La guerra non è finita, mi manca ancora una vita
E quando lei se n’è andata, ci mancava solo l’ultima rata
Uscito non esattamente trionfante dalla sua terza partecipazione a Sanremo, dove ha guadagnato appena una ventisettesimo posto che comunque risulta a chi vi scrive abbastanza meritato, il rapper eccentrico per eccellenza del nostro hip-hop Dargen D’Amico torna con un tredicesimo album intitolato “Doppia mozzarella”. Un titolo originale, ben lontano dalle seriose autonarrazioni di molti colleghi, che nasconde un disco internamente eterogeneo.
La già conosciuta “Ai ai”, che avrebbe dovuto fare ballare l’Ariston, è un funk-rap con qualche divertente idea nel testo e poco più. Un tentativo di hit che affianchiamo facilmente ad altre canzoni in scaletta: un altro funk-pop, più malinconico, come “Pianti grassi”; l’hip-house degna del più facilone dei Fabri Fibra chiamata “Centri commerciali” e la danza popolare in pieno kitsch “Piove metallo”. In questi tentativi di mainstream “Tecno tango” risalta per il modo in cui Dargen D’Amico incastra il testo sul ritmo del ballo argentino, un acrobata del flow che sa ancora il fatto suo.
Il meglio è nei ridotti ma comunque presenti momenti in cui l’aspetto creativo prevale. Nel frenetico inno elettronico “Non bevo non fumo”, nell’astratto flusso di coscienza di “Prima nudi chiamavamo amore” e soprattutto in “Moto ondulatorio” e “Ipertesto”, dove torna a praticare uno stile tutto personale. Questa dimensione più imprevedibile è però troppo sacrificata, nonché sostanzialmente conosciuta da chi ha ascoltato i precedenti dodici album. Insomma, è il meglio ma non è esattamente una novità.
Dispiace certificare che questo “Doppio mozzarella” può ragionevolmente candidarsi a capitolo minore dell’intera discografia principale di Dargen D’Amico, senza neanche la scusante di essere uno dei suoi progetti minori. Non c’è un discorso coerente né un motivo per evitare di selezionare una manciata di brani da riascoltare e dimenticare, in modo indolore, tutto il resto.
10/04/2026