito un personaggio principesco, ma lo senti dall’odore che sono di cartongesso”. "Malpensandoti" in quasi 6 minuti è un grigio rap urbano, malinconico e cantautorale.
Da un fuoriclasse ci si aspetta solo capolavori e CD' non appartiene a questa categoria, indeciso com'è fra pop, cantautorato e altra "musica senza musicisti". Ciò non vuol dire che qua e là non si distinguano brani da ricordare, versi da appuntarsi o spunti da godersi ascolto dopo riascolto, ma non c'è la forza dirompente dei primi due album.

Nello stesso periodo collabora con i già citati Crookers, con Fabri Fibra, con un Marracash agli albori, Don Joe, Shablo, Rancore ed assai estesamente con gli amici Two Fingers. Con il dj Nic Sarno fonda anche lo strampalato duo dei Macrobiotics, che nel loro unico lavoro Balerasteppin rileggono i testi di alcuni brani classici, italiani e stranieri, riarrangiati senza tenere assolutamente in considerazione gli originali. È un esercizio di straniamento che non mancherà di divertire i più curiosi.

Ricaricate le pile, pubblica un altro lavoro solista completamente atipico quale
Nostalgia istantanea (2012), che cerca di trasportare la tecnica del flusso di coscienza, qui in chiave ipnagogica, nella sua strana idea di musica hip-hop. Ideato con frammenti registrati subito prima di addormentarsi e appena svegli, poi opportunamente editati e riadattati, è un album assai lontano dalla forma canzone, diviso in due sole lunghe composizioni di 18 e 20 minuti, senza ritornelli e senza alcuna concessione radiofonica.
L'iniziale "Nostalgia istantanea", composta insieme a Emiliano Pepe, è una lunga avventura verbale fra religione, visioni filosofiche e arguti giochi di parole su una malinconica struttura sonora segnata dai loop di sintetizzatori e pianoforte accoppiati a beat soffusi. La seconda mastodontica traccia, "Variazioni sul tema nostalgia istantanea", è tutta opera di Dargen, comprese le musiche, ed è una psichedelia ballabile, un puzzle sonoro deformato, cangiante, che guida un
freestyle torrenziale. Solo un estratto di questi due lenzuolate: "Il segno della croce non è nelle dita/ Il segno della croce è sulle spalle/ Gesù non alza la mano/ Al diavolo, Gesù alza la voce/ Il segno della croce non è nelle dita/ Il segno della croce è sulle spalle/ Gesù si rialza ogni volta/ E si riprende la croce/ Se Dio si incarnasse ancora/ Finirebbe su una croce tutta nuova/ Ripreso dai telefonini in aria/ Ecco che cos'è la nostalgia istantanea”.

Il 10 agosto 2012 pubblica sul suo canale YouTube il videoclip della title track, in cui viene realizzato un ritratto di Lucio Dalla, da poco scomparso, tributato anche in quanto suo importante punto di riferimento artistico.

Vivere aiuta a non morire e D’iO: kitsch e intimismo cantautorale

Dargen D'Amico torna con Vivere aiuta a non morire (2013) a un album comunemente inteso, riprendendo idealmente da dove ci aveva lasciato CD'. L'apertura è grandiosa, con la fluttuante "V V", con quello stile sbilenco, free, da flusso di coscienza, che ne ha fatto uno dei rapper più carismatici in Italia.
Altrove impera la volontà di confezionare ballabili orecchiabili, tamarri e sopra le righe come "Un fan in Basilicata", "L'amore a modo mio" (con J-Ax) e soprattutto le due bombe kitsch di "Bocciofili" (con Fedez e Mistico) e "Il Cubo", canzoni spudoratamente da discoteca, volgari, spregiudicate, con molto cattivo gusto e un po' di (auto)ironia, oltre a un sound aggiornato alle migliori produzioni del momento. Sopra a questo trittico fra parodia, provocazione e voglia di ammiccare alle masse si pone "Lorenzo De' Medici": un testo visionario, una struttura mutante, un fluire di parole e di invenzioni narrative fra immediatezza e creatività verbale.
"A meno di te" prova la via dei Pendulum, come un Salmo depotenziato. I pattern ritmici intricati segnano "L'Italia è una", facendo passare in secondo piano un testo non particolarmente brillante. Il pop malinconico a ritmo rap di "Con te" (feat. Perturbazione) è un buon momento dall'appeal radiofonico, ma la ballata pianistica "Il presidente" è su un altro livello d'inventiva, un'organica massa musicale che si impenna su un ritornello che cresce in sordina, sui rintocchi melodici più malinconici. Il finale con "È già" (con l'inconfondibile voce di Enrico Ruggeri) è un ultimo sussulto drammatico, lontano anni luce dai momenti più spensierati e volgari dell'album.
Capace di vestire i panni dell'animatore dei party più scatenati e promiscui quanto quelli del ricercato rapper con il pallino della creatività, Dargen D'Amico consegna un quinto album complesso, diviso fra un passato sperimentale e un futuro prossimo assai più cantautorale.

D'iO (2015) conferma la transizione, come si sente subito in “La mia generazione”, power ballad che ibrida idealmente un concerto rock e un rap emotivo, e successivamente nella toccante “Modigliani”, forse il suo meglio in questo campo anche al netto di una vocalità che non sempre lo supporta a pieno (e che mostra i limiti in sede live). Si tratta anche di un album che guarda a tratti al passato, come in “Amo Milano”, un pezzo da fine anni 90, oppure “Las Vegas Honey Moon”, che potrebbe uscire da Di vizi di forma virtù, con i suoi ritmi fratturati e i testi funambolici. Classico anche il sound di “Crassi”, un sontuoso mix di synth, vocoder e basi piene di bassi, in cui spicca il testo fantasioso: “Anche mio padre era un poco di buono/ Un fantasista di dubbia moralità/ Non mi verrebbe mai in mente il bisogno/ Di fargli intitolare la via di una città/ Per cui mi chiedo cosa diavolo passi/ Per la testa dei figli di crassi”.
L'altra anima del disco è più attuale, dall’hip-house psichedelica di “La lobby dei semafori”, stralunato inno generazionale che è uno degli apici dell'album, e il glitch-hop di “Amico immaginario”, venato di funk. “La mia donna dice” è una delle sue più inafferrabili avventure linguistiche, con repentini cambi di velocità e ritmo, la sintassi frantumata e i fonemi come materia prima, prima dei significati.
L'orgia synth-funk di “Io quello che credo” è un altro show del suo migliore rap cantautorale, che evita ritornelli e melodie accattivanti: è un magma sonoro fluido, in continua mutazione. Se si aggiunge al flusso linguistico un ritornello orecchiabile, nascono pezzi come “Parenti”. Dargen D'Amico è ancora così abile nel
flow che può permettersi di giocare su un ritmo sparso, vagamente dub, in “Lunedì chiuso”, altro bignami di giochi di parole e frasi surreali (“Prometto che mi depilo le ascelle/ Così non bagno la camicia in Tv”).
A corrente alternata, come su
Vivere aiuta a non morire, Dargen D'Amico mischia dosi di creatività con (sempre maggiori) ammiccamenti al cantautorato, al pop più emotivo e alle ballata strappalacrime. Fa quello che ha fatto negli anni un Jovanotti, ibridato però allo stile strampalato, ironico, incorreggibile di un fuoriclasse del rap, che sforna giochi di parole e suggestive ambientazioni sonore per i suoi sproloqui e le sue libere associazioni di idee.

Variazioni, L’Ottavia, Ondagranda: riletture sofisticate e collaborazioni

Isabella Turso aiuta Dargen D'Amico a rivisitare il repertorio in chiave classicheggiante su
Variazioni (2017), con sei inediti pescati dai brani scartati in passato. Se i pezzi sono stravolti e offrono agli appassionati un nuovo modo di leggere l'arte del rapper (è il caso di “Ma è un sogno” e Le file per fare l'amore”), almeno “Cambiare me” e soprattutto la discussa collaborazione con Tedua, Rkomi e Izi in “Il ritorno delle stelle”, il brano più riuscito dell'opera e uno dei momenti chiave della scena italiana all’altezza del 2017, meritano un posto nel canzoniere maggiore di Dargen D'Amico.

Nel 2018 diventa disponibile anche
L’ottavia, originariamente un ottetto di vecchi brani inediti presenti nella versione deluxe di D’iO, riletti alla luce dell’esperienza degli ultimi album. Tutt’altro che scarti: si tratta invece di nuove aggiunte al suo frenetico flusso di coscienza (“Ottavia”, “Mahler”), al suo stramboide pop-rap (“È troppo facile innamorarsi”, “Miniere”) e ai suoi spunti più demenziali (“Cattivi”). Più che una curiosità, è un completamento, le ultime pennellate a un quadro in cui la forma ibrida fra cantautorato e rap è stata esplorata e, ormai, superata.

Non è un caso che il successivo progetto, Ondagranda (2019), in coppia con Emiliano Pepe, rappresenti una sostanziale deviazione da quanto ascoltato negli ultimi album di studio. Sicuramente non ci sono le proporzioni dei suoi album più iconici, con 11 brani che occupano solo 36 minuti e qualche momento di mero cazzeggio, ma è anche sostanzialmente diversa la sostanza sonora: Pepe aggiunge una sensibilità soul che comunque si piega al gusto dell’assurdo e del naive di Dargen D’Amico, ed è forte l’influenza di un kitsch ottantiano, elettro-vintage, oltre che una sfumatura partenopea. Due esempi di questo stravagante amalgama di nostalgia, parodia e fusione hip-soul sono “Sposami (scusami)” e l’ibrido Pino Daniele - Lucio Battisti di “Siamo sexy sexy”, ma si ricordano anche la partenopea “Canzone sensibile”, un nuovo testo torrenziale come quello di “Anche secondo me” e un nuovo momento di poetica spiazzante come “Lo preferisco vaginale”: “Tu mangi la vacca io mangio il mio cane/ E non c’è nulla di grave o di anormale/ Lo preferisco vaginale/ Per te è un presidente e per me è un criminale/ Tu lo vuoi clitorideo, per me è volgare/ Lo preferisco vaginale”.

Bir Tawil: l’esplorazione di un territorio mai reclamato da nessuno

Dopo due collaborazioni, torna solista col settimo album, Bir Tawil (2020). Il titolo fa riferimento all’omonima regione tra Sudan ed Egitto, terra amministrativamente ambigua, senza effettivo controllo, che nessuno dei due stati sovrani ha ufficialmente reclamato. Facile leggere in tralice un riferimento al territorio stilistico abitato da Dargen D’Amico. I 15 brani per 76 minuti sono profondamente personali, visto che non si registrano ospiti e il punto di vista non potrebbe essere più alternativo e sbilenco.
Tre brani si stagliano sul resto di un album unico: “Vedova” è un delirio di nove minuti che rilegge la sospensione ultraterrena di “Anima” (2001) di
Vladislav Delay secondo uno stile strampalato e pseudo-demenziale; “Internet è un virus” è un esercizio di associazioni mentali, un gioiello del suo modo di scrivere unico e liquido, supportato da destrutturazioni ritmiche; “Non sono più innamorato”, la sintesi in 13 minuti dell’esperienza di Ondagranda ma con la frenesia verbale dei primi due album e una disorientante idea di sviluppo compositivo, che ritorna sull’eterno tema della relazione e dell’emotività.

Mentre l’hip-hop impazza in classifica, spesso accodandosi alla moda trap, Dargen D’Amico torna per proseguire con un album personale e “altro”, che lui rappa, canta, produce e pubblica in prima persona. Proviene da un “altrove” non reclamato da nessuno, ed è semplicemente unico. L’ideale sigillo di una carriera che non ha eguali nel nostro hip-hop, e la conferma che, pur fra tante mutazioni, l’artista rivoluzionario di Musica senza musicisti e Di vizi di forma virtù è ancora pronto a indicare una traiettoria diversa e innovativa, che sia d’ispirazione per i futuri rapper, magari quelli dei prossimi tre lustri.

Dargen D'Amico

Variazioni sul tema dell'hip-hop italiano

di Antonio Silvestri

L'imprevedibile carriera del grande irregolare del rap italiano, passato dall'hardcore-hip-hop alle sperimentazioni astratte, fino al cantautorato e al pop più kitsch
Dargen D'Amico
Discografia
 

SACRE SCUOLE

 
   
 3 MC's al cubo (Funk-U-Low, 1999) 
   
 DARGEN D'AMICO 
   
Musica senza musicisti (Giada Mesi, 2006)    
Di vizi di forma virtù (Talking Cat / Universal, 2008) 
 

CD' (Giada Mesi, 2011)

 

Notalgia Istantanea (Giada Mesi, 2012) 

 

 

Vivere aiuta a non morire (Giada Mesi, 2013)

 
 

D'iO (Giada Mesi / Universal, 2015)

 

 

Variazioni (Giada Mesi / Universal, 2017)

 

 

L'ottavia (Giada Mesi / Universal, 2018)

 
Bir Tawil (Universal / Giada Mesi, 2020) 
   
 MACROBIOTICS 
   
 
Balerasteppin (Giada Mesi, 2011)
 
   
 ONDAGRANDA 
   
 Ondagranda (Giada Mesi, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Dargen D'Amico su OndaRock
Recensioni

DARGEN D'AMICO

Bir Tawil

(2020 - Giada Mesi)
Il settimo album del rapper milanese abita un territorio stilistico mai esplorato

DARGEN D'AMICO

D'iO

(2015 - Universal)
Il rapper più eclettico d’Italia torna con un viaggio che collega l’io all’universo ..

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Di vizi di forma virtù

(2008 - Talking Cat/Universal)
L'ultima frontiera dell'hip-hop italiano

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